Partorire in casa: intervista a Karen, mamma canadese che ce l’ha fatta

[A poco più di due settimane dal mio secondo cesareo, un post che racconta un’esperienza della nascita agli antipodi da quella che ho vissuto io]

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Photo ©LALOBAPHOTO

Karen è una giovane mamma canadese che, appena pochi mesi fa, ha messo al mondo la sua bellissima secondogenita Gemma. La bimba è nata nella sua casa, con accanto suo padre Fabio e il fratellino Angelo, che all’epoca aveva due anni e mezzo. Karen, che non smetterò mai di ringraziare, ha accettato di rispondere ad alcune mie domande che puntano a capire meglio il senso della sua scelta, oltre che a chiarire gli aspetti più strettamente “tecnici” di un parto in casa.

Il risultato mi sembra davvero illuminante, ma lascio giudicare a voi.

Come mai hai deciso di partorire tua figlia in casa?
Per me, il fattore più importante è stato il fatto che ci tengo moltissimo al parto naturale, e credo che partorire sia una cosa normale, sana, e sacra. Il mio corpo ed il mio bebè sanno cosa fare, e questo processo istintivo, intimo, delicato, funziona meglio quando ci sentiamo in sicurezza. A parte dei casi particolari dove la gravidanza è ad alto rischio, un parto non è una procedura medica. Non ci vogliono dottori né ospedali. Per dare a me ed alla mia famiglia una probabilità più alta di avere un parto naturale, senza interventi (una gran parte di quelli che si fanno adesso in ospedale sono inutili ed anche dannosi), ho deciso di non andare all’ospedale. Volevo mettere al mondo il mio bebè nel calore del nido, circondato da famiglia ed amore.

Il tuo primo figlio è nato in ospedale?
Si, il mio primo figlio è nato in ospedale. Non è andata troppo male, ma non è stata nemmeno un’esperienza bellissima. Ci sono state tante cose che avrei voluto cambiare nel modo in cui mio figlio è venuto al mondo. Questo, insieme al fatto che le nascite sono diventate troppo “medicalizzate”, mi ha portato dalle ostetriche per la seconda gravidanza. Ero convinta che ci fosse un modo migliore, più naturale e più dolce di partorire. Il piano iniziale era di partorire al centro nascita, ma verso il settimo mese di gravidanza io e Fabio, mio marito, abbiamo iniziato a pensare di farlo a casa. Uno dei motivi principali era nostro figlio (che aveva 2 anni e mezzo). Volevamo che lui fosse presente al parto. Abbiamo pensato che a casa sarebbe stato tutto più facile, che lui sarebbe stato a suo agio, che si sarebbe sentito più sicuro, che se fosse successo durante la notte non avremmo avuto bisogno di svegliarlo, ecc. C’era poi anche il lato pratico; cioè, perché prendere bagagli, uscire fuori al freddo e con la neve, fare 20 minuti di strada durante il travaglio, tutto per arrivare in un posto che assomiglia a casa? Non sarebbe stato molto più comodo e rilassante stare là?

Partorire in casa è una scelta usuale, in Canada?
In Canada le opzioni per la cura prenatale ed il parto cambiano a seconda della provincia in cui vivi. Qui in Québec, la professione di ostetricia è regolata e coperta dall’assicurazione sanitaria pubblica. Questo significa che ogni donna in teoria ha la possibilità di scegliere un medico (ginecologo, medico di famiglia, ecc) che segua la sua gravidanza, e poi partorire in ospedale, oppure di richiedere i servizi di un’ostetrica, e quindi scegliere tra partorire a casa o in un centro nascita (una struttura attrezzata con stanze in stile albergo, provviste di vasca da bagno per il parto in acqua). Purtroppo, per vari motivi, non ci sono abbastanza ostetriche per tutte le donne che vorrebbero questo servizio, e quindi, stando alle statistiche, mi risulta che in Canada i parti che avvengono fuori dagli ospedali sono meno del 10 %, e quelli in casa, ancora di meno.

Hai dovuto seguire un corso o una preparazione particolare durante la gravidanza? Chi ti ha assistito durante l’attesa e durante il parto in casa?
No, però va detto che con le ostetriche riceviamo una preparazione 10 volte migliore rispetto a quella data dai dottori. Ogni appuntamento prenatale dura un’ora, a volte anche di più, mentre nel nostro sistema sanitario l’appuntamento con un dottore dura appena 15 minuti. Dopo 9 mesi spesi a costruire una relazione di fiducia con le ostetriche, avevo la conoscenza e la sicurezza necessarie per avere il controllo del mio parto, fidarmi di me stessa e riuscire a mettere il mio bambino al mondo naturalmente.

Che ruolo ha avuto la tua famiglia, a cominciare dal tuo compagno, durante il travaglio e il parto?
Fabio è stato con me dall’inizio alla fine, fisicamente ed emotivamente, a parte quando doveva stare con nostro figlio prima che mia madre arrivasse ad occuparsi di lui, o trovare cose che servivano alle ostetriche. Uno dei principi di base delle ostetriche è di lasciare la madre in travaglio il più “tranquilla” possibile, senza parlarle, senza sottoporla ad esami, ecc. Loro ti aiutano al massimo a creare la tua “bolla” ed a rimanerci dentro, nel modo più naturale possibile. Quindi, una volta creata questa bolla, c’eravamo io e Fabio, ed a volte anche nostro figlio che veniva a vedere cosa succedeva, per poi tornare a giocare con la nonna. In realtà non mi ricordo molto della presenza di mio figlio, ma abbiamo foto dove vedo che mi stava facendo ridere… incredibile! Mio marito è stato un bravissimo accompagnatore, era molto tranquillo e mi dava forza e coraggio solo essendo là con me. Il supporto della mia famiglia è stato fondamentale. Eravamo insieme a fare qualcosa di molto bello, e difficile, ma estremamente gratificante.

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La nascita di mia figlia: le cose che non dimenticherò

cose che non dimenticherò flaviaL’inspiegabile dolcezza del travaglio. Tale da rendermi difficile – a me, che pure di travaglio ne avevo già vissuto uno – capire che effettivamente era arrivato il momento di Flavia. La soddisfazione, subito dopo, nel constatare che mia figlia e il mio corpo avevano ascoltato le mie implorazioni: decidere liberamente il momento del parto, sfuggire, almeno questo, a una programmazione artificiale e imposta che proprio non volevo.

Il panico sordo nel momento in cui mi è stata prospettata l’ipotesi di una anestesia generale. La prospettiva angosciante di non poter vedere subito mio figlio, di non avere informazioni sulla sua salute, di non essere la prima a conoscerne il sesso. Il terrore di avere, in seguito, difficoltà nell’allattamento. Il sollievo immenso quando ho saputo che le mie condizioni permettevano di procedere senza troppi rischi con l’anestesia spinale.

Il pianto sottile di Flavia. Deciso ma sobrio, ragionevole. Così diverso dall’urlo impaziente con cui suo fratello era entrato nel mondo.

L’emozione di saperla femmina (una conferma, più che una scoperta). Femmina come me, femmina come la donna che diventerà e con cui spero di riuscire a condividere un sacco di cose.

La naturalezza con cui lei si è attaccata al mio seno. Come se non avesse fatto altro per quasi nove mesi, come se qualcuno glielo avesse insegnato prima di concederle il lasciapassare per la vita.

Lo sguardo grigio di Flavia. Così inspiegabilmente intenso, così precocemente “pieno”. Quello sguardo speciale dedicato a sua madre.

Il piacere nel pronunciare finalmente il nome di mia figlia, dopo mesi trascorsi nella divertente tortura dell’incognita. Il suo nome rotondo e così lieve, sottile ma deciso, classico, vellutato e distinto. Un nome millenario, che sa di pietra e di naumachie, di imperatori sanguinari e gladiatori impavidi. Di tigri e martiri, di plebe e di papi. Eppure un nome così docile, leggero, flautato. Che ti spalanca la bocca – e il cuore – quando lo pronunci a mezza voce.

Il dolore fisico nel post-operatorio. Un dolore solido, arcigno. Che mi ha fatto pensare a un tradimento del mio corpo, improvvisamente lento, livido, inabile. Ripiegato su se stesso e sulla propria debolezza. Ma un dolore obbediente, disposto a recedere con la stessa fretta con cui mi aveva assediato. Reso addomesticabile dalla volontà granitica di occuparmi al meglio, e subito, dei miei figli.

La nostalgia bruciante della metà maschile della famiglia. La paura che niente, dopo quella separazione, potesse essere più come prima.

La presenza solidale e complice delle donne che mi hanno assistito. La loro totale gratuità, che una volta tanto ha colmato perfettamente il vuoto che mi porto dentro per l’assenza di sorelle (e fratelli).

L’amore con cui Flavia è stata accolta dai suoi nonni, la partecipazione accorata e discreta di tante amiche lontane, l’indifferenza di gomma di tanti altri amici, che non hanno ancora trovato 5 minuti per venire a conoscere mia figlia, o almeno per farmi una telefonata (e in qualche caso neanche 30 secondi per mandarmi un messaggio di auguri).

L’affetto concreto del mondo del web, a cominciare da chi nel tempo si è affezionato a questo blog. Una presenza tangibile e sincera che non dimenticherò mai.

L’agitazione nel tornare a casa da mio figlio. Il desiderio di tuffare di nuovo i miei occhi nei suoi, mischiato al timore di una sua reazione rabbiosa, o peggio indifferente. L’emozione struggente nel vederlo sciogliersi in un pianto commosso e incredulo, destinato a trasformarsi, appena qualche istante dopo, in un abbraccio sorridente. Il sollievo, la conferma, la certezza che la strada che stiamo percorrendo insieme è esattamente quella che fa per noi.

Il primo sguardo di Davide a sua sorella. Non già di tristezza, non già di irritazione o di paura. Semplicemente, uno sguardo un po’ disgustato, come se avesse appena inghiottito un boccone troppo amaro. Sarà il tempo, insieme all’impegno quotidiano di mamma e papà, a riempire quegli occhi di amore e di orgoglio fraterno (o almeno, questi sarebbero gli auspici).

L’imprevista tranquillità dei primi giorni a casa con la mia famiglia. La lentezza, i silenzi, il mio corpo stanco che recuperava vigore. La meraviglia infinita di scoprire che davvero adesso ho due figli. La resa, incondizionata e felice, a questa condizione nuova, la pace, l’attesa curiosa di quello che sarà. L’opposto del tormentato inizio in compagnia di Davide, così pieno di dubbi, resistenze, intromissioni tollerate e paure. Quell’inizio traballante che mai saprò perdonarmi.

Infine, l’impassibilità di Artù, forse definitivamente rassegnato alle presenze infantili, o semplicemente consapevole – anche lui, finalmente – che l’amore di una madre per i suoi figli non può che moltiplicarsi insieme al loro numero. Fino all’infinito e oltre.

Perché non parli?

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Photo CC ©Luca Volpi

Non ho la presunzione di aver regalato al mondo un capolavoro sempiterno. Ma dopo quasi due anni di mugugni, brontolii e grugniti della mia creatura penso di capire come si sia sentito Michelangelo al cospetto dell’impenetrabile mutismo del suo Mosè. Certo non arriverei mai a colpire Davide sperando di convincerlo a proferire verbo, ma confesso che ogni tanto l’incomunicabilità genera livelli di frustrazione piuttosto significativi.

«Uhmpf! Uhmpf! NNNNNNNN! Aghhh!»
«No-no-no-no-nnno-nnno!»
«Mh mh mh! Ahhh! Ooooohhhhhh… Ghenenené»
«Glipglipclinktictictic. Gnamgnamgnamgnam»

Ora, vada pure per il gnamgnam, ma provate voi, con tutto l’istinto materno possibile e l’empatia in dotazione di una madre, a capire in ogni circostanza cosa voglia (o non voglia) un simil-duenne che non spiccica parola. E che per giunta ha mostrato fin dal momento della sua nascita di essere particolarmente volitivo, irremovibile e privo di qualunque inclinazione alla pazienza.

Certe volte, purtroppo, la (sua) reazione rabbiosa è inevitabile. E non perché noi adulti non vogliamo accontentarlo, ma perché è praticamente impossibile capire cosa stia chiedendo nel suo linguaggio così… peculiare.

Tra l’altro, diciamolo, quanto sarebbe più facile se gli si potesse chiedere finalmente “Cosa ti fa male?” “Perché piangi?” “Come mai ti sei svegliato (di nuovo)?” “Non hai fame?”. Che poi, oh, uno può benissimo domandarglielo – e io non faccio altro, in effetti. Il problema è che la gamma delle risposte possibili varia dal discorso-fiume in davidese al monosillabo gutturale. Passando per il silenzio più ostinato con cui io (logorroica e precocissima parlatrice) mi sia mai dovuta confrontare. Ormai mi accontenterei volentieri di un sì, oltre che del solito no, che già potrebbe ampliare di parecchio le capacità di comunicazione bilaterale.

E dire che lui, il novello Mosè michelangiolesco (che siano i nomi veterotestamentari, il problema?) non era mai sembrato un taciturno, tanto che i soliti pronostici “infallibili” lo davano per un prestissimo parlante. A parte i polmoni da Pavarotti, infatti, ha iniziato a lallare prima della media e “chiacchiera” senza posa da quando aveva pochi mesi. Peccato però che si capisca da solo.

Lungi da me il voler forzare i suoi tempi. E giuro su Google Traduttore di non essere preda di paturnie e apprensioni sul “ritardo linguistico” di BigD. Però, figlio mio, almeno acqua, pappa, cacca e pipì potremmo cominciare a tirarli fuori?

Grazie, eh.

Zanzare a novembre? Basta un po’ di caffè!

caffè_insettiSarà colpa del cambiamento climatico, della scomparsa dei pipistrelli e di molti uccelli insettivori, sarà una questione di inquinamento o di umidità. Io so solo che il giorno in cui è nata mia figlia, il 7 novembre scorso, io e le altre persone presenti nella mia camera del reparto maternità abbiamo passato lunghi quarti d’ora a cercare di proteggere i neonati da un paio di agguerritissime zanzare.

Zanzare. A novembre.

Quale che sia la causa, la presenza abbondante e insolitamente prolungata di insetti “fastidiosi” può diventare un serio problema, soprattutto per chi ha in casa dei bambini e non ha alcuna voglia di ricorrere a repellenti chimici potenzialmente tossici, oltre che inquinanti. È qui che entra in gioco un alleato insospettabile, naturale e completamente child-proof: il caffè.

In chicchi o macinato, nebulizzato o in fondi, l’aromatico liquido nero è particolarmente efficace per allontanare zanzare, vespe e altri minuscoli inquilini molesti che spesso si autoinvitano nelle nostre abitazioni. In modo del tutto privo di rischi per l’ambiente e per i piccoli (e grandi) abitanti di casa.

Per limitare la proliferazione di zanzare in prossimità di raccolte d’acqua stagnante, giardini o altre zone particolarmente “a rischio”, è possibile ad esempio spargere fondi di caffè in tutta l’area infestata. Prima di effettuare l’operazione, occorre semplicemente conservare i fondi in un contenitore aperto per almeno 7 giorni. Il caffè dovrebbe non solo funzionare come repellente per gli esemplari adulti di zanzara, ma anche come inibitore dello sviluppo delle larve ancora immature depositate nel terreno trattato.

I fondi di caffè sono utili anche per allontanare da casa le formiche in modo naturale. In questo caso, è sufficiente spargerli lungo “l’itinerario” degli insetti, aspettando che le operose bestiole decidano spontaneamente di traslocare.

Per tenere lontane vespe e calabroni, invece, è più efficace il caffè macinato, che può essere posto all’interno di un contenitore di alluminio (l’aggiunta di qualche chicco intero può migliorare l’efficacia di questo rimedio naturale) e surriscaldato con la fiamma di un accendino posto sotto il contenitore. L’aroma intenso che si sprigionerà dovrebbe riuscire a scoraggiare le manovre di avvicinamento degli insetti. In alternativa è possibile dare fuoco direttamente alla polvere di caffè contenuta in una ciotola, facendo ovviamente attenzione a non scottarsi. Questo sistema è ideale anche per “sfrattare” le vespe eventualmente annidate in un vano tapparella, un sottotetto, etc.

Il caffè liquido, infine, può essere spruzzato con un nebulizzatore sulle superfici esterne della propria casa, tenendo però presente la possibilità che muri e pareti restino macchiati.

Oltre che allontanare gli insetti sgraditi in modo del tutto naturale, questi sistemi rappresentano un modo semplice per riciclare gli avanzi o i fondi di caffè. A meno che, ovviamente, non preferiate studiarli per scrutare quello che vi riserva il futuro.

Questo post è in collaborazione con Caffè Vergnano.

Caffè Vergnano

La notte, nei reparti maternità

reparti maternitàDurante la notte, i reparti maternità diventano campi di battaglia per sole donne. Guerriere che non si conoscono, ma che hanno condiviso lo stesso combattimento, con i corpi lacerati, gonfi, sanguinanti. Eppure trionfanti e gloriosi.

Sono isole interdette ai maschi, ad eccezione di qualche medico assonnato e degli ignari neonati, in cui le puerpere e le donne che le assistono rivivono gli stessi riti da millenni. Una liturgia, sussurrata a mezza voce, fatta di latte e di sudore, di sangue che si mischia e si confonde, di disinfettante e di vagiti improvvisi.

Ognuna con la sua storia, le reduci del reparto maternità sentono istintivamente di avere qualcosa che le accomuna e allo stesso tempo le distingue. Tutte madri nello stesso identico modo, diventate tali in un corpo a corpo con se stesse, attraversando un dolore che i maschi non conoscono e non capiranno mai. Un dolore spietato e necessario. Eppure tutte irrimediabilmente diverse, come i loro preziosissimi figli, costati lacrime e fatica, che ora giacciono addormentati nell’attesa di conoscere il mondo che li ha attesi paziente per nove mesi.

La sofferenza fisica, la stanchezza, la paura, nei reparti maternità si mischiano all’esaltazione e all’amore, in un’alchimia agrodolce che forse non si respira in nessun altro luogo al mondo.

Si percepisce, la notte nei reparti maternità, una specie di sacralità del dolore, accettato come conseguenza inevitabile dell’esperienza più simile alla creazione che un essere umano possa vivere. Un dolore che serve a qualcosa, che quando finalmente finisce lascia dietro di sé la vita e il futuro.

La penombra notturna spezzata da un pianto improvviso. Il silenzio ovattato interrotto dal gemito di una partoriente. I singhiozzi sommessi di una giovane mamma spaventata. Madri e sorelle e cugine che assistono, consolano, sorvegliano, accarezzano.

Donne che hanno combattuto e che hanno sofferto. Le cui ferite guariranno presto, ma resteranno imperiture a distillare sangue e amore. Passione e vita.

Come mettere il collirio a un bambino di due anni

collirioTuo figlio di circa due anni ha la congiuntivite. Niente di strano, se frequenta uno di quei covi di untori che la gente chiama comunemente “asili”. Hai provato per un paio di giorni a fingere indifferenza, hai tentato con impacchi di camomilla biologica e acqua di Lourdes, ma la situazione non è migliorata. Anzi. La creatura sembra un gattino randagio e ha appena scambiato il ficus che tieni in soggiorno per la zia Maria. È proprio ora di procedere con una terapia farmacologica.

Recati in farmacia e acquista una confezione di collirio antibiotico. Anzi, comprane due, ché ne sprecherai ogni volta almeno la metà delle gocce instillate.

Informati presso il tuo pediatra dei tempi e delle dosi di somministrazione. Preparati a raddoppiare queste ultime, perché, come già detto, non tutto il collirio che uscirà dal flaconcino andrà esattamente dove deve andare.

Lavati scrupolosamente le mani e fai un bel respiro.

La prima volta, può funzionare l’effetto sorpresa. Cogli alla sprovvista l’ignaro paziente e, dopo avergli cambiato il pannolino, oppure mentre è ingenuamente disteso prima della nanna, sparagli dritto negli occhi il liquido medicamentoso. Le possibilità di successo sono da considerarsi altissime, ma comunque non superano il 40% dei casi.

Per le somministrazioni successive, non ti illudere. La preda ha ormai fiutato l’inganno, è scaltra e piena di energie. Non sarà facile domarla. Dopo aver disteso tuo figlio su un fasciatoio o altra superficie orizzontale, puoi provare con la tecnica della triplice morsa: con la mano che regge il flacone di collirio, blocca con fermezza entrambe le braccia e la testa del bambino. Con l’altra, intanto, tienigli aperto un occhio alla volta e inserisci le gocce di antibiotico. La visione di qualche vecchio video di Hulk Hogan può aiutare a comprendere la posizione corretta.

Se la triplice morsa si rivela insufficiente, prova con la tecnica della pressa dolce: sdraiati delicatamente su tuo figlio, tentando di tenergli relativamente fermi per lo meno gli arti inferiori, e con la mano libera prova a fargli aprire gli occhi. Sono ammessi il solletico e qualche leggero soffio d’aria sul viso.

In caso di fallimento, procedi rapidamente a medicarti le ferite riportate e ad asciugare i litri di collirio disseminati in bagno. A questo punto, chiedi aiuto a chiunque si trovi nei paraggi.

Mentre il tuo partner tenta di immobilizzare l’anguilla impazzita il povero paziente, dedicati con la massima rapidità possibile all’applicazione del collirio. All’inizio mira alle congiuntive. Se non riesci, punta all’intero bulbo oculare, altrimenti vanno bene anche le ciglia o le palpebre. Dopo il quinto tentativo, è considerato accettabile un qualsiasi punto dell’area compresa tra l’osso temporale e le narici, sopracciglia incluse.

In alternativa, puoi sperimentare la tecnica Liquidator: poniti a una distanza di non più di una decina di centimetri dal bimbo affetto da congiuntivite e, approfittando di un momento di distrazione, punta il flacone di collirio ad altezza occhio e schizza. In questo caso le possibilità di successo non superano il 10%, ma il rischio di rimanere gravemente offeso a causa di un pugno o di un morso si abbassa considerevolmente.

Nei casi più disperati, è consigliato riempire la vasca con almeno 25 litri di collirio, e procedere al bagnetto come di consueto. In un modo o nell’altro, due gocce per parte gli dovranno pur finire negli occhi, ecchecà!

NB. questo post non ha alcuna validità di carattere medico-scientifico. Le indicazioni contenute al suo interno puntano solo a sdrammatizzare su una condizione ben nota ai poveri genitori di figli in età prescolare.

Lettera a mia figlia appena nata

lettera a mia figliaMia minuscola figlia.
Sei arrivata nella mia pancia e nella nostra vita prima del previsto. Eri indubbiamente nei nostri progetti, ma i tempi, di fatto, li hai dettati tu. Inaspettati, fulminei. Si può dire che tu sia la prima cosa, tra quelle importanti, che io non avessi programmato nei minimi particolari. E per questo mi aspetto che sarai anche una delle più riuscite.

Vorrei innanzitutto chiederti scusa. Perdonami se, da quando ti ho sorpreso nel mio ventre, non ti ho dedicato le attenzioni esclusive che forse ti aspettavi. Del resto, è il destino dei secondogeniti, obbligati a condividere con altri i pensieri materni fin da prima di nascere. Ma sai che ti dico? Forse è meglio così. Tuo fratello, che pure è stato un figlio unico per pochissimo tempo, dovrà rassegnarsi piano piano alla nuova condizione, per te, invece, sarà tutto più naturale.

Scusami anche se non ho avuto la forza di lottare per darti una nascita più naturale. Per risparmiare a te e a me la violenza di un cesareo evitabile, la forzatura degli aghi, della chimica artificiale e dei cateteri. Ti ringrazierò per sempre per averci evitato, almeno questo, l’imposizione di tempi che non erano i nostri, per essere stata tu a scegliere quando separarti da tua madre. In ogni caso, avremo tempo per recuperare, per azzerare di nuovo la distanza e dimenticare. Te lo prometto.

Ti ringrazio per la pazienza e la forza che hai mostrato nei nove mesi in cui sei stata dentro di me. Nove mesi in cui non mi sono risparmiata mai. In cui ho viaggiato, lavorato, camminato, corso, nuotato, fatto l’amore. In cui ho sostenuto il peso vivo di tuo fratello continuamente e senza troppi scrupoli, dormito troppo poco, mangiato troppo male. In cui mi sono arrabbiata e spaventata, ho pianto e urlato, sofferto e gioito. Vissuto, pienamente. Senza, forse, il dovuto riguardo per la tua giovane vita. Che comunque non era poi così fragile, se tu non hai fatto mai una piega. Se è vero, come è vero, che sei rimasta aggrappata a me con calma e naturalezza, senza proteste o strappi, senza paura. Sei stata esemplare, anzi, lo siamo state insieme. Due donne, madre e figlia, con la forza silenziosa e impassibile di tutte le donne. Una perfetta macchina della vita, implacabile e oliata a meraviglia.

Spero che in qualche anfratto del tuo inconscio resterà il ricordo delle ninne nanne che cantavo ogni sera a tuo fratello. Sono certa che tu sappia già che le intonavo sempre pensando anche a te, immaginando di raggiungere il tuo nido amniotico, di far vibrare piano i tuoi timpani, il tuo cervello e il tuo cuore. Inaugurando quello che spero diventi uno di quei riti insostituibili delle infanzie felici: la nenia della buonanotte di una madre per i suoi figli.

Arrivi nel mondo circondata da persone che ti amano. Molte le riamerai con altrettanto trasporto, qualcuno ti lascerà indifferente, altri, addirittura, non li potrai soffrire. Perché – lo imparerai presto – non sono i vincoli del sangue, e neanche la mera consuetudine alla frequentazione, ad alimentare l’amore. Io mi fiderò il più possibile della tua capacità di discernimento, ma tieni a mente, se puoi, che nascere amati è un privilegio, e un destino da onorare.

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Guida semiseria per parenti e amici all’indomani del parto

[Avvertenze: questo post era stato scritto e programmato qualche giorno prima della nascita di Flavia, quando non sapevo ancora di aspettare una bambina. I suoi contenuti, comunque, sono da ritenersi tuttora validi]

fiocco flaviaPrimo. Se dovessi avere una bambina, sappiate che il criterio principe nella scelta del suo abbigliamento sarà la comodità della diretta interessata, seguito a ruota dalla facilità di lavaggio/stiratura (o per meglio dire: non stiratura) dei capi. Esattamente come è stato per suo fratello, che in quasi due anni non ha mai indossato una camicia. Niente di personale contro calzamaglie, gonne e microvestiti – che anzi trovo spesso adorabili – ma la nostra è una famiglia rude. Siamo abituati a badare più che altro alla praticità. E il rosa, per inciso, non è esattamente il nostro colore preferito.

Secondo. “Maggiore”, lo dice la stessa parola, è un comparativo di maggioranza. Vuol dire “più grande”, e non “grande in assoluto”. Il fatto che Davide stia per diventare il primogenito non implica che lui smetta da un giorno all’altro di essere il bambino piccolo che è (condizione che tutti hanno peraltro riconosciuto fino ad oggi). Sarebbe quindi auspicabile evitare osservazioni del tipo “Tu adesso sei grande, non fare il bambino piccolo” etc etc. Lasciamo che sia lui a decidere se si sente “grande” rispetto a suo fratello, e comportiamoci di conseguenza.

Terzo. Allattare è una cosa naturale e “normale”, d’accordo. Ma io mi vergogno. Non posso farci niente, è una questione personale. Come non ho mai indossato indumenti premaman particolarmente aderenti o immortalato la mia panza in scatti ad effetto, così non riesco a sfoderare le tette davanti a tutti, specie se in giro ci sono esemplari adulti di genere maschile che non abbiano una qualche confidenza pregressa col mio decolleté. Non è una questione di gelosia, è semplicemente pudore. Quindi, non vi offendete se mi eclisserò ogni volta che sarà ora di mangiare.

Quarto. Dovrò dividere le attenzioni tra due figli e questo sarà molto impegnativo. Chiaro. Ma commenti come “Lascia in pace la mamma, che adesso deve pensare al fratellino/sorellina” non saranno tollerati.

Quinto. I papillon, le cravattine e le fasce per neonata (soprattutto le fasce, cielo!) non incontrano propriamente il gusto mio e del socio adulto. Liberissimi di regalarcene, sia chiaro. Ma poi non vi meravigliate se non li vedrete mai indossati.

Sesto. Il padre dei miei figli cova un odio insanabile per Hello Kitty, puttini e angioletti e soprattutto per Winnie the Pooh (non mi ha ancora perdonato una tutina comprata per Davide, che ho avuto anche la sfacciataggine di tirare fuori per il nascituro/a). Tenetelo bene a mente, vi conviene.

Settimo. Sui giochi “di genere” mi sono già pronunciata molte volte. In questa sede mi limiterò ad aggiungere che nessun esemplare di “Cicciobello scoreggia” metterà mai piede in casa nostra. E questo è quanto.