Vbac o secondo cesareo? La mia (non) scelta

vbacQualcuna me lo ha chiesto espressamente non appena ho scritto di essere incinta, e temo che il contenuto di questo post rappresenterà per loro una mezza delusione. No, non farò un vbac (vaginal birth after cesarean, parto vaginale dopo un cesareo) e sì, mi sottoporrò a un secondo cesareo, questa volta programmato, a differenza del primo. Una scelta che, a onor del vero, non ho fatto in prima persona, ma ho sostanzialmente subito con una certa dose di passività. Il ginecologo che mi segue è stato categorico fin dall’inizio, escludendo nella maniera più assoluta la prospettiva di un travaglio di prova (non per questioni contingenti, legate, che so, al mio stato di salute o al tempo intercorso tra una gravidanza e l’altra, ma proprio a priori, “per principio”). Anche il punto nascita in cui darò alla luce il mio secondogenito non promuove il vbac, come la quasi totalità delle strutture ospedaliere della Campania. Sì, perché la realtà è che la mia regione registra un tasso spaventoso di cesarei (credo sia il più alto d’Italia, dovrebbe aggirarsi intorno al 60% del totale), i punti nascita e i medici che promuovono, o anche più semplicemente non osteggiano, il vbac si contano forse sulle dita di una mano sola.

La maggioranza delle mie amiche, parenti e conoscenti che ha avuto figli negli ultimo 8/10 anni è stata tagliata, e tra le mie conoscenze dirette non c’è nessuna donna che abbia avuto un parto naturale dopo il cesareo. Questo non vuol dire che sottoporsi a un travaglio di prova in Campania sia impossibile. Ci sono, per fortuna, professionisti – soprattutto ostetriche – che cercano faticosamente di invertire la rotta, e qualche punto nascita che non esclude la possibilità di un vbac (poche cliniche private e pochissimi ospedali pubblici, forse uno soltanto). Si tratta di una minoranza schiacciante, è vero, ma, ad avercene la forza, un tentativo si può fare anche nella palude preistorica in cui mi trovo a vivere.

Avercene la forza: ecco, per quanto mi riguarda, il punto cruciale è proprio questo.

Avrei dovuto cambiare ginecologo (col mio si è instaurato un rapporto di fiducia, mi piace il modo in cui sta seguendo la mia gravidanza e mi fa sentire molto serena), avrei dovuto scegliere un altro punto nascita (quello in cui andrò a partorire mi convince al 100% per tutte le altre questioni, dalla presenza della TIN al rooming in, fino alla vicinanza da casa). Andandomi, in entrambi i casi, a cercare col lanternino i rari nomi pro-vbac. Avrei dovuto, in un certo senso, faticare, “combattere”, imporre la mia volontà. Fare i conti per mesi con le preoccupazioni della “gente” (qui è praticamente scontato che una cesarizzata torni una seconda volta in sala operatoria), rispondere a domande ansiose e ansiogene, farmi scivolare addosso un’altra copiosa dose di chiacchiere e commenti, oltre a quelli, inevitabili, che un ventre gonfio origina nella maggioranza delle persone.

Niente di impossibile, per carità. Niente che altre donne più forti di me non cerchino coraggiosamente di fare ogni giorno. Ma io non me la sono sentita. Non ce l’ho fatta, materialmente. Non ho avuto la volontà sufficiente per nuotare controcorrente anche in questa circostanza. Io, che da quando sono al mondo ho la sensazione di essere “diversa” (troppo diversa) dalla massa intorno a me. Io, che da quando sono madre cerco di affermare scelte anticonformistiche e inusuali, talvolta pagando un certo prezzo in termini di solitudine e mancanza di comprensione. Io, che considero la libertà di scelta come la condizione più importante per vivere serenamente la propria maternità.

Questa volta, per una volta, non ho scelto, ma ho lasciato che altri prendessero la decisione al posto mio. Erano già troppe le battaglie quotidiane da combattere, soprattutto dentro di me, già troppa la fatica, già troppi i pensieri che si affollano nella mia testa. La rassegnazione, sicuramente un po’ vile, è stata per me, in questo momento, la sola opzione possibile. Da allora ogni giorno mi dico, per non sentirmi (troppo) in colpa, che se non altro, in questo modo, i miei figli vivranno la medesima esperienza – per come sono patologicamente incline io al senso di colpa, è facile che mi sarei addirittura sentita in torto verso Davide, in caso contrario. E accarezzo la mia cicatrice sbiadita, che presto tornerà rossa del mio sangue, dicendomi che in questo modo mi resterà per tutta la vita una traccia “solida” della permanenza dei miei figli dentro di me e del loro passaggio attraverso il mio corpo.

Perché, alla fine, è pur sempre dalla mia carne che saranno venuti fuori.

Guarda che sono due: intervista all’autrice Silvia Gianatti

silvia gianattiSilvia Gianatti è una giornalista, sceneggiatrice di fumetti e scrittrice. Ma soprattutto è una donna brillante e multitasking, madre (empatica!) di due figli (e di due cani…). Alla maternità ha dedicato due libri, “Guarda che è normale” e “Guarda che sono due”, uscito quest’estate per i tipi di Fanucci Editore. Una riflessione di rara sincerità sull’attesa e sull’arrivo del secondo figlio, priva di infiocchettamenti e censure, ma ben lontana, almeno secondo me, dal terrorismo psicologico che spesso investe le mamme che sfoggiano il secondo pancione.

Silvia ha accettato di rispondere ad alcune mie domande, e a me pare davvero che le sue parole spieghino molte cose che penso anche io, decisamente meglio di quanto avrei mai saputo fare io stessa. Buona lettura alle mamme bis, a quelle che “ci stanno pensando” e a quelle che sanno già che il loro cucciolo resterà unico.

Tu stessa, nel libro, confessi di esserti sentita molto fortunata perché hai avuto due figli dormiglioni: quanto pensi che possa avere inciso, questo, nella gestione di due fratellini così vicini per età? In altri termini, conta di più la fortuna, oppure l’organizzazione (e l’aiuto)?

Se non avessi dormito (o non dormissi) non sarei qui a sorridere. Sono stata fortunata, molto, perché è andato tutto bene. Ma ho anche fatto tutto quello che potevo fare per abituarli a dormire, a prendere il ritmo. Sinceramente? Era l’unica cosa davvero importante per me (con un po’ di sano egoismo) e quindi li ho fatti dormire (e ho potuto farlo perché non avevano nessun problema, nessun disturbo. La fortuna c’entra eccome. Ma anche il ciuccio.) Dormendo di notte potevo (e posso) sopravvivere di giorno. Fa tutta la differenza.

A proposito di differenza di età, nel libro offri consigli preziosi da questo punto di vista. Col senno di poi, aspetteresti più tempo per mettere in cantiere il secondogenito?
No. Penso che sia una distanza perfetta, ora che l’ho provata. Probabilmente per ogni mamma la distanza dei propri figli è perfetta. Ma io sono contenta di averli piccoli insieme: ora giocano, parlano, fanno la lotta, divertendosi più o meno allo stesso modo, con le stesse cose. Perché anche la grande è ancora piccola. Farli vicini è faticoso all’inizio (e per inizio intendo che lo è ancora, forse di più ora di prima, visto che lui ha due anni ed è nel classico momento “furia”). E anche per me, per una mamma, averli piccoli insieme vuol dire, certo, restare nel “tunnel” della piccolinitudine un po’ più a lungo. Ma poi uscirne e non doverci pensare più. Ci sono quasi!

Hai deciso (come me la seconda volta) di non conoscere il sesso dei tuoi figli durante la gravidanza. Come mai questa scelta?
La prima volta è stato un po’ per vivere la gravidanza con più curiosità. Il papà non è curioso, ma io sì, tantissimo. È stata una (divertentissima) tortura. È come a Natale, quando vorresti tantissimo sapere che cosa c’è nel pacchetto sotto l’albero, ma in realtà aspetti soffrendo fino al 25, perché non ti rovineresti mai la sorpresa che diventa quindi ancora più bella. Ma soprattutto perché non ero pronta ad avere un maschio, volevo solo una femmina, disperatamente una femmina e, se mi avessero detto “maschio” all’eco del terzo mese non credo l’avrei presa bene. Ho deciso di darmi nove mesi per abituarmi all’idea e prepararmi. E infatti in sala parto ero pronta ad avere un maschio, anche felicemente. L’urlo che però ho fatto quando mi han detto “femmina” ve lo racconto un’altra volta. La seconda volta quindi l’ho rifatto perché mi era piaciuto troppo vivere così la prima (e non avevo neanche più preferenze, è stato quasi facilissimo). L’emozione di scoprirlo in sala parto non è raccontabile. Ma è pazzesca.

guarda-che-sono-dueQuanto ha inciso l’essere una figlia unica nella tua scelta di avere due figli? E quanto la tua esperienza di figlia condiziona il tuo essere “madre di due”?
Ho sempre saputo che ne avrei fatti almeno due. Sono stata una figlia unica felicissima di essere da sola. Una bella infanzia, stracoccolata e al centro del mondo dei miei genitori. Eppure, ho sempre detto che ne avrei fatto più di uno. Perché mi incuriosisce quel che si può provare tra fratelli. Perché comunque ce la si racconti, un figlio unico è più solo di chi ha un fratello o una sorella. Anche da grande, anche se litighi. Non sarai mai da solo. Non ho sofferto di solitudine, ma sono da sola. Sono felice di sapere che loro no.

Cosa diresti a una mamma che vorrebbe un secondo bambino ma non trova il coraggio?
Che è la cosa più bella di tutte vederli insieme. Che il centro del nostro mondo, il nostro primo figlio, rimane lì, uguale dov’è. Ne arriva solo un altro, che si mette lì, tanto quanto. È un po’ più faticoso, un po’ più costoso anche. Ma meraviglioso non il doppio, di più.

Ti fermerai a due?
Sono poche le risposte certe che so dare, ma questa la so. Sì, mi fermerò a due. Ho sempre detto tre, prima. E ho cambiato idea. Forse perché ho anche due cani. Forse perché avendo avuto maschio e femmina romperei quello che mi sembra un equilibrio perfetto. Forse perché se è andata bene due volte non è che me la devo proprio andare a rischiare. O forse semplicemente perché sono stanca e ho bisogno di recuperare un po’ di spazio tutto per me. Bastava un sì, vero?

Se foste tra le poche a non conoscerlo ancora, correte a dare un’occhiata a Guarda che è normale, il blog di Silvia Gianatti

L’empatia delle madri. Che non esiste

Le prime, di solito, sono le nonne. La notizia di un nipotino in arrivo, specie se è il primo e se lo attendevano da tempo, le trasforma in delle perfette invasate, anche se prima erano sempre apparse persone di un certo equilibrio. Domande fin troppo personali, regali prematuri, progetti a lungo termine sulla vita del nascituro, consigli non richiesti di puericultura preistorica, appellativi morbosi all’indirizzo del “loro” bambino. Quella che fino a un attimo prima era una figlia o una nuora diventa semplicemente la madre del loro adorato nipotino. Pazienza se è infarcita di ormoni, spaventata, stanca e con un senso di inadeguatezza secondo solo al suo girovita. Le nonne parlano, agiscono, comprano, riferiscono, programmano, decidono, domandano. Senza chiedersi neanche per un attimo se il loro comportamento possa in qualche modo infastidire o far soffrire la gestante.

Poi, man mano che il tempo passa e il ventre lievita, arrivano le amiche, le conoscenti, le passanti. Il grande classico è il racconto del proprio parto, possibilmente corredato di particolari simil-scientifici su episiotomia, epidurale, emorragie e secondamento. Una volta, quando ero al terzo mese della mia prima gravidanza, una tizia che incontravo per la prima volta mi disse (cito testualmente, giuro che è la verità): “Ah, sei incinta? Io quando ho partorito ho pensato seriamente che sarei morta”. La variante preferita è quella sull’allattamento. Storie raccapriccianti su capezzoli purulenti, piagati, tumefatti, devastati. Fino a veri e propri casi di amputazione dell’intera areola ad opera del neonato vampiro.

Dopo il parto, la situazione non accenna a migliorare. L’allattamento non decolla e tu ti senti la peggiore delle madri? Non temere: incontrerai di certo la zia/cognata/vicina di casa/passante di turno pronta a spiegarti come crescono bene i bimbi allattati al seno, o a riferirti di quanta fatica stia facendo – poverina! – per togliere la tetta al suo marmocchio duenne. Tuo figlio cresce poco? No problem. In un batter d’occhio ti troverai circondata di genitrici entusiaste di sbandierare i percentili ipertrofici del loro frugoletto, che a 4 mesi veste come minimo la taglia 3 anni. Se poi il tuo neonato non ti fa dormire, come per magia appariranno intorno a te neomamme che non possono fare a meno di informarti che il loro angioletto di 9 settimane si spara 7 ore di sonno notturno consecutivo. Nella culla. In camera sua.

Moltissime madri, in parole povere, mostrano un’abilità impressionante nel dire a un’altra madre in difficoltà esattamente quella cosa che riesce a farla sentire ancora peggio. Tu vorresti un incoraggiamento, e ti arriva il paragone impietoso. Tu avresti disperatamente bisogno di un milligrammo di comprensione, e ti arriva la critica mascherata da consiglio amichevole.

Perché poi, al di là degli immancabili paragoni, la cosa peggiore è che spesso – molto più spesso di quanto avrei mai saputo immaginare “prima”, anche nel più pessimistico degli scenari – è che al confronto si aggiunge di solito l’insinuazione che ogni madre conosce.

Che la causa del problema, di qualunque natura esso sia, stia proprio nel comportamento materno.

Se l’allattamento non va come dovrebbe, forse è perché tu hai fatto/non hai fatto la tal cosa. Se il bambino non dorme, probabilmente non hai provato a fare/non fare la talaltra. E così via se il bebè non mangia, non cammina, si comporta “male”, non riesce a fare a meno del ciuccio/seno/biberon/pannolino, piange con gli estranei, non parla, non vuole andare all’asilo, eccetera eccetera eccetera. Insinuazioni molte volte fatte tra le righe, con educazione, in qualche caso finanche con ostentata dolcezza. Mascherate immancabilmente da opinioni imbevute di solidarietà.

Probabilmente, dirò di più, i commenti di questo tenore nascono spesso in buona fede e senza alcuna malizia (anzi, magari con le migliori intenzioni), ma sortiscono comunque, in molti casi, l’effetto opposto: far sentire una madre in crisi ancora più inadeguata e fallimentare di quanto non si sentisse prima del colloquio illuminante.

Perché quella delle mamme è in assoluto la categoria meno empatica con cui mi sia mai trovata a confrontarmi.

Eppure, basterebbe davvero poco.

Basterebbe chiedersi, prima di aprire bocca (oppure sospirare, alzare sopraccigli, stirare i muscoli facciali): come mi sentirei, IO, se dovessi lasciare mio figlio a mia madre/suocera e lei non facesse che sottolineare quanto suo nipote la adori “come una mamma”? Come mi sentirei, IO, se dopo un anno di notti insonni sentissi mia sorella sentenziare che “ho sbagliato a tenerlo nel lettone con me”? Come mi sentirei, IO, se la mia amica parlasse di un bambino molto simile a mio figlio come di un mammone, capriccioso o viziato (dopo che io mi faccio in quattro ogni giorno per renderlo una persona educata)?

Basterebbe ricordare che, anche se dette con le intenzioni migliori, le parole possono pesare come incudini e tagliare come cocci di vetro, specie se giungono a orecchie che vivono situazioni particolari, come la gravidanza, il puerperio o altre fasi delicate dell’avventura infinita della maternità. Che non tutti siamo uguali, che la sensibilità, la suscettibilità, l’insicurezza, variano considerevolmente da un individuo all’altro, e quello che a me scivolerebbe addosso potrebbe mandare in crisi un’altra persona (o viceversa).

Basterebbe ricordare, soprattutto, che una madre (e più in generale, una persona) in difficoltà, raramente è in cerca di consigli e “soluzioni”, per il semplice fatto che è molto raro che la risposta a questioni tanto personali come quelle implicate nella crescita di un figlio possa giungere dall’esterno. Una madre in difficoltà, di solito, chiede aiuto perché vorrebbe solidarietà, comprensione, compagnia, ascolto. Un abbraccio forte e una battuta scema, un bacio con lo schiocco e un “ti penso, tieni duro e passerà”. Il minimo sindacale di empatia, appunto.

E non una lezione di vita a buon mercato, che magari finisce col procurare più dubbi che risposte.

Gambe gonfie in gravidanza: rimedi naturali

gambe2La maggioranza delle donne in gravidanza, prima o poi, prova l’ebbrezza di sentirsi come un elefante in sovrappeso: caviglie gonfie, gambe pesanti e quella stanchezza che ti ricorda quanto sia impegnativo costruire un essere umano. Ritenzione idrica e difficoltà di circolazione sono infatti un classico, durante l’attesa – specie nell’ultimo trimestre. Se i sintomi si mantengono entro limiti fisiologici (un edema eccessivo, soprattutto a livello di piedi, caviglie e mani, può rappresentare un sintomo di preeclampsia, per escludere la quale è fondamentale controllare regolarmente la pressione arteriosa e i livelli di proteinuria), qualche semplice accorgimento e il ricorso ad alcuni rimedi naturali può aiutare ad alleviarli.

Intanto, per prevenire le gambe gonfie in gravidanza è importante usare scarpe comode, abbandonando i tacchi per qualche mese (nessun sacrificio, per la sottoscritta…) ma evitando anche calzature troppo basse come ballerine e scarpe da tennis. Aiuta molto anche stendersi più volte per qualche minuto nel corso della giornata, possibilmente tenendo i piedi più in alto rispetto al torace (ad esempio appoggiando le caviglie su una pila di cuscini o sul bracciolo di un divano). Per il riposo notturno, in particolare, può essere utile sollevare il materasso dalla parte dei piedi, inserendo una piccola “zeppa” o comunque uno spessore di circa 10/15 centimetri sulla rete o sotto i piedi del letto. È raccomandabile inoltre, in assenza di controindicazioni, una attività fisica moderata, come passeggiate, nuotate o sessioni leggere di ginnastica in acqua. Anche dei getti di acqua fresca possono contribuire a ridurre il fenomeno, ed è inoltre importante bere molto e garantirsi una adeguata disponibilità di sali minerali, attraverso la dieta o appositi integratori (attenzione invece al sale da cucina, che favorisce la ritenzione idrica e quindi va limitato il più possibile).

Venendo ai veri e propri rimedi naturali per le gambe gonfie in gravidanza, può arrecare sollievo l’uso di gel e pomate a base di componenti vegetali, con formulazioni specifiche per ridurre il gonfiore e dare una immediata sensazione di leggerezza alle gambe e ai piedi. Gli estratti di Rusco, Ippocastano e Vite rossa sono i più indicati per combattere questi sintomi, perché agiscono proprio riducendo l’edema e migliorando la circolazione. Anche l’Edera o il Mirtillo (utilizzato da sempre anche per la prevenzione delle vene varicose) sono indicati per questo scopo, in quanto favoriscono il microcircolo. Sostanze rinfrescanti come il mentolo e la canfora, invece, garantiscono una immediata sensazione di leggerezza e sollievo (ma attenzione a non abusare di oli essenziali durante la gravidanza, anzi: sarebbe meglio evitare completamente l’uso di quelli puri).

Le creme (o i gel) vanno sempre applicati con un leggero massaggio circolare dal basso verso l’alto, partendo quindi dal piede o dalla caviglia. Si consiglia di utilizzare i mariti/compagni/futuri papà per lo scopo ;)

Da qualche giorno sto utilizzando un biogel contenente Rusco, Ippocastano, Centella, Vite rossa e Menta piperita. Il prodotto, privo di petrolati, paraffine, petrolio, parabeni, PEG e profumi di sintesi, dà effettivamente una sensazione immediata ma persistente di fresco e leggerezza, riducendo stanchezza e gonfiore.

E voi? Conoscete altri rimedi naturali per le gambe gonfie in gravidanza?

Leggerezza

leggerezzaLa piuma impalpabile di un pulcino, un dente di leone da soffiare via esprimendo un desiderio, un cerchio di tulle bianco profumato di confetti alla mandorla.

Una striscia di pane sardo, un foglio di carta velina che si stropiccia se solo lo guardi, un ago lungo e sottile. Un piccolo foulard di seta consumato dal tempo. Una conchiglia microscopica, il fiore colorato di una buganvillea, una samara trasparente persa nel vento.

E poi un gomitolo di peli di gatto, un rametto secco che la linfa ha abbandonato per sempre. Una vecchia moneta di rame o di stagno, assottigliata dal tocco di mille dita. Un ciuffo di cotone grezzo, un lembo di cuoio talmente sottile da risultare trasparente se lo metti controluce. Il petalo di un fiore grande o piccolo, una di quelle patatine bianche che i supermercati spacciano per dietetiche.

Una spugna di mare.

L’ala di una farfalla, una carezza lieve, la scaglia di un pesce. Una scheggia di pomice.

Una nuvoletta di gambero del ristorante cinese, la cialda di un biscotto della fortuna del ristorante cinese. Una cialda qualsiasi, appena sfornata. Un foglio di alluminio lucente. Un’ostia, magari sconsacrata. Una manciata di paglia, un filo d’erba. Una garza sterile, una capsula di ovatta che non è stata ancora compressa. Il guscio di un uovo di quaglia.

La pelle vuota di una lucertola che il sole ha asciugato da tutti i suoi umori. Un palloncino riempito con l’elio, una lente a contatto, la chela di un granchio.

Il bacio di un bambino.
Qualcuno di voi sa dirmi quanto costa un grammo di leggerezza?

Questo pacco di coscienza
come lo sento, mi dedico a tutti
con la mia riconoscenza
io li abbraccio e mi sgomento
c’ho anche un cane gatto come son contento
(G. Gaber, La leggerezza)

Inserimento al nido, graduale o brusco: chi (diamine) ha ragione?

Assodato che si tratta di un’esperienza in ogni caso utile per il bambino (anche se poi le generalizzazioni sono talvolta fuorvianti). Dando per scontato che l’autonomia scolastica sia un caposaldo dell’istruzione libera e moderna. Con la ferrea convinzione che ognuno debba fare il suo mestiere, e che famiglia e scuola debbano essere il più possibile alleate, senza ingerenze reciproche, contrapposizioni e confusione di ruoli. Consapevole che affidare il proprio figlio piccolo (e non ancora parlante) a delle persone fondamentalmente sconosciute costituisce sempre, a prescindere dagli attori coinvolti, dalle situazioni e dalle metodologie, un atto di grande fiducia da parte di un genitore.

Detto e ribadito quanto sopra, io non posso comunque fare a meno di chiedermi come sia possibile che esistano visioni così differenti di una procedura tanto delicata e cruciale come l’inserimento di un bambino al nido (e, in una certa misura, alla scuola materna).

Da una parte, i duri e puri dell’approccio graduale e “morbido”, che in qualche caso si spinge fino al paradosso di costringere madri e padri che lavorano a rimanere accanto al figlio anche quando si mostra ormai perfettamente “inserito”, o di impedire al bimbo stesso, che mostra in tutti i modi di volerlo, di rimanere a scuola per l’intera giornata (perché i protocolli vengono applicati con un rigore sovietico che non tiene conto della reazione del bambino stesso).

All’estremo opposto, la filosofia del distacco “brusco”, che esclude fin da subito la presenza in aula di un intermediario (genitore o altra figura di riferimento), che prevede che il piccolo reticente venga strappato con la forza dalle braccia materne e resti in ogni caso solo in classe per il tempo stabilito, a prescindere dall’intensità della sua reazione.

Da un lato gli articoli che criticano l’inserimento infinito “all’italiana”, reo secondo alcuni di assecondare l’eccessiva apprensione delle madri nostrane e di contribuire ad allevare generazioni di bamboccioni, mammoni, smidollati, e chi più ne ha più ne metta (e giù lodi sperticate di quei paesi stranieri dove la pratica dell’inserimento è sostanzialmente sconosciuta). Dall’altro, schiere di educatrici che giurano, sulla base della loro esperienza pluriennale, che un approccio graduale e personalizzato sia fondamentale addirittura per il destino a lungo termine dei rapporti del piccolo studente con la scuola, di ogni ordine e grado.

Nel mezzo, come sempre, noi genitori. Che non siamo tenuti ad essere esperti di pedagogia infantile (non sarebbe il nostro ruolo, d’altra parte). Che spesso siamo bersaglio di opinioni divergenti e non richieste da parte di familiari, conoscenti e di altri genitori, più o meno avvezzi all’esperienza asilo-nido. Che, volenti o nolenti, siamo costantemente esposti al confronto con i figli degli altri (“il mio non ha mai pianto”, “le maestre di mio figlio non la pensano così”, eccetera eccetera). Che siamo chiamati, come si diceva all’inizio, a un atto di fiducia importante nei confronti di educatori, insegnanti, etc. E, soprattutto, che abbiamo a che fare ogni giorno, tutto il giorno, con i nostri bambini, gli unici a cui, in definitiva, siamo e saremo chiamati a rispondere delle nostre scelte e dei nostri comportamenti.

A chi dare ascolto? Come districarsi tra metodologie e punti di vista in così aperta contrapposizione? Come fare per garantire ai propri figli la certezza di un trattamento rispettoso della loro peculiare personalità e davvero utile, senza però sconfinare nell’iperprotettività e nella paranoia?

In attesa di risposte certe, che a questo punto potrà darmi soltanto mio figlio, so solo che mi manca tantissimo don Milani.

 

 

Il bestiario della mamma

Foto Wikipedia (©pubblico dominio)

Foto Wikipedia (©pubblico dominio)

Le mamme hanno rospi giganteschi da ingoiare – ogni giorno – e sorci verdi da cacciare in trappola.

Hanno cavalli alati da immaginare (e fare immaginare) e lupi senza colpa da assolvere, finalmente.

Le mamme hanno formichine per fare il solletico e uccellini per confidare i segreti più segreti.

Hanno topolini che trasformano i denti da latte in monete luccicanti, e api e farfalle per rispondere a certe domande imbarazzanti.

Le mamme hanno lucciole per rischiarare le notti troppo buie e orsacchiotti con la pancia tonda per scacciare la malinconia che non se ne va.

Hanno draghi da ammazzare, che spesso sono solo nella loro testa.

Insetti ronzanti da ignorare e pungiglioni aguzzi da schivare.

Le mamme hanno chiocce tiepide da imitare (ma non troppo) e pesciolini da chiamare a raccolta all’ora del bagnetto.

Coccodrilli e oranghitanghi da cantare, gatti da mettere in fila per sei,  elefanti da far dondolare all’infinito sopra il filo di una ragnatela.

La vita delle mamme, che amino o meno gli animali, a volte somiglia a un bestiario, stracolmo di amore, di sogni, paure e di tanta, tanta fantasia.

Austria: un weekend lungo sulle Alpi Carniche, in family hotel

(Clicca sulle immagini per ingrandirle)

terrazzinoImmaginate di essere, insieme alla vostra famiglia, un’appassionata viaggiatrice, che amiate raccontare le vostre avventure e che vi venga offerto all’improvviso un piccolo prolungamento delle tanto agognate vacanze estive, in un contesto che amate (l’alta montagna), in un paese che conoscete ancora poco (l’Austria) e in una struttura ricettiva pensata appositamente per le famiglie con bambini (e dotata di SPA).

Capirete facilmente il mio entusiasmo nell’accettare l’invito della catena alberghiera Falkensteiner, specializzata nella ricettività per famiglie, che mi ha chiesto di raccontare, con la complicità di Davide e di suo padre, la nostra esperienza nel suo family hotel Sonnenalpe, in Carinzia. Detto, fatto: biglietto preso e valigie fatte, dal 12 al 15 settembre siamo stati tutti ospiti (grazie mille, davvero!) di questo albergo di montagna. Ecco come è andata.

vistaLa località
Il comprensorio sciistico di Nassfeld-Pramollo, a 1.500 metri di altitudine, si trova a pochi chilometri dal confine con l’Italia, nella cornice fatata delle Alpi Carniche. Qui gli amanti degli sport invernali potranno trovare “neve per i loro sci”, ma anche in estate il territorio offre una miriade di opportunità per tutte le tipologie di viaggiatori: piccoli e grandi, pigri e atletici, allenati e fuori forma (ma di questo parleremo in un post dedicato). Di certo si tratta di una zona tranquilla, in cui godersi una pausa di totale relax al cospetto di incantati boschi di conifere e alpeggi che ospitano placide mandrie al pascolo. Vi sveglierete dolcemente al suono dei campanacci delle vacche e potrete, se vi va, far vagare lo sguardo per ore sulle idilliache cime alpine che incorniciano l’area.

L’albergo
La catena di strutture ricettive Falkensteiner comprende – ma non solo – diversi family hotel, pensati in modo specifico per rispondere alle esigenze delle famiglie con bambini di tutte le età. Il Falkensteiner Sonnenalpe di Nassfeld, dove ho alloggiato con la mia famiglia, era ovviamente uno di questi.

palline

Questo significa non solo avere a disposizione tutto l’occorrente per la permanenza dei più piccoli (seggioloni, fasciatoi, bavaglini, stoviglie, giochi, etc), ma essere ospitati in una struttura in cui l’approccio generale è “famiglia-centrico”. Tutto è concepito per accogliere anche gli ospiti più giovani, dagli arredi delle camere (interruttori ad altezza bambino, lavabo aggiuntivo più basso, doppia maniglia per le porte, etc) all’offerta gastronomica (menu dedicati, con diverse possibilità di scelta, buffet per i bambini ai pasti, pappe per i bimbi in fase di svezzamento, disponibilità di scaldabiberon, scovolini etc), alle attività proposte (escursioni per famiglie e un programma quotidiano di attività indoor e outdoor per i bambini dai 3 anni di età). E poi, volete mettere, il personale e la stessa clientela – noi abbiamo trovato quasi esclusivamente famiglie austriache e tedesche – sono perfettamente abituati ad avere a che fare con i bambini piccoli. Se vostro figlio dovesse essere colto da una terribile crisi di pianto, saprete che nessuno storcerà il naso, semplicemente perché vive la medesima cosa con la sua stessa prole, o perché lavora quotidianamente con quegli adorabili mostriciattoli sotto il metro di altezza.

hallA mio parere – e lo avevamo già sperimentato in Trentino lo scorso anno – si tratta del compromesso ideale tra il villaggio (che personalmente trovo una soluzione troppo “chiusa” e asettica, quasi ghettizzante, spesso collocata in contesti isolati e organizzata in modo da tenere gli ospiti quasi esclusivamente al suo interno), il classico albergo (che non sempre va incontro alle esigenze dei viaggiatori minuscoli, anche perché c’è il rischio di suscitare il malumore di chi viaggia senza figli) e l’appartamento/residence (sicuramente il massimo in termini di autonomia e flessibilità, ma anche l’opzione più faticosa nella gestione: tocca cucinare, pulire, riordinare, etc).

A parte la connotazione “family”, il Falkensteiner Sonnenalpe è un grande albergo che coniuga lo stile alpino tradizionale con il design più moderno, dotato di un’area SPA di 1.700 metri quadri (vedi oltre), ristorante, piscine, bar, area gioco per i bambini e una hall immensa. La nostra stanza era un bellissimo appartamento per famiglie, circa 40 metri quadri organizzati in diversi “angoli” (il salottino, la camera da letto, la cameretta, il terrazzino, etc), ma esistono soluzioni diverse a seconda delle esigenze – e delle disponibilità economiche – degli ospiti. Decisamente confortevole pure per i “grandi”, insomma, anche se per quanto mi riguarda rimane una soluzione ideale soprattutto per chi ha con sé dei bambini, se non altro perché i mini-viaggiatori costituiscono una discreta percentuale degli ospiti dell’albergo e sono, di conseguenza, quasi dappertutto.
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