Le olimpiadi delle madri

11 agosto 2016

L’estate del 2002

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Qualità e quantità

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qualità e quantità

Le mamme che lavorano se lo ripetono di continuo, per difendere le proprie scelte sacrosante da accuse antiquate e maschiliste, o anche per zittire il senso di colpa più o meno sottile che quelle accuse finiscono spesso col generare dentro di loro.

Quello che conta non è la quantità del tempo trascorso con i propri figli, ma la sua qualità.

Vero, ci mancherebbe. E tra l’altro è una cosa che vale per qualsiasi relazione, non soltanto quella tra un genitore e un figlio. Passare anche intere giornate insieme ai propri bambini, ma senza voglia ed energia, distratte dalla casa da pulire o dall’ultima fiction che passa in tv non basta per costruire un rapporto appagante per tutti. Non fa di una madre una madre migliore di un’altra che passa ogni giorno almeno nove ore fuori casa.

Ma fino a che punto vale questo discorso? Esiste un limite al di sotto del quale la quantità di tempo trascorso insieme diventa impossibile da essere compensata anche sopperendo con la più assoluta delle qualità? Un genitore che passa fuori casa non otto, ma undici o dodici ore al giorno, che vede la sua giornata di lavoro dilatarsi all’infinito a causa dei tempi di trasferimento, della pausa pranzo interminabile, degli straordinari irrinunciabili, del traffico, del ritardo dei mezzi pubblici e degli imprevisti quotidiani, riesce a recuperare la qualità del proprio rapporto con i figli nelle due ore scarse che gli restano la sera?

E quando il tempo passato insieme arriva solo al termine di una giornata estenuante per tutti, e deve essere utilizzato anche per dribblare capricci, preparare la cena, lavarsi, organizzare la giornata successiva, lavare i piatti e chi più ne ha più ne metta, riesce davvero a diventare un tempo “di qualità”?

Io, come mi accade spesso, la risposta non ce l’ho, e probabilmente una risposta universale non esiste nemmeno. So che sono stata figlia di due genitori molto presenti (in qualità ma anche in quantità) e questa mi è sempre parsa una fortuna immensa, per me e per loro. Ma sono anche stata una innamorata a distanza per molti anni, avvezza a centellinare il tempo e ad esaltare il più possibile la qualità delle ore trascorse insieme. So anche, però, che negli ultimi tempi ho lavorato tanto, e mi sembra, in tutta franchezza, di aver perso, nel mio rapporto con i miei figli, in quantità e anche in qualità. Perché sono più soddisfatta ma anche più stanca, e dispiaciuta per il tempo comune a cui ho dovuto rinunciare.

Mi chiedo se la storia della qualità che basta sempre a compensare la mancanza di quantità non sia una favola che siamo costrette a raccontarci per impedire al nostro cuore di spezzarsi. E non tanto per il senso di colpa ingiusto che le critiche e le domande degli altri vorrebbero insinuare dentro di noi, ma per la consapevolezza che stiamo perdendo l’opportunità unica di stare insieme ai nostri figli piccoli in quantità e qualità. Perché loro cresceranno anche benissimo all’asilo, coi nonni o con le tate. Ma noi? Stiamo bene lontane da loro per giornate infinite? Ci bastano le briciole che l’assenza di flessibilità e di parità di genere ci costringono a farci bastare?

Leggo spesso che noi donne dovremmo avere finalmente la possibilità di vivere la maternità come hanno sempre fatto i padri: senza rimorsi per le assenze croniche, senza giudizi, senza ombre. Rinunciando a tutte le prime volte, delegando di fatto qualsiasi decisione (rogna o meraviglia) relativa alla vita quotidiana dei propri figli. Invece io vorrei che accadesse esattamente il contrario, e sono felice quando sento o leggo di storie che vanno in questa direzione. Vorrei che i padri si riprendessero finalmente quello che gli è sempre stato negato: essere presenti, stare insieme ai propri figli, vederli crescere. Fare i padri.

Servirebbe a loro e ai nostri figli, ma sarebbe utile anche a noi. Ci permetterebbe di gestire molto meglio il tempo – poco o tanto – che abbiamo a disposizione, di puntare con più consapevolezza alla famosa qualità.

La soluzione al problema non solo italiano della conciliazione tra maternità e lavoro non è emulare un modello maschile superato e carente, ripetendo gli errori fatti da molti dei nostri padri in nome di una falsa emancipazione, ma pretendere di costruire un modello completamente nuovo e che valga per tutti, mamme e papà. Che abbia alla base la flessibilità, il telelavoro, la reciprocità.

Per riuscire finalmente a trovare, tutte noi, il compromesso migliore tra qualità e quantità.

 

8 comments

  1. Quante cose vere in questo post scritto benissimo!
    Due anni fa nel mio blog scrissi proprio di questo tema sul mio blog pensando di aver raggiunto l’equilibrio perfetto nel mio modo di pensare…In due anni mi sono accorta che molte cose le penso ancora, ma mi sono accorta anche di quanto sia difficile mantenere alta la qualità soprattutto se si deve concentrare negli orari serali quando i bimbi sono a pezzi e te le fanno pagare tutte. Però siamo tutte così e siamo affiancate da padri nuovi e bravissimi che nel loro modo di vivere il qui e ora (senza troppi trip mentali) ci insegnano molto.

    ti lascio il mio post qui se ti va uno scambio:
    https://happilysurviving.wordpress.com/2014/12/19/quando-una-mamma-che-e-anche-donna-e-stanca-ma-felice/

  2. Quanta veritá.
    Io lavoro Full time e ti assicuro che la storia del tempo di qualità é come la corazzata Potiomkin : una cagata pazzesca!
    Perché si é stanchi, é inevitabile. É sì vero che se i padri agissero come le madri forse una giusta via di mezzo la si troverebbe, ma in Italia non funziona così.
    Spero che le cose cambino sinceramente e da madre di un maschio comincerò nel mio piccolo a farle cambiare. 🙂

  3. Sembra scritto per me: sono a pezzi, mi è stato negato il part time e a parte il lunedì starò fuori casa dalle 7 alle 7, a partire da domani… Dire che sto male è dire poco, vedevo nel tempo ridotto la soluzione ideale e invece…

  4. Qualche anno fa un post del genere mi avrebbe mandato in crisi, quante verità!
    Ero arrivata a un punto in cui la situazione mi era sfuggita di mano: due lavori in due città diverse, esami universitari da ultimare, la casa era un disastro, compagno assente e soprattutto mio figlio stava crescendo con mia madre. Poi ho mollato tutto e rispolverato un sogno nel cassetto: fare un laboratorio creativo lavorando da casa!
    Non mi arricchirò mai, ma posso assicurare che anche la quantità di tempo è importante per i nostri figli e più ne hanno più ne vorrebbero. Passare ore all’aria aperta, fare pic nic, leggere insieme libri interi, partecipare agli eventi locali, incontrarsi con gli amichetti, intrattenersi con le insegnanti e le mamme, osservare la natura, farli cucinare di loro iniziativa, i lavoretti manuali, alimentare i loro interessi o semplicemente ascoltarli.
    La verità è che coi bambini ci vuole pazienza e la stanchezza purtroppo prende il sopravvento su quello che anni fa avrei definito “tempo di qualità”, ma che di fatto non lo era per lui.

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