Decluttering? Preferisco dire sobrietà

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Le madri che conosco

26 marzo 2014
Artù fa decluttering a spese mio draghetto vintage
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© Unamammagreen

Le madri che conosco, quelle della mia età, sono quasi tutte laureate. Sono madri che non hanno passato l’infanzia a immaginare l’abito per il loro matrimonio o il nome dei figli che avrebbero avuto. Non soltanto, per lo meno. Le madri che conosco sono donne che hanno studiato e viaggiato. Donne che leggono, che si informano, che fanno acquisti online e pagano i conti al ristorante. Le madri che conosco sono madri che lavorano, se e quando viene loro permesso.

C’è Emme, che ogni giorno attraversa un’intera provincia per entrare in un laboratorio troppo freddo e pieno di sostanze tossiche. Veste un camice che significa molto, per lei, e lavora con una diligenza che conosco fin dai banchi di scuola. Non la pagano. Ma sta imparando tante cose e “magari prima o poi esce un bando e mi assumono, almeno per qualche mese”. Un lavoro normale, stipendiato e in regola, ha smesso di cercarlo da un po’, ma prima o poi dovrà pur ricominciare.

Erre è una brava insegnante, sapeva che questo sarebbe stato il suo mestiere fin da quando era piccola e passava le giornate dall’altra parte della cattedra. Insegna agli adulti, perché trovare un posto in una scuola, soprattutto nella sua terra di emigranti, è poco più che una fantasia. Lavora una settimana sì e tre no, attende ogni volta grappoli di giorni per essere pagata. E intanto continua ad aggiornarsi, perché un’insegnante che si rispetti deve essere una brava studentessa per tutta la vita.

C’è un’altra Emme che è appena rientrata in ufficio dopo la maternità. Quattro mesi, non un giorno di più, perché ha un contratto a progetto ed è già tanto che non abbia perso il posto quando ha annunciato la sua gravidanza. Niente permessi per l’allattamento, niente telelavoro. Solo una neonata svezzata prima del dovuto e una mole enorme di sensi di colpa.

ministroA., invece, un lavoro normale ce l’aveva, da quando aveva 18 anni. Ma l’ha lasciato in un giorno d’inverno per seguire il suo uomo in un’altra regione. Un’emigrazione al contrario, che nel suo caso fa rima con disoccupazione. Chi vuoi che assuma la madre di due figli piccoli, lontana da casa, senza una famiglia su cui contare se i bambini si ammalano o sono in vacanza da scuola?

Di è un poco più grande di me, i suoi figli sono cresciuti in fretta e ormai sono più alti di lei. Quando erano piccoli ha barattato per sempre ferie, aumenti e dignità per un’ora di lavoro in meno ogni giorno, un’ora in più da passare con i suoi bambini. È circondata da maschi che aspettano da quasi quindici anni che lei si scusi per le sue gravidanze. Gli stessi che, al rientro dalla seconda maternità, le fecero sparire la sedia e la scrivania dietro la quale lavorava. Giusto per essere chiari. Per essere sicuri che non osasse riprovarci una terza volta.

C’è Gi, che lavora per una grande azienda. Ha una pausa pranzo interminabile e una figlia piccola che resta al nido fino a tardi. La flessibilità non esiste, quando servirebbe per rientrare a casa prima del calar del sole e correre al parco con la tua bambina per mano. Gi esce di casa molto presto al mattino e rientra quando ormai è buio. Prendere o lasciare, un’altra strada non c’è.

Le madri che conosco lavorano troppo o troppo poco, e lavorerebbero meglio se solo qualcuno le mettesse in condizione di farlo. Quando sono al lavoro, le madri che conosco devono scusarsi perché sono madri, e quando tornano a casa vorrebbero scusarsi perché sono donne che lavorano. Le madri che conosco, invece, non hanno proprio niente da farsi perdonare. Sono loro ad essere in credito di scuse. Scuse che, ovviamente, nessuno presenterà mai.

135 comments

    1. Ciao Guglielmo, grazie del tuo commento. Io non sono troppo d’accordo con il senso del post che segnali. Non penso che ci sia una incompatibilità “di genere” con la vita d’azienda, anzi, mi pare un ragionamento un pelo maschilista. Non sono soltanto le donne che hanno il bisogno e il diritto di conciliare la propria occupazione con tutto il resto. Penso invece che il lavoro aziendale stia diventando (come prima dell’era sindacale) spesso insostenibile, a prescindere dal genere del lavoratore e dalla sua condizione personale e familiare. Questo sì.

      1. Può darsi che ti sia sembrato maschilista perchè non hai letto altri post del blog che è tutto incentrato su una critica ai comportamenti aziendali e soprattutto alla ribellione del protagonista a questa mentalità. Quindi il senso non è “le donne non fanno carriera in azienda perchè non sono adatte”, ma “nella attuale mentalità aziendale, per fare carriera occorre adattarsi a una mentalità e a comportamenti deviati e le donne a maggior ragione non lo possono fare”.
        Sono un forte sostenitore del porre le relazioni e gli affetti in cima alla scala di valori e di impegni e questo da sempre mi procura incomprensioni al lavoro e trovo che nelle donne questa esigenza è intrinsecamente più forte e non devono rinunciarvi per adattarsi alla mentalità deviata e trasformarsi in una brutta copia del peggior stereotipo maschile (“sopra a tutto la carriera”)

      2. Cerco di spiegare meglio la mia opinione: nel mondo del lavoro odierno soprattutto nelle aziende, specialmente in Italia, si viene misurati sulla base della disponibilità, della presenza fisica, del numero di ore dedicate al lavoro e sulla completa separazione fra vita lavorativa e tutti gli altri ambiti della vita (affetti, relazioni, compiti sociali, passioni….): non viene concepito che questi ambiti si possano mischiare o che si possa lavorare efficacemente in molti ambiti e in molte occasioni anche senza essere presenti fisicamente in un certo luogo in certi orari.

        Ovviamente aderire a questa mentalità vuol dire mettere tutto in subordine alla vita lavorativa che peraltro più si sale nella carriera e più diventa ingombrante. In una simile situazione, in azienda, quelli che fanno carriera devono rinunciare spesso alla vita famigliare o a quella di relazione (http://dipendenteriluttante.blogspot.it/2014/03/lazienda-e-la-vita-di-relazione.html) o almeno devono essere disposti a penalizzarla fortemente: di solito gli uomini sono più propensi per fare questo, anche perchè forse si adatta meglio ai ruoli tradizionali. Io credo invece che sarebbe ora di cambiare questa mentalità e poter mischiare i vari ambiti senza penalizzarli, anche perchè oggi ce ne sarebbero i mezzi: se le cose però rimangono come sono, penso che sia meglio che una donna rinunci a fare carriera in azienda, piuttosto che snaturarsi ancora di più di come fa un uomo.

        E lo dice uno che ha sempre messo al primo posto le relazioni e la vita famigliare, tanto da prendere i famigerati permessi di allattamento per dedicarsi alla prima figlia.

      3. Condivido tutto e sopratutto il tuo commento sull’insostenibilità dell’essere in azienda. Io non trovo proprio senso a vivere in azienda, per l’azienda. O meglio trovo insensato che sia un obbligo per tutti. Dovrebbee essere tutto più a misura d’uomo, se l’uomo (o la donna) lo chiede. Perchè non è giusto che io non abbia un lavoro, e se mai dovessi trovarlo si tratterebbe sicuramente di fare una scelta che andrebbe a sfavore di mio figlio. Ma secondo me non è neanche giusto che il mio compagno questa scelta non ce l’abbia neanche, perchè se lui non lavora tutto il giorno non possiamo neanche mangiare. Non aspiriamo a diventare ricchi, vorremmo solo serenità: economica e mentale, per goderci quello che abbiamo costruito.
        Ma pare sia impossibile attualmente.

    2. Certo, questo era chiaro, e tra l’altro condivido appieno la critica. Quello di cui non sono del tutto convinta è che “nelle donne questa esigenza sia intrinsecamente più forte”, ma è soltanto la mia opinione. Leggerò gli altri post!

      1. Il senso di quella frase è che un uomo può adempiere al proprio ruolo sociale, per tradizione o per vocazione non so, anche mettendo al primo posto il lavoro e quindi riesce più facilmente a farlo senza sensi di colpa. Non vuol dire che è giusto o che è un bene, ma è così. Una donna che lo facesse invece andrebbe contro il proprio ruolo e la propria vocazione (naturalmente se ha una famiglia e se è madre). Io peraltro ho fatto scelte diverse e messo sempre al primo posto la famiglia e gli affetti, anche mettendo motivazione nei contenuti non formali del mio lavoro e in questo ho affrontato molte incomprensioni e difficoltà, che racconto in quel blog in incognito: perciò io mi auguro che non debbano mai farlo e credo che invece ciò che deve cambiare è la mentalità del lavoro in azienda e non devono cambiare la vocazione e le motivazioni delle donne per riuscire ad adattarsi a questo tipo di ambiente.

  1. io credo che molto cambierebbe non solo se le aziende cambiassero mentalità e si aggiornassero nei metodi,ma se anche i padri si prendessero qualche responsabilità in più (loro dovere tra l’altro) nella cura dei figli,perchè a farli saremo pure noi,ma una volta svezzati non dovrebbero essere solo accuditi dalla madre,ma pure dal padre (se non è scappato al test di gravidanza)….insomma,qualche congedo e qualche ora di lavoro domestico-famigliare in più,anche gli uomini se lo potrebbero prendere,anzi,dovrebbero,perchè le loro compagne potessero vivere la vita che loro già vivono

    1. Concordo in pieno! Bisogna superare le tradizionali differenze di genere. Ho personalmente toccato con mano quanto il mondo del lavoro, almeno in Italia, sia totalmente chiuso nei confronti della famiglia in generale e della donna/mamma in particolare. Mi sono dovuto dimettere da un’azienda dove lavoravo da 23 anni ricoprendo una buona posizione (Coordinatore tecnico), perchè non mi ha concesso né l’aspettativa né il part-time richiesti, quando la mia compagna era in attesa di nostro figlio… sono riuscito solo ad ottenere il congedo parentale (solo perchè è una legge!!) nonostante le disapprovazioni dirigenziali. Per contro ho cresciuto mio figlio minuto per minuto con un pò di fatica e tanta soddisfazione, tantè che a 8 mesi ha iniziato a parlare chiamandomi “mamma” e lo ha fatto per 4/5 mesi prima di scoprire che ero il papà! Forse io sono un caso estremo, ma quando sento dire che dei papà non hanno mai cambiato il pannolino al proprio figlio penso che ci sia ancora molto da fare! Dovremmo imparare dai Paesi del Nord Europa, maestri nel welfare e nel saper gestire la famiglia, indipendentemente dal sesso di appartenenza! Ora, dopo il diploma di geometra di oltre 30 anni fa, mi sono laureato per educatore nei servizi per l’infanzia con l’intenzione di concludere la mia vita lavorativa con i bambini, anche se adesso è un momentaccio!

      1. … dimenticavo di dire che, alla nostra età, non potevamo contare sui nonni (genitori e suoceri) già ultraottantenni e con problemi di salute!

  2. Ceratmente è vero che dividere i compiti riesce ad alleviare gli aspetti pratici, ma ti assicuro che non allevia i sensi di colpa delle madri e in ogni caso ci sarebbero le stesse resistenze verso i padri e te lo dico perchè con me è stato sempre così. Per migliorare invece decisamente la situazione ci dovrebbe essere una mentalità che incoraggia e non penalizza la flessibilità, i part time (magari temporanei), l’uso del telelavoro o più semplicemente dei metodi per lavorare a distanza.

    1. Ma non lo mette in dubbio nessuno! Però ti assicuro che esistono anche madri ben liete di lavorare fuori casa 10 ore al giorno (le conosco personalmente, molte leggono questo blog) e sarebbe un loro sacrosanto diritto poterlo fare contando sui propri compagni o su strutture adeguate (e non solo sul volontariato dei nonni). Parli comunque con una che lavora da casa (poco e per pochi soldi, ma questo è un altro problema) e il cui marito ha preso il congedo allattamento per nove lunghi mesi.

  3. Per chiarire meglio, quando io ho preso i permessi di paternità per allattare mia figlia di tre mesi con il latte che mia moglie si toglieva, lei comunque è stata devastata dal dover lasciare una bimba così piccola e il fatto che la lasicava a me, attutiva, ma non risolveva questo suo conflitto. E’ stato un palliativo, mentre la soluzione sarebbe quella che lei non fosse dovuta rientrare per forza o se avesse potuto farlo con orari e tempi consoni a consentirel di proseguire ad allattare la bambina.

    1. guarda, questo è un problema tutto italiano, quindi di mentalità. In Svezia hanno il congedo di maternità 6 mesi la madre 6 mesi il padre (ho un’amica che vive là e ho notizie di prima mano), lei non si è sentita devastata a tornare a lavorare, i papà si trovano ai giardini con gli altri papà con bambini piccoli (denominati “papà latte”). L’angoscia di tua moglie è figlia di una certa cultura. Ho una buona notizia: la cultura si può cambiare, iniziamo noi stessi, se proprio non ce la facciamo, andiamo a vedere cosa fanno ad altre latitudini e vedremo che non è un dramma! Ti posso portare anche il caso americano: il massimo di maternità che ti puoi prendere è 2 mesi poi si torna al lavoro, ho visto le mie amiche viverla normalmente, non devastarsi. I bambini non li ho visti traumatizzati, anzi, gran bimbi in gamba.

      1. Non so, non riesco a essere completamente d’accordo: l’allattamento è un’esperienza atavica e così il legame fra madre e bambino nel primo anno. Fino a poche decine di anni fa niente si frapponeva in questo rapporto, mentre negli ultimi tempi i ritmi assurdi e le logiche del mondo del lavoro, spesso neanche tanto razionali, hanno prodotto queste situazioni e io non sono così sicuro che questo sia giusto. Forse è più giusto che la donna possa seguire i ritmi del bambino fino a che sia necessario (più o meno un anno) e che il padre subentri dopo. Io sono stato felicissimo di dedicarmi alla bambina, è stata una delle esperienze più belle della mia vita, ma non avrei voluto che mia moglie fosse costretta a lasciare la bambina.

      2. Invece io ne faccio una questione di scelta: le madri e i padri dovrebbero avere maggiore possibilità di scelta, tutto qui. Perché non esiste il modello migliore, ma solo quello che ognuno sceglie per sé.

  4. il mondo del lavoro impone sempre più spesso orari assurdi per lavori sottopagati. Nessuno ti paga di più se lavori (ora) fino alle 20 e il lunedì dell’angelo o la domenica. E’ tutto dovuto. I contratti aziendali che i sindacati stanno firmando non contengono indennità per lavoro serale/festivo, sconvolgono la vita alle persone, impediscono di vivere anche solo una giornata intera la settimana con i propri figli perchè la domenica è dedicata al lavoro, come tutti gli altri giorni. O ogni bambino si fa il giorno di riposo a scuola in base al turno dei genitori, e magari prende a dormire di notte, perchè no, oppure facciamoci tutti un esame di coscenza e smettiamola di prentendere tutto. Se andiamo al centro commerciale la sera qualcuno ci deve lavorare, se andiamo in banca il sabato qualcuno ci deve lavorare, se andiamo al cinema a Pasquetta… qualcuno ci deve lavorare! Ove possibile, pensiamo a quel “qualcuno” che domani potremmo essere noi o i nostri figli e impegnamoci tutti a rinunciare ad un paio d’ore di permesso anche per fare quel che dobbiamo.

    1. Personalmente, mi rifiuto di frequentare i centri commerciali la domenica anche per questo. Trovo la tua riflessione molto preziosa.

  5. E’ proprio questo il punto: è il mondo del lavoro che si deve adattare alla vita sociale e soprattutto famigliare e non il contrario. I padri devono stare di più con i figli, e lo stanno facendo molto di più delle generazioni precedenti, ma per il loro bene e per quello dei bambini e della famiglia e non perchè devono risolvere il problema del lavoro delle donne. Semplicemente dobbiamo pretendere che le donne non abbiano problemi, o che siano facilitate al massimo, nel conciliare la vita famigliare, quella personale e il lavoro. Ci sono esempi e sistemi perchè ciò avvenga, anche in aziende che sono al vertice: quì parlo di un esempio che mi è sempre caro: la Patagonia, azienda di abbigliamento per sport all’aperto.
    http://dipendenteriluttante.blogspot.it/2013/04/un-mondo-perfetto.html

    1. Sono andato a rileggere il post sulla Patagonia e volevo riportare un passo del brano del titolare dove si enunciano espressamente i principi che credo dovrebbero essere adottati nel mondo del lavoro, sopratutto nei riguardi della vita famigliare dei dipendenti.

      “Una cosa assolutamente non volevo che cambiasse, anche se eravamo costretti a fare le cose seriamente: il lavoro doveva essere un divertimento per tutti, tutti i giorni.
      Tutti dovevano venire al lavoro a piedi e fare le scale due alla volta, avevamo bisogno di essere circondati da amici e tutti dovevamo poter indossare quello che li pareva e anche stare scalzi; tutti avevano bisogno di orari flessibili per poter andare a fare surf quando c’erano le onde giuste o a sciare quando c’era la neve, o poter stare a casa ad accudire un bambino con l’influenza.
      Dovevamo rendere meno netta la divisione tra lavoro, divertimento e famiglia.
      Su insistenza di Malinda istituimmo anche un asilo nido in sede: la vicinanza dei bambini che giocavano in cortile e pranzavano coi genitori aiutava a mantenere l’atmosfera generale molto più familiare che corporativa e inoltre sappiamo che i genitori sono più produttivi se non sono preoccupati per i loro figli: pensiamo che le scelte che molte persone che lavorano fanno e che contrappongono la carriera alla famiglia, di fatto non dovrebbero esistere.”

      E la cosa eccezionale è che Patagonia è un’azienda che fa utili ed è competitiva, quindi ciò significa che un altro approccio è possibile.

  6. .. Io cmq rimango sempre basito del fatto che in questa Italia ferma agli anni 50 si parli ancora di MAMME e MATERNITA’ .. come se ancora non esistessero i PADRI e la PATERNITA’ ..

    .. Beh allora finitela di fare figli in provetta !! ..

  7. grazie per questo post, l’ho condiviso sulla mia bacheca di Facebook perchè mi hai fatto commuovere. al momento io la mia piccola strada l’ho trovata. a presto

  8. Precaria, con cococo. Ho avuto la “fortuna” di cinque mesi di maternità obbligatoria: tante mie amiche, più precarie di me, non ne avrebbero diritto (parlo al condizionale perché ovviamente non hanno figli). Io faccio telelavoro, ma non lo considero una fortuna: è solo il segno che sono precaria e non assunta.
    Il mio compagno avrebbe volentierissimo preso del congedo parentale: ma a parte il giorno (1!) obbligatorio introdotto dalla Fornero (grazie per lo sforzo), ogni altro periodo vedrebbe una pesantissima riduzione dello stipendio, e non ce lo possiamo permettere.
    Io sogno un paese davvero come la svezia: se non ci fosse differenza – di tempo, di stipendio – nel congedo parentale di una mamma o di un papà, un datore di lavoro non avrebbe più alcun alibi nel preferire di assumere un uomo rispetto a una donna. e i figli vivrebbero meglio.

  9. Ciao Lavinia, hai tutta la mia comprensione. Precaria e “telelavoratrice” in attesa del secondogenito e totalmente priva di certezze sul proprio avvenire lavorativo. Però almeno mio marito ha usufruito del congedo per “allattamento”: due ore di permesso tra il terzo e il dodicesimo mese del bambino, senza alcuna riduzione di stipendio (subentra l’Inps, esattamente come per le madri che ne usufruiscono). Come è possibile che al padre di tuo figlio sia stato negato?

  10. Ma forse tu, non essendo una lavoratrice assunta, non avevi usufruito del congedo parentale e per questo l’ha potuto prendere tuo marito. Se si lavora entrambi, purtroppo, non è possibile.

    1. Sì, certo. Sono precaria nel senso che lavoro a partita Iva da anni (pur avendo oneri da dipendente, purtroppo, ma questa è un’altra storia…)

  11. Io vivo in repubblica dominicana e qui mane e bambini sono quasi sacri.. chi rientra a lavoro anche presto può contare all’aiuto di tutta la tribù, madri, sorelle e vicine che si organizzano per dare supporto e anche il mondo del lavoro è decisamente più elastico quando ha di fronte una madre. .che non vuol dire dare privilegi ma consentire elasticità a madri (e padri) per permettere una buona gestione della famiglia
    Da quando siamo qui e soprattutto da quando è nata la mia piccolina ringrazio questo paese perché qui ho il lusso del tempo. .

  12. Vorrei permettermi di dire che avete detto tutti bellissime parole ma lasciatevi dire da mamma di due figlie che non ha avuto diritto di maternità perché titolare di un’azienda con 20 operai che il problema oggi è che l’azienda per rimanere in piedi ha bisogno di dipendenti che lavorino tot ore al giorno e tot giorni la settimana. Le tasse di un’azienda comprese quelle per mantenere un dipendente versando i contributi sono altissime e non ci si può permettere di guardare la vita personale di ogni dipendente. Il vero cambiamento dovrebbe venire dallo stato, un vero aiuto per le aziende in modo da dare più benessere ai propri dipendenti. Invece veniamo spremuti fino all’ultimo e in tasca ci rimane ben poco. Parlo sempre di aziende sane che non fanno lavori in nero e che si comportano in maniera corretta versando le tasse ogni santo mese. Mi dispiace ogni volta sentire che i dipendenti vengono maltrattati e soprattutto donne, perché ci sono anche tantissimi dipendenti che invece si approfittano delle aziende. Dovrebbe cambiare il nostro stato, dovrebbe dare aiuti alle aziende per far sì che l’azienda stessa possa concedere più ore a donne con figli piccoli, ci sarebbe il lavoro per molti più giovani. Bisognerebbe andare in pensione prima e lasciare posto ai giovani…. Non puntiamo il dito sempre e solo sui datori di lavoro. Ma guardiamo la situazione da più punti di vista.

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