Canto di Natale

Il Fantasma dei Natali passati da tanto parla con la voce di persone amate che non ci sono più. Sussurra e ride, mi chiama a gran voce con tutti i vezzeggiativi della mia infanzia. Racconta di desideri realizzati e di altri che rimarranno per sempre nel limbo dei sogni, di vacanze agognate per settimane e poi trascorse ad aspettare che finlmente finissero. Di tradizioni capovolte e liturgie alternative. Di indagini poliziesche per appurare l’esistenza di Babbo Natale, di giornate vestite a festa e di un tavolo destinato a bambini al quale io non ho mai visto sedersi nessuno sotto i 40 anni.
Profuma di incenso e di infanzia. Di cose buone e di futuro da scrivere.

Il Fantasma dei Natali passati da poco ha nello sguardo – tutt’altro che spettrale -il guizzo giovanile della libertà. Risuona di chiacchiere e di calici tintinnanti, è caldo di abbracci e lana cotta e vino caldo. Arde di fede e trema di dubbio. Brucia d’amore e ansima di paura. Ha il volto mutevole di tante persone, della famiglia che uno si sceglie, per amarla quanto (o più) quella che ti è data in sorte quando vieni al mondo. Canta le stesse canzoni con molte voci diverse, racconta storie di viaggi e sbornie, di vecchie automobili e notti che non finivano mai. Di giochi da tavolo e pandori da pizzicare con le dita.
Odora di possibilità e di passione. Di tabacco e di freddo che tempra.

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Il Fantasma dei Natali presenti barcolla sotto il peso delle convenzioni e degli obblighi sociali. Consegna strenne banali, formula auguri stereotipati, si annoia con discorsi sempre uguali a se stessi. Ingrassa mangiando cibo che non nutre, spende soldi in cose che in realtà nessuno desidera. Si sforza di fingere, improvvisa un trasporto che non esiste, evita accuratmente domande a cui non saprebbe rispondere.
Olezza di ipocrisia e di clichè, di noia e di solitudine.

Il Fantasma dei Natali futuri riflette luci e stelle in quattro piccoli occhi nocciola. Promette domande a cui dare risposte, favole da raccontare e verità da rivelare. Annuncia tradizioni da sovvertire e nuovi riti da inaugurare, aerei da prendere, canzoni da cantare, voci straniere da ascoltare. Nuove ricette da assaggiare, farisei da scandalizzare, ricordi da costruire. Compromessi da mandar giù con un bicchiere di vino frizzante.
Profuma di maturità e certezze. Di neve, di mare e di libertà

Se mamma si ammala (assenzio e fumetti)

Io di solito non mi ammalo facilmente. Mai presa una malattia esantematica, mai avuto bisogno di una iniezione di penicillina (nonostante l’asilo frequentato precocemente e la casa sempre piena di amichetti e cugini). E dire che quando ero piccola avrei desiderato eccome saltare qualche giorno di scuola e chiedere in regalo il fumetto extra che ricordo di aver sempre ricevuto in occasione delle rarissime influenze della mia infanzia.

In anni più recenti, ricordo una mononucleosi blanda e tardiva che ebbe il solo effetto di scandalizzare mia nonna (“Quando mai si sono viste queste malattie nella nostra famiglia!”) e di esonerarmi definitivamente, a 16 anni suonati, dall’obbligo di darle il bacio della buonanotte (mia nonna viveva insieme a noi).

Dopo quella, fu la volta di una grave infezione intestinale contratta a Praga tracannando birra non pastorizzata (e fermentata in botti di rovere dai trascorsi secolari) in una fabbrica artigianale del centro storico. Era il 2007, avevo 26 anni e per 48 ore ho temuto di aver preso il colera, ma una parte di me considera quell’abbraccio batterico troppo affettuoso come uno speciale ricordo di viaggio. Una sorta di medaglia al valore per viandanti semi-alcolizzati (e fortuna che l’assenzio con zucchero alla fiamma deve avermi parzialmente protetto le budella dalla birra al vibrione…).

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Da allora, niente di peggio di qualche starnuto o di un po’ di raucedine.

Ma questo, miei cari, era prima. Prima di entrare in contatto con quel posto chiamato asilo (dove nelle botti del ’700 ci allevano direttamente i germi). Prima di dividere la casa, e il letto, con un micidiale selettore di agenti patogeni potenziati e mutanti. Prima di mettere alla prova il mio corpo con gravidanze, parti e allattamenti generosi.

Ma se mamma si ammala - anche di due o tre accidenti contemporaneamente – nessuno le regala numeri speciali di Topolino, né le sprimaccia il cuscino o le serve minestre succulente. Se mamma sta male, stringe i denti – o le narici, o gli occhi, o le natiche a seconda del malanno che l’ha investita – e continua a dispensare cure, latte e coccole a destra e a manca. Giorno e notte, dentro casa e, se occorre, sotto la pioggia gelata. Anche quando vorrebbe solo imbottirsi di tè e cointreau e dormire 11 ore di fila.

Poi passa. Per fortuna. Anche perché, grazie a Dio, questa povera mamma è anche la figlia di una mamma davvero Mamma, che magari non mi rimbocca più le coperte, ma sa cosa ci vuole per far sentire un po’ meglio la sua “bambina”.

Stardust

Polvere agli angoli delle stanze. Polvere mischiata a peli di gatto, che rotola lieve in ciuffi bruni. Polvere che sa di polvere, che assedia narici e gole e polmoni. Polvere solida, palpabile, sabbiosa.

Polvere sui ricordi ocra, polvere che corrode e sbiadisce. Polvere che consola e cancella, che confonde. Che fa dimenticare.

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Polvere sul cuore, come una coltre calda e soffice, amica. Polvere che fa inceppare ingranaggi che nessuno ha oliato da troppo tempo. Polvere che attutisce, che nasconde e protegge.

Polvere su cose che sono state importanti e che adesso, semplicemente, non sono più niente. Polvere come muffa su volti e voci, polvere su mani, abbracci e sorrisi. Polvere su chi c’era e adesso non c’è più.

Polvere sul passato, su una vita che ho fatto ma che ora ricordo piano. Polvere su pensieri e desideri che il tempo ha oscurato. Polvere sulla tenerezza degli anni addietro, sull’amore speso e restituito, sulle mani strette, sulle birre spillate, sulle promesse tradite. Polvere sugli errori che ripeterei altre cento volte.

Polvere nel presente, una polvere magica che sa di volontà e di vita. Polvere che spazza via la polvere, che colora il grigio febbre degli incarnati infetti e cambia le forme tumide di medicine e aria viziata. Polvere fatata di sorrisi piccoli e piedi paffuti, di voci argentine e abbracci strettissimi.

Polvere nel futuro. Polvere dorata che galleggia a mezz’aria. Pulviscolo iridescente che odora di libertà e di scelte. Polvere di stelle, come un pronostico azzeccato, un augurio in anticipo. Polvere d’oro come una promessa di felicità. Come un auspicio buono. Polvere preziosa e rara di lapislazzulo e terra di Siena. Polvere. Quello che resta e quello che sarà.

Quei nove giorni in cui ho temuto che mia figlia fosse sorda

Sono stata molto in dubbio sull’opportunità di pubblicare questo post. Ho deciso di farlo, alla fine, perché potrebbe forse servire a qualcuno che vive un’esperienza simile, oltre che per conservarne memoria io stessa.

Nove giorni. Tanto è durato il tempo in cui ho temuto che mia figlia potesse avere problemi anche gravissimi di udito. Nove interminabili giorni, in cui mi è stato chiaro come mai prima che basta un attimo per deragliare dalla cosiddetta “normalità”, per ritrovarsi a fare i conti con quello che si immagina accadere sempre e solo “agli altri”. Quanto sia sottile quel filo che rende ordinarie le nostre esistenze, quanto labile la linea che separa chi vive una vita qualsiasi e chi deve misurarsi ogni giorno con bisogni, abilità e attitudini speciali.

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Nove giorni in cui ho dovuto guardare in faccia senza ipocrisie il mio rapporto con la diversità, chiedermi come sarei stata nei panni della madre di una figlia sorda, cosa avrei saputo fare per lei, cosa avrei temuto più di tutto, come avrei gestito le reazioni del mondo alla condizione di Flavia. Nove giorni dolorosi e illuminanti che sono stati un viaggio in territori inesplorati della mia psiche e della mia sensibilità, oltre che in un pianeta popolato di famiglie normalissime, bambini come tutti gli altri e genitori con risorse straordinarie.

Prima c’è stata la paura. L’incredulità, il rifiuto. “Non sta accadendo davvero, non a me. Non a mia figlia“. La diffidenza verso il medico che mi stava comunicando la potenziale cattiva notizia, il fastidio nel doverla ascoltare.

Poi è subentrata la speranza, mascherata da quell’istinto di madre che spesso intravede la verità – fulgida o dolorosa che sia – prima degli strumenti diagnostici, dei referti, prima delle sentenze inappellabili. “Mia figlia sobbalza ai rumori improvvisi, viene svegliata dai gridolini del fratello. Mia figlia, soprattutto, si calma quando le sussurro all’orecchio, si rilassa se le canto certe canzoni, mi fissa immobile quando le parlo con tutto l’amore che posso“.

Infine, è sopraggiunta la consapevolezza. “Se anche ci trovassimo di fronte a una diagnosi severa, abbiamo i mezzi, la cultura e la volontà per offrirle le cure più avanzate e tempestive, il supporto più incrollabile, l’amore più incondizionato“. In certi momenti, addirittura, ha quasi preso forma, nella mia mente, un pensiero eretico, ai limiti della follia: se fosse Flavia, a doversi misurare con la disabilità, almeno potrebbe contare su una famiglia che è nella condizione non scontata di poterla aiutare al meglio; tanti altri bambini, invece, di fronte alla stessa malattia non avrebbero questa possibilità.

Il sollievo è giunto in un mattino piovoso, in mezzo al dolore di tante madri e alla composta forza d’animo di altre. Tra padri piegati dalla fatica e dalla solitudine, e operatori sanitari avvezzi al dolore dei più piccoli, che probabilmente è il più grande di tutti. Circondato, soprattutto, da bambini ignari e innocenti, con sorrisi e lacrime identici a quelli di tutti i bambini del mondo, a cominciare dai miei.

Mia figlia sta bene, è destinata, per quanto possiamo saperne, a una vita normale e deliziosamente mediocre. Ma il verdetto più importante, e francamente tutt’altro che annunciato, lo aveva già emesso, alla fine di quei nove indimenticabili giorni, il mio cuore. La bambina che ho dato alla luce qualche settimana fa, la figlia mia e dell’uomo che ho scelto per la vita, sarebbe stata in ogni caso perfetta ai miei occhi, e per nessuna ragione al mondo l’avrei mai “scambiata” con una bimba sana, se anche questo fosse stato possibile.

Mia figlia è esattamente la figlia che voglio avere, la sola e l’unica, e sarebbe stata tale anche se a separarci ci fosse stata l’incomunicabilità più nebbiosa, il silenzio più ostinato. Dopo nove giorni di “se” e di “forse” ne ero ormai certa.

Il mio amore grande, più delle cure, della tecnologia e degli interventi medici, sarebbe in qualche modo riuscito a infrangerlo, quel muro impenetrabile.

Per la cronaca, che magari è di aiuto a qualcuno, alla dimissione dall’ospedale in cui è nata, Flavia è stata sottoposta, come di prassi in quasi tutti i punti nascita, al test dell’udito basato sulle otoemissioni acustiche, che ha dato esito dubbio (REFER) per entrambe le orecchie. Ci è stato detto che si tratta di una evenienza non rara, legata di solito alla presenza residua di liquido amniotico o vernice caseosa nei condotti uditivi, ma che occorreva rifare l’esame per escludere qualsiasi problema. Il test è stato ripetuto dopo un paio di settimane, con esito identico, spiegabile in teoria con l’interferenza di eventule catarro (in effetti mia figlia era raffreddata). A questo punto siamo stati caldamente invitati a sottoporre la piccola a un esame ABR, che consiste – perdonatemi se lo spiego in termini grossolani, ma è solo per intenderci – nell’applicazione di elettrodi sul cranio del paziente addormentato, nell’invio di stimoli acustici e nella registrazione delle risposte. Flavia è stata sottoposta al test nove giorni dopo, all’ospedale pediatrico di Napoli Santobono. L’indagine ha escluso la presenza di condizioni patologiche, evidenziando solo un deficit lievissimo e transitorio (e in ogni caso non invalidante) legato allo stato di raffreddamento della bambina.

Ossitocina. Chiamatemi Heisenberg

È l’ormone del benessere e del piacere orgasmico. Nel mio caso, è responsabile di contrazioni uterine precoci e fortissime, di un riflesso di eiezione del latte tale che potrei spegnere un incendio semplicemente sventolando le tette (è solo per questo, giuro, se per quanto io mi lavi tendo a puzzare come un caseificio dell’agro pontino) e, soprattutto, dell’irresistibile sonnolenza che coglie i miei figli dopo ogni dose -  pardon, poppata.

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Se potessi spacciare illegalmente sottoforma di cristalli l’ossitocina che il mio corpo produce, farei soldi a palate. Una specie di Walter White con due tette enormi.

E invece, eccomi qui, ben disposta, più che rassegnata, a trasformarmi per qualche tempo nel ciuccio soporifero anche della mia secondogenita, letteralmente assuefatta, dipendente, drogata di quel latte di mamma che, oltre a riempire la pancia, concilia il sonno meglio di uno speciale natalizio di Marzullo.

Il ciuccio “vero”, quello di gomma, provoca pianti, conati di vomito e sputi degni di un lama. Del resto, perché mai accontentarsi di un surrogato, quando la mamma dispone di ben due succhietti progettati apposta per la sua bimba assonnata?

E allora via di tetta qundo è ora di dormire, perché non di solo latte vive l’uomo. C’é anche l’ossitocina.

Elimination Communication: intervista a una mamma che ha rinunciato ai pannolini

Photo ©Cora Simone

Photo ©Cora Simone

Devo ammetterlo. La prima volta che ne ho scritto, io stessa non sono riuscita a nascondere un certo scetticismo. Abituare un neonato al vasino, attraverso la cosiddetta EC (Elimination Communication), mi è sempre parsa un’impresa davvero troppo ardua, riservata a poche coppie di genitori volenterosi e, in un certo senso, privilegiati. Adesso mi è capitata l’occasione per saperne di più, attraverso l’incontro virtuale con Cecilia, una madre che ci ha provato con successo, tanto da mettersi a studiare per insegnare questo “sistema” anche ad altri genitori.

Penso che la sua testimonianza possa essere interessante per tutti, a prescindere dalle scelte che poi ciascun genitore fa per la propria famiglia.

In cosa consiste la “tecnica” dell’EC? Quali sono i suoi vantaggi?
La EC (Elimination Communication, o comunicazione dell’evacuazione in italiano) è una modalità di interazione con i bambini piccoli che, volendo fin dalla nascita, supporta la loro consapevolezza innata rispetto ai propri bisogni fisiologici e alla pulizia propria e di chi li cura, e che evita quindi la dipendenza dal pannolino. Ci sono delle tecniche che favoriscono questa comunicazione, basate sull’osservazione del bambino, sul buon senso e a volte anche sull’istinto dei genitori. I vantaggi maggiori, dal punto di vista personale, sono una interazione col bambino più profonda e consapevole, il rispetto per le capacità innate del bambino e il supporto che ricevono, il rinforzo delle intuizioni dei genitori, tutte aree che nella nostra cultura sono un po’ svalutate.

E sul piano “materiale?
Dal punto di vista pratico, si conquista una facilità incredibile nel pulire i bambini anche dopo la cacca più impensabile (basta un po’ d’acqua o una salvietta); una minore incidenza dell’eritema da pannolino, se non la sua totale assenza; una ridotta dipendenza dal pannolino stesso, che porta quindi a poter effettuare lo spannolinamento prima e con modalità diverse rispetto a quelle predominanti; e per chi usa i pannolini lavabili certamente un carico ridotto di pannolini da pulire. Dal punto di vista della salvaguardia ambientale, poi, c’è una enorme riduzione della quantità di pannolini gettati nella spazzatura. Questo ha ovviamente anche un impatto notevolmente positivo sulle finanze familiari. Infine, quando si è trattato di portare campioni al dottore, raccoglierli è stato relativamente facile: un dettaglio che non avrei apprezzato se non mi fosse servito di farlo, ma che si è rivelato utilissimo.

Messa così, sembra la panacea di tutti i mali… Ci saranno anche delle difficoltà?
Le difficoltà maggiori per noi sono stati la stanchezza che vince su tutto, anche su idee e ideali, sfidare i pregiudizi nostri e di chi ci circonda nell’imparare a fidarci davvero di nostro figlio, nel credere che un essere così piccolo possa davvero essere in grado di avere una comunicazione tanto precisa dei suoi bisogni, e infine i periodi in cui l’EC non sembrava funzionare, per cui la tentazione di ricorrere al pannolino e dimenticarsi tutto era fortissima.

Tu quando hai iniziato? Ci racconti la tua esperienza?
Io ho cominciato quando mio figlio aveva circa 6 settimane. Non conoscevo l’EC prima, ma durante l’allattamento avevo cominciato a ricercare la marca e tipologia migliore di pannolini lavabili e, dopo aver trovato vari riferimenti all’EC, mi sono documentata meglio e mi sono entusiasmata (tanto che ora sto seguendo un corso per diventarne insegnante sia per gruppi che per singole famiglie). Pur non avendo esclusivamente usato l’EC e in particolare avendo scelto di non usarla di notte, sia io che mio marito l’abbiamo incorporata nella nostra consapevolezza e nella nostra routine di accudimento del bambino, con percentuali di successo e di costanza variabili (a volte, appunto, la stanchezza vince su tutto!), ma comunque con buoni risultati almeno per le cacche (le pipì sono state molto più difficili). Io sono potuta restare a casa fino agli otto mesi del pargolo, quindi sono riuscita a creare una buona base. Poi, fra andare dai nonni e dover tornare al lavoro, sicuramente l’EC ha sofferto, ma non abbiamo smesso di usarla quando potevamo, la sera, al weekend, in vacanza. Devo dire che siamo cosi’ riusciti a creare una consapevolezza condivisa dei bisogni fisiologici del bambino e che per lui e’ stato molto facile, una volta cominciato a “parlare”, chiedere di usare il vasino. Ci sono stati anche periodi in cui l’EC sembrava andare a rotoli, con pipì un po’ ovunque, ma sono stati brevi (una settimana il più lungo) e sempre seguiti da una maggiore abilità di gestirsi e comunicare. Adesso, a 19 mesi, non usiamo più il pannolino di giorno da circa 8 settimane, la sua consapevolezza rispetto alla cacca è totale e sta diventando pressoché completa anche rispetto alla pipì, per cui ha avuto bisogno di più tempo (anche per motivi fisiologici, è uno stimolo più difficile da riconoscere in anticipo e trattenere). E noi, anche quando sospettiamo che voglia semplicemente giocare sul wc, se ci chiede di andare abbiamo imparato ad ascoltarlo!

Ma non è un approccio un po’ troppo drastico, non si opera una forzatura eccessiva dei tempi naturali di sviluppo del bambino?
Non è un atteggiamento radicale da ambientalisti convinti, anzi fino agli anni ‘30 e ‘40 era assolutamente normale anche nel mondo occidentale (molto più a lungo in Europa orientale e ovviamente si usa senza drammi anche oggi in culture e paesi diversi dai nostri), poiché non esistevano i pannolini usa e getta. E non è un’educazione precoce, nel senso di troppo anticipata, al vasino, poiché lo scopo primario è rispondere alle necessità di base del bambino, non forzarne lo sviluppo.

Pensi che sia una strada percorribile anche per le mamme che lavorano o che hanno più di un figlio?
Assolutamente sì! Penso che sia grande la tentazione del “tutto o niente” quando si parla di EC (come anche di altre aree quando si tratta di crescere figli!), ma in realtà, e la mia esperienza lo prova, un atteggiamento più rilassato e una pratica part-time, cioè fare quel che si può quando si può, darà comunque dei risultati per noi stupefacenti. L’importante, come in molte altre aree dell’essere genitori, è mantenere accesa la consapevolezza e la fiducia che le necessità primarie sono innate nei bambini e cosi’ la loro capacita’ di riconoscerle e comunicarle. E poi prenderla con filosofia, accettare che ci siamo momenti in cui genitori o bambino non riusciranno a mantenere o usare la consapevolezza, o che magari ci siano fasi in cui il bambino non vuole usare il vasino. Dopotutto, non è una gara a chi prende più pipì o spannolina prima, ma un modo di creare comunicazione con i nostri bambini: nessuno si stupisce che una madre e un padre sappiano quando i figli hanno fame e diano loro da mangiare, e allo stesso tempo è importante non farsi prendere dal “mio figlio mangia più e meglio del tuo”, o anche “mio figlio a 10 mesi non usa ancora il cucchiaio e il tuo sì: sara’ anormale?”. Per chi ha altri figli, a volte addirittura i figli più grandi, se gia’ spannolinati, riescono a cogliere i segnali dei fratellini e sorelline, oppure beneficiano dall’atteggiamento dei genitori rispetto alla comunicazione e imparano velocemente a conoscere le proprie sensazioni fisiche.

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Solo col mio corpo

Io e il mio corpo non siamo mai stati amiconi. Ci tolleriamo più o meno pacificamente da 33 anni, abbiamo superato abbastanza bene gli anni duri di un’adolescenza con pochi chili addosso, qualche problema di pelle e tagli di capelli sbagliatissimi. Diciamo che la nostra è una convivenza accettabile, ma il mio vero grande amore è sempre stato la mia testa.

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Chi lo avrebbe mai detto, dunque, che sarebbe stato proprio il mio corpo – piccoletto, impreciso, fuori forma -  a sostenermi in uno dei momenti più cruciali della mia esistenza. A fare il grosso del lavoro, a risolvere tanti problemi, a farmi andare avanti senza (troppi) intoppi.

E invece eccomi qua, il seno per nutrire, ma anche placare, rilssare, addormentare, la figlia più piccola. Lo sterno nudo, la pancia, il collo, per sostenerla pelle a pelle, per farmi utero e placenta e convincerla che no, qua fuori in fondo non si sta poi così male.

E la pancia, ancora gonfia e molle, che rassicura il figlio maggiore. Il mio ombelico come vaso ricolmo di ambrosia, da sfiorare e accarezzare, che lo calma e lo accompagna nel sonno. Il nodo che mi legava a mia madre mentre mi formavo nel suo ventre, adesso in qualche modo mi tiene vicina a mio figlio, mi collega a lui.

E poi le spalle, il dorso, la schiena. Per sostenere mia figlia, avvolta nella sua fascia. Stretta a me, al mio corpo di donna, a quello che abbiamo in comune e che, dicono, ci fa somigliare.

La mia voce per cullare entrambi, le mani – una per parte – per accarezzarli. Gli occhi e la bocca rivolti all’uomo con cui li ho generati. Il mio corpo esegue ordini che nessuno ha impartito, risponde a comandi ancestrali, asseconda istinti chimici potenti e universali. Il mio corpo di animale, progettato esattamente per fare quello che sta facendo.

Il mio corpo con la sua semplicità, con la sua schiettezza franca, il suo pragmatismo. È con lui che, per una volta, tradisco la mia mente, così avvezza al superfluo, all’esagerato, all’innaturale.

Il mio corpo banale, operaio, a tratti ottuso. Il mio corpo di donna, di mammifero. Di madre.

Mucchio selvaggio

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Da quando è nata Flavia, il nostro maxi letto a tre piazze ha assunto definitivamente le sembianze di un accampamento berbero (o del castello di Craster del Trono di Spade). Cuscini, trapunte, plaid e copertine delle fogge più disparate vestono il letto matrimoniale e quello singolo che vi abbiamo affiancato qualche mese fa.

In realtà, nonostante l’apparente anarchia, niente è lasciato al caso, e ogni cosa è stata studiata per garantire il massimo comfort e la totale sicurezza a tutti gli occupanti del super talamo: la disposizione, il tipo di coperte, la quantità di cuscini. Flavia ha il suo spazio protetto, tra la parete e il mio corpo, supina su un materasso rigido, ben lontana dal piumone e cinta dal suo cuscino allattamento ecologico. Davide non può rotolare  accidentalmente giù dal letto, Artù ha il suo plaid su cui impastare e fare le fusa, e noi adulti, per quanto dispiaciuti di non dormire (temporaneamente) l’uno accanto all’altra, abbiamo spazio a sufficienza per riposare comodamente. C’è finanche un piccolo angolo del cambio allestito per le esigenze notturne dell’ultima nata (che viene lavata sistematicamente durante il giorno, per cui nottetempo si accontenta senza conseguenze di qualche salviettina ecobio).

Solo un paio di anni fa avrei provato orrore alla prospettiva di una tale promiscuità (e so che i tanti detrattori del cosleeping staranno seriamente rischiando una sincope…), ma noi al momento siamo sereni e soddisfatti. Non solo perché dormire tutti insieme ci consente di riposare in modo decente, sfruttando al massimo le ore di sonno che ci vengono concesse, evitando di raffreddarci, fare rumore, accendere la luce, etc. Ma perchè di notte, in camera nostra, si respira un’aria buona. Un’aria di pace e di famiglia, di carezze e sicurezza. Di calore e di fiducia. Un’aria di tana. Come se fossimo i primi uomini al riparo nella loro caverna calda, o gli ultimi esemplari di Homo sapiens sulla Terra che si confortano al chiarore di un piccolo Led di cortesia.

So per esperienza che non è il sonno condiviso a minare l’affiatamento di una coppia di genitori (semmai può diventare un alibi per amanti in difficoltà che non hanno il coraggio di guardarsi in faccia e ammettere di avere dei problemi), so che la privacy e l’intimità possono sopravvivere con sorprendente vigore anche al di fuori di un letto nuziale, che non è un stanza vuota a far funzionare le cose tra un uomo e una donna.

Quindi mi godo il mio pacifico affollamento notturno, finché dura. Comprendendo benissimo che non è un’opzione valida per tutti, ma che per noi, al momento, funziona a meraviglia.