Mia madre

mia madreMia madre doveva essere un maschio, dopo due sorelle nate in tempo di guerra nel giro di appena un anno solare. Una colpa, quella di essere venuta al mondo priva di quella piccola ma indispensabile appendice tra le gambe, che in un certo senso si è portata dietro per tutta la vita, come se tutto quello che facesse (o non facesse) dovesse servire soltanto a farsi “perdonare” da chi pretendeva un erede maschio e invece ha partorito lei.

Mia madre, a conti fatti, ha passato la sua intera esistenza a cercare di espiare una colpa che non ha mai avuto (e poi tutte quelle, altrettanto inesistenti, che le hanno o che si è successivamente attribuite).

Mia madre ha fatto il liceo classico. E poi, per qualche breve tempo denso di paura, tensione e un senso di responsabilità insostenibile, ha frequentato l’università, senza mai finirla. Anche se nessuno le ha mai pagato uno stipendio vero e proprio, negli anni ha assistito intere generazioni di bambini nei compiti di scuola, ha allevato, oltre a me, i figli delle sorelle e dei nipoti, ha sopportato accudito sua madre fino al giorno della sua morte, badato a zii anziani e incontentabili, sbrigato commissioni quotidiane – le code dal medico, in banca, al Comune, alla posta, in farmacia, e poi gli acquisti, le bollette, le tasse da pagare etc – in vece di familiari, vicini di casa e conoscenti vari. Sospetto che lei non ne abbia idea, ma un sacco di gente, in tutto il mondo, si guadagna da vivere (probabilmente meglio di me) facendo quello che lei fa gratuitamente da cinquant’anni.

Mia madre non se n’è, credo, mai resa conto, ma è la persona che suscita in me le reazioni emotive più intense, nel bene e nel male. Nessuno è mai stato in grado di farmi arrabbiare come lei, né di accendere in me altrettanta tenerezza, solidarietà o compassione. E questo accade forse perché lei e io abbiamo in comune un sacco di cose. Il punto è che si tratta quasi sempre dei lati più spinosi della nostra personalità, di quelli che ti fanno (e fanno) soffrire. L’insicurezza profonda, l’inclinazione al vittimismo e al senso di colpa, la paura insormontabile di non essere amate. La costante necessità di dimostrarci all’altezza di standard che imponiamo da sole. Un senso del dovere al limite del patologico, la totale e cronica assenza di leggerezza. L’amore edipico verso i nostri rispettivi papà.

Mia madre e io, in un certo senso, condividiamo la stessa peculiare sensibilità. Una fragilità quasi patologica che ci impone, per non soccombere, di essere più forti di quanto sarebbe necessario.

Mia madre è stata (ed è) una madre molto indulgente, per quanto non troppo empatica. Una madre devota e tenera, anche se a tratti eccessivamente emotiva. Convenzionale, ma disposta a rassegnarsi, non senza qualche strappo, a cose che non sapeva comprendere e che non era in grado di accettare istintivamente. Una madre sensibile e incline a commuoversi, ma capace talvolta di esprimere una insospettabile, e spesso necessaria, durezza. Ha avuto molte aspettative, e anche se è sinceramente convinta di averle sempre taciute in nome del mio diritto alla libertà e all’autodeterminazione, in fondo non è riuscita a nasconderle così bene come crede.

Mia madre ha sicuramente dato molto più di quanto abbia mai ricevuto. A me, in primis, ma anche a tutti gli altri. Per dirla con le parole di un figlio molto più bravo di me, il martirio è il suo mestiere, la sua vanità. In effetti è un suo diritto, e forse va bene così.

Mia madre è stata, in definitiva, la sola madre che fosse in grado di essere, e quindi, senza alcun dubbio, la migliore possibile. Io ho dovuto mettere al mondo un figlio a mia volta per rendermene conto. E spero con il cuore che ne sia davvero consapevole anche lei.

 

#allattaserena anche mentre sei incinta: la mia esperienza di allattamento in gravidanza

#allattaserenaQuando ho scoperto di essere incinta per la seconda volta, il mio primogenito aveva circa 13 mesi e lo allattavo ancora. Si trattava di un allattamento per così dire residuale, soltanto notturno e associato a un’alimentazione ormai “da grande”, ma comunque ancora molto importante per BigD, non tanto per ragioni strettamente nutritive (anche se mio figlio non ha mai assunto altro latte a parte il mio), quanto per una questione di contatto fisico, relazione madre-figlio e rassicurazione.

Neanche per un attimo, quindi, ho pensato di pretendere che lui rinunciasse all’improvviso a questo rito così speciale, solo perché ero in attesa di un fratellino. La decisione di continuare ad allattarlo, aspettando che lui fosse naturalmente pronto per staccarsi dal seno (non me la sarei comunque sentita di continuare dopo il parto con un allattamento in tandem) è stata immediata e incontrovertibile. Personalmente, non ho sentito neanche l’esigenza di informare in dettaglio il ginecologo che mi sta seguendo durante la gravidanza. Tutto quello che ho fatto è stato continuare a fare esattamente come prima, assicurandomi con regolari controlli del sangue che il mio organismo reggesse senza problemi al doppio impegno simultaneo.

L’allattamento di Davide è proseguito per quasi cinque mesi dopo l’inizio della mia seconda gravidanza, senza che questo costituisse mai un problema per il mio corpo. La scelta di interromperlo è arrivata solo quando mio figlio sembrava effettivamente “pronto” (infatti è stata praticamente indolore), le poppate notturne si erano progressivamente ridotte e, soprattutto, si avvicinava il momento in cui lui avrebbe dovuto ammortizzare altre novità importanti, dall’inserimento al nido all’arrivo del fratello/sorella, per cui mi sembrava giusto proporgli un solo cambiamento per volta.

Eppure, la mia scelta di proseguire con l’allattamento al seno anche durante la gravidanza ha suscitato un certo stupore, se non proprio qualche preoccupazione, in alcune persone vicine. In effetti, l’erronea convinzione che una donna che si scopre incinta debba immediatamente smettere di allattare resiste ancora, nonostante le recenti evidenze scientifiche che escludono, in linea generale, rischi per la salute della gestante e del feto, oltre che del lattante.

A dirlo, ovviamente, non è solo e non è tanto la mia esperienza (e quella di molte altre madri), ma diversi documenti scientifici, tra cui un recente comunicato del Ministero della Salute che riporta le conclusioni del Gruppo di studio sull’allattamento al seno della Società italiana di medicina perinatale (SIMP) e del TAS (Tavolo tecnico operativo interdisciplinare per la promozione dell’allattamento al seno) dello stesso Ministero della Salute.

In pratica, secondo gli esperti «non è documentato in letteratura un aumentato rischio di aborto nelle madri che allattano durante la gravidanza, né che la suzione al seno collegata all’allattamento possa determinare parto pre-termine per attivazione delle contrazioni uterine». In un paese come l’Italia, in cui le donne gravide sono generalmente sane e ben nutrite, non esiste inoltre «un aumentato rischio di ritardo di crescita intrauterino né di malnutrizione materna». Gli studiosi ricordano che occorre comunque fare attenzione, soprattutto in situazioni particolari – donne adolescenti, condizioni di malassorbimento, presenza di patologie croniche, etc – e che è fondamentale monitorare lo stato di salute di mamma, bambino e lattante attraverso i normali controlli medici periodici.

Quanto a me, rammento con un senso di particolare “pienezza” quei mesi in cui il mio corpo di mammifera ha mostrato al massimo le proprie potenzialità, crescendo una piccola vita nel profondo di sé e contemporaneamente continuando a distillare nutrimento e amore liquido per il mio bambino già nato. Per la sottoscritta è stata una scelta istintiva e naturale, ma chi avesse dei dubbi può rivolgersi a una consulente professionale per l’allattamento, preparata a rispondere a tutte le domande del caso, fornire indicazioni e consigli aggiornati (ci si può rivolgere, ad esempio, ad esempio, alla Leche League o alle consulenti IBCLC). In qualche caso, potrebbe essere utile sostenere la lattazione con un integratore naturale a base di sostanze galattogoghe come la galega, il finocchio, il cardo mariano o il fieno greco.

L’importante, come sempre, è che ogni decisione sia presa nella totale autonomia e con la massima serenità, ricordando che si tratta di un fatto privato tra madre e bambino.
[Questo post partecipa alla campagna #allattaserena in collaborazione con LactogalPlus, integratore che favorisce la montata lattea e la secrezione di latte grazie alla presenza di Galega]

Fascia elastica QualiMaternity: recensione

fascia qualimaternity[Post sponsorizzato]

La chiamano dolce attesa, ma negli ultimi mesi somiglia di più ad un “andarsene in giro con un cocomero enorme sotto il maglione”. Pubalgia, affanno, gambe gonfie e, naturalmente, un mal di schiena che può diventare estenuante. Per questo, nonostante non ami troppo sentirmi “costretta”, quando nell’ultimo trimestre di gravidanza mi hanno proposto di provare la fascia elastica QualiMaternity (prodotta dall’azienda italiana Qualiteam, specializzata in fasce elastiche e supporti post operatori e molto presente anche sul mercato estero) ho accettato volentieri.

Le fasce, realizzate in un materiale privo di lattice e dotate di una ampia chiusura regolabile in velcro, sono disponibili in diverse misure (a seconda della circonferenza della pancia) e in due altezze diverse: 10 o 16 cm. Io ho avuto la possibilità di provare entrambi i modelli di supporto QualiMaternity e personalmente ho preferito di gran lunga la fascia più alta, quella da 16 centimetri. L’ho trovata più “avvolgente” e mi è parso che offrisse un sostegno maggiore alla mia zona lombare, aiutandomi soprattutto ad assumere una postura più corretta.

La cosa migliore di questo prodotto, secondo me, è la praticità: a differenza delle classiche panciere a mutandina, trattandosi di una vera e propria banda elastica, può essere indossata e tolta in qualsiasi luogo e in pochi secondi, senza dover per forza cercare un luogo adatto in cui svestirsi completamente. Accettabile anche la vestibilità, ma va detto che sotto gli indumenti più sottili o aderenti risulta inevitabilmente visibile, soprattutto in corrispondenza della chiusura. Continua a leggere

10 cose che auguro a mio figlio che sta per nascere

10 cose che auguroBastare sempre a te stesso
Perché la felicità e la realizzazione, contrariamente a quello che pensano in molti, non hanno niente a che vedere con il luogo in cui si vive, le persone che si frequentano, il lavoro che si ottiene, i viaggi, la vita sociale, le possibilità economiche. E neanche con l’amore e con la famiglia. La felicità è una condizione intima dell’essere umano, che ha moltissimo a che fare con l’idea che si ha di se stessi. Per questo ti auguro, figlio mio, di stare sempre bene in tua compagnia, e di trovare in te, e solo in te, il motivo per sentirti completo e soddisfatto ogni giorno.

Non essere mai solo
No, non è in contraddizione con il punto precedente. Ti auguro di avere sempre qualcuno accanto non per rispondere a un bisogno, o per completarti in qualche modo. Ma perché è solo insieme agli altri che si fabbricano quei ricordi per cui vale la pena invecchiare. E che si diventa ogni giorno migliori.

Coltivare la memoria
Un uomo senza memoria è un uomo senza futuro. Per questo spero che saprai sempre custodire in te il ricordo di quello che sei stato, senza mai trasformarlo in rimpianto. Goderti la malinconia più dolce evitando che si trasformi in nostalgia. Sapere sempre chi eri per capire ogni giorno di più che tipo di persona vuoi diventare.

Ricercare la diversità
Ti auguro con tutto il cuore di fare continuamente esperienza del diverso, del nuovo, dell’altro da te. Anche se a volte ne avrai paura, ti sentirai solo o addirittura “sbagliato”. È dalla ricchezza della diversità che si distilla il sale della vita. Le cose migliori che ti capiteranno, probabilmente, saranno merito di persone molto diverse da te.

Circondarti di bellezza
La bellezza autentica è tutt’altro che effimera. È forse l’unica cosa che davvero ci consegna all’eternità. Allora spero che potrai scorgerla sempre intorno a te (e dentro di te), nei riflessi del cielo e nelle vene del marmo, nello sguardo di un vecchio e nella luce del mare. Perché a volte sarà proprio questo – uno sprazzo di bellezza nel grigio del tempo – a salvarti dai sentimenti più insidiosi.

Restare integro
Anche quando questo significherà vedere calpestato un tuo diritto, trovarti svantaggiato dinanzi a un disonesto, doverti apparentemente piegare di fronte a un’ingiustizia. Perché l’opinione che avrai di te stesso sarà il solo giudice di cui dovrai ascoltare davvero la sentenza, alla fine di ogni giorno e alla fine dei tuoi giorni. E non c’è niente, fidati, per cui valga la pena perdere il rispetto di se stessi e la propria libertà.

Avere fede
In un dio, in un’idea, in una persona. In un principio o in un sentimento. Semplicemente in te stesso. Perché vivere credendo in qualcosa non è semplicemente più facile, ma è il solo modo per trovare un senso, per elevarsi dalla mediocrità, per non rassegnarsi mai a quello che non ci piace, che non funziona, che non è giusto.

Vivere tante volte
Attraverso le pagine di un libro, l’oblò di una nave che salpa verso una destinazione lontana, i personaggi di un dipinto appeso nella sala di un museo. Vivere le vite degli altri, scoprire altri tempi e altri luoghi, avere una routine da spezzare ogni tanto. Divampare al fuoco del desiderio di conoscere, di sperimentare, di vedere.

Avere coraggio e avere paura
Trovare il coraggio di rischiare, di ricominciare, di fare un altro tentativo, di partire, di osare. Trovare il coraggio di sbagliare, soprattutto, perché ci sono cose che si imparano soltanto attraverso i propri errori. Ma concedersi anche di avere paura, di assaporare l’odore atavico della propria adrenalina, che più spesso di quanto si possa pensare è tutto ciò che ci salva dalla catastrofe.

Saperti perdonare
Lo vorrei per te perché per me è sempre stata questa la cosa più difficile. Ti auguro con tutto il cuore di amarti sempre, anche e ancora di più quando sbaglierai. Il che non significa che dovresti concederti qualsiasi cosa, o negare le tue responsabilità di fronte a quello che andrà storto in conseguenza delle tue azioni, ma solo permettere a te stesso di non essere sempre perfetto, e soprattutto dare il giusto valore alla tua stessa buona fede. E se a volte proprio non dovesse riuscirti, pensa a tua madre, dovunque sarà in quel momento. E ricorda che lei, senza il minimo dubbio, ti avrebbe perdonato in ogni caso. Con tutto il suo cuore.

Parto: 8 prodotti green da mettere nella valigia per l’ospedale

valigiaLa valigia per l’ospedale: un vero e proprio must per le mamme che si avvicinano al momento del parto. Per qualcuna, a dire il vero, qualcosa di molto simile a un’ossessione, che spesso finisce per somigliare più alla borsa di Mary Poppins che al bagaglio necessario per un ricovero di pochi giorni.

Se volete provare a rendere il vostro parto più “leggero” e naturale (anche se avrete un cesareo…), ecco qualche suggerimento utile sui prodotti green per la mamma e per il bambino da inserire nella valigia per l’ospedale.

Assorbenti post partum in 100% cotone organico
Che si faccia un parto naturale o si subisca un cesareo, diciamo che la “zona interessata” è già messa a dura prova dalle vicende del parto. Meglio, allora, evitarle il contatto con materiali plastici, sbiancanti chimici e profumi aggressivi. Io utilizzerò gli assorbenti post partum Organyc Maternity, in cotone biologico 100% (lo strato impermeabile a contatto con gli slip è in MaterBi, un materiale biodegradabile e compostabile), ipoallergenici e traspiranti.

coppette lavabili

Coppette assorbilatte lavabili
Sono pratiche (si lavano in lavatrice e assorbono più di quelle usa e getta), sicure (non si appiccicano alla pelle, non irritano e non infiammano) ed economiche. Io ho scelto un modello in bambù color naturale di diametro piuttosto ampio. Acquistate su Amazon (15 euro per 12 coppette). Il retro è in tessuto impermeabile.

Sapone intimo ecologico
Non sono certo io a dovervi dire quanto sia importante l’igiene intima in un momento particolare come il post partum (non che di solito non lo sia, eh!). Evitare detergenti troppo aggressivi o profumati può essere una buona idea, specie per chi ha la pelle molto delicata. Io ho optato per il detergente intimo Equilibra a base di Aloe, che ha una formulazione accettabile (anche se non tutta verde) e che ho già provato in passato con buoni risultati. Chi ha subito un’episiotomia dovrebbe comunque affidarsi ai consigli delle ostetriche per la detersione intima nel periodo che segue il parto.

body bioBody neonato in cotone organico
L’ideale per la pelle delicatissima del neonato, che non ha mai sperimentato il contatto con alcun tipo di tessuto o sostanza chimica. Zero residui tossici, niente pesticidi, nessun colorante potenzialmente allergenico. Io avevo già i body di Davide della linea crescendo Coop, che ovviamente riutilizzerò con suo fratello/sorella.

Olio ecologico per il seno
Che sia o meno la vostra prima gravidanza, è sempre meglio procurarsi un prodotto che aiuti a lenire i fastidi iniziali dell’allattamento. L’importante è che sia una formulazione il più possibile naturale, che non finisca col disidratare ulteriormente la pelle e che soprattutto non nuoccia al neonato. Forte della prima esperienza con Davide, io ho optato per l’Olio Vea, a base di vitamina E al 100% (utile anche in caso di pelle screpolata per mamma o bebè).

Pannolini, salviette e pomata ecologici
La maggioranza degli ospedali, anche se c’è il rooming-in, fornisce l’occorrente per il cambio del neonato. È andata così anche quando è nato Davide, peccato che il giorno delle dimissioni me lo abbiano restituito con un forte arrossamento sul sederino (l’unico della sua vita, per fortuna!). Per questo, stavolta, conto di utilizzare fin da subito i miei prodotti, sperando che la pelle del mio secondogenito/a reagisca alla grande come quella di suo fratello.

fascia

Integratore naturale per l’allattamento
Non è indispensabile, ma può aiutare, anche dal punto di vista psicologico, avere con sé un prodotto che favorisca naturalmente la lattazione. Sul mercato ne esistono di diversi tipi e in diverse formulazioni (capsule, tisane, etc). Di solito, i componenti sono estratti vegetali noti per le loro proprietà galattogoghe, come finocchio, cardo mariano, la galega e il fieno greco. In attesa della montata lattea, per me è incoraggiante sapere di poter contare su un piccolo aiuto da parte della natura.

Fascia portabimbo in cotone organico
Portare i bambini fin dalla loro nascita è un modo molto naturale di “proseguire” la gestazione anche dopo il parto, aiutando il neonato ad abituarsi con gradualità alla vita extrauterina. Io ho preso per il mio secondogenito/a una fascia elastica Tricot Slen in cotone bio, adatta proprio per i neonati (nei mesi successivi conto di utilizzare il marsupio ergonomico tanto amato da Davide). Ora non mi resta che imparare a usarla ;)

Ridatemi Mollica (Davide e la televisione)

Davide a Bucarest mentre guarda Spongebob in romeno. Almeno quello gli piaceva.

Davide a Bucarest mentre guarda Spongebob in romeno. Almeno quello gli piaceva.

In casa Mamma Green la tv si guarda senza eccessivi pregiudizi, anche se con una certa moderazione. A me e al papà di BigD piacciono moltissimo i film, le serie tv e lo sport, di cui siamo spettatori assidui per quanto non maniacali. Per una questione se non altro di coerenza, dunque, ci è parso fuori luogo porre veti categorici all’indirizzo di nostro figlio, a cui da qualche mese viene concesso, senza esagerare, un po’ di svago quotidiano davanti allo schermo. D’altra parte, crediamo che nell’ambito di una varietà di proposte di intrattenimento abbastanza ampia (dai giochi ai colori, dalle passeggiate al parco alla bicicletta, senza ovviamente trascurare il nido mattutino) un po’ di cartoni animati non possano nuocere poi così tanto.

Fin qui niente di diverso, penso, da quello che accade nella maggioranza delle abitazioni italiane.

La stranezza – perché quando si tratta di mio figlio difficilmente le cose assumono una connotazione “media” o, come si suol dire un po’ impropriamente, normale – è che Davide mostra verso i programmi televisivi un senso critico anomalo e insolitamente sviluppato (a tratti, diciamolo pure, insopportabile).

Tra digitale terrestre e Sky ha ha disposizione almeno una decina di canali tematici tra cui scegliere, ma di norma siamo fortunati se gliene va a genio uno. E per non più di pochi minuti di seguito, per giunta.

La scena tipica è questa:

“Davide, ti va se guardiamo un po’ di tv?”

Entusiasmo e felicità. Saltelli ed esclamazioni (disarticolate) di gioia.

Lui prende i telecomandi e li porta al genitore di turno.

Cominciamo con la tv a pagamento, dal canale 603. Lui osserva per non oltre 40 secondi, dopodiché inizia a scuotere il capo con severità e a riportare le mani dell’adulto sul telecomando, facendo chiaramente capire che la trasmissione non è di suo gradimento e che bisogna assolutamente e con estrema urgenza cambiare canale.

La scena si ripete invariata per l’intera piattaforma per bambini di Sky, di solito con un crescendo di insofferenza da parte del piccolo spettatore, che finisce puntualmente per spendere l’unica parola che conosce (“NO!”) per esprimere con maggiore chiarezza il proprio disappunto. Oppure per appropriarsi del telecomando nel tentativo di cercare qualcosa che sia di suo reale gradimento.

A quel punto, il malcapitato genitore passa, con le speranze già ridotte al lumicino (e maledicendo il momento in cui ha avuto l’idea brillante di proporre la televisione), ad esplorare il palinsesto del digitale terrestre, augurandosi di avere maggiore fortuna. Altri 4 o 5 canali, che normalmente vengono bocciati con sdegno e senza appello dal critico televisivo in erba. Abbiamo in casa il novello Paolo Mereghetti e nessuno ci aveva avvertito.

Fonte: Cinegiornalisti.com

Fonte: Cinegiornalisti.com

La verità è che l’unica cosa che piace davvero a mio figlio è un cartone animato mezzo canadese pieno di cagnolini supereroi, di cui ovviamente conosciamo a memoria tutti gli episodi. Se non lo mandano in onda – e a differenza di ben note serie di argomento suino, l’eventualità è abbastanza probabile – l’insuccesso, e la frustrazione, sono assicurati.

Inutile che stia qui a dirvi che questi benedetti cartoni animati non si trovano su Youtube, né in DVD né su qualunque altro circuito esistente.

Giuro che certi giorni mi manca tanto Mollica. Il “critico” cicciottello del TG1 che recensisce film, dischi e quant’altro. E che mai, in vita mia, ho sentito stroncare un’opera qualsiasi, fosse anche il più grande successo dei Jalisse in lingua spagnola. Giuro che se continua così faccio sparire il televisore. E pazienza per True Detective e Game of Thrones.

10 cose che vorrei dire al mio gatto

10 cose dire gattoSo bene che mi ami, non c’è bisogno che tu mi morda il naso di continuo per ricordarmelo.

Ti sono davvero grata per l’esclusivo privilegio che mi concedi ogni giorno, ma davvero non mi offenderei se qualche volta visitassi la lettiera quando io non sono nel bagno.

L’aspirapolvere non è uno dei quattro Cavalieri dell’Apocalisse.

Non c’è proprio niente di interessante nel guardare un’umana seduta sulla tazza del gabinetto.

Se le implorazioni dinanzi a un salmone sono tutto sommato accettabili per la tua dignità felina, gli sguardi compassionevoli rivolti a finocchi, uva e foglie di lattuga ti rendono davvero poco credibile.

La tua coda non è commestibile.

I fogli di carta non sono delle brandine per gatti molto ma molto sottili.

La vendetta trasversale è un atteggiamento esecrabile: se hai delle questioni in sospeso con mio figlio o con suo padre, non vedo perché mai tu debba risolverle azzannando la sottoscritta.

Le quattro di mattina non esistono, anche se tu ti ostini a credere il contrario.

Sono fierissima delle tua abilità nella caccia alla mosca, ma mi sentirei alquanto sollevata se potessi evitare di distruggere mezza casa ad ogni battuta.

Riflessioni sparse sulla (in)dipendenza dei figli (e dei loro genitori)

[Spoiler: in certi passaggi di questo post sembrerò forse antipatica a qualcuno, ma vi giuro che non intendo giudicare nessuno]

indipendenzaCrescere figli autonomi e indipendenti. Sembrerebbe questa la nuova priorità delle italiche madri, finalmente affrancate dal modello insopportabile di mamma chioccia che stira le camicie al pargoletto trentacinquenne o che domanda ogni giorno “Cosa hai mangiato?” al suo bambino in adropausa che vive all’estero da vent’anni. Non solo per i figli in questione e per le loro stesse madri, ma anche per quelli che un domani saranno i compagni e le compagne di questi rampolli e per i bambini che a loro volta si troveranno a generare.

E però. A volte mi sembra che, in un perfetto stile italiano che non conosce mezze misure (e dire che la storia di in medio stat virtus l’abbiamo inventata noi…), rischiamo di passare all’eccesso opposto. O almeno questa è la sensazione che a volte mi assale dal mio umile e parzialissimo osservatorio di madre che legge e ascolta un po’ di altre madri.

L’indipendenza dei figli diventa in qualche caso una specie di mantra ripetuto allo sfinimento, un traguardo da raggiungere a marce forzate e un terreno di confronto sul quale sbandierare risultati e conquiste. Come se l’unica cosa che conti sia imparare prima degli altri a dormire da soli, mangiare da soli, allacciarsi le scarpe da soli, fare a meno del seno, del ciuccio, del biberon, del pannolino eccetera eccetera eccetera.

Niente di male, per carità. E lo dice una che fa della propria autonomia una questione di vita o di morte, che chiede aiuto solo quando è ormai al di là del baratro e che delega qualcosa a chicchessia soltanto se costretta da forze incontrovertibili.

Però io non riesco a fare a meno di pormi certe domande, destinate – come quasi tutte quelle che mi faccio – a rimanere probabilmente senza risposta.

Non siamo forse tutti dipendenti da qualcosa o da qualcuno, ad ogni età e a prescindere dal nostro carattere?
C’è chi non può fare a meno di fumare, chi, a-hem, si rosicchia le unghie, chi non esce senza trucco, chi indossa esclusivamente scarpe coi tacchi, chi colleziona gioielli-borse-calzature-miniature di manga-suppellettili Ikea, chi è schiavo delle serie tv, chi della bilancia, chi dello smartphone e, insomma, avete capito. Ha senso pretendere una cosiddetta “autonomia” da bambini minuscoli, quando noi adulti siamo un concentrato di indipendenze e insicurezze? Continua a leggere