La moda della madre degenere?

madre degenereAll’inizio ho tirato un sospiro di sollievo. Tutta quella retorica della maternità che mi aveva appestato la gravidanza (“’e figli so’ piezze ‘e core”) sembrava non trovare molto spazio nell’accogliente mondo del web in cui mi ero sistemata dopo la nascita di mio figlio. Poi mi sono ritrovata a sorridere, pensando a quanto fosse bello che, almeno online, per le madri fosse più semplice, oserei dire naturale, vincere l’omertà che a volte si percepisce nei rapporti a tu per tu, non esitando ad ammettere la propria stanchezza, le mancanze, le rese, i compromessi. A rivelare il lato oscuro della genitorialità, che esiste e può far male, anche se in certi contesti rimane tuttora difficile ammetterlo. Da qualche tempo, però, mi capita di domandarmi se quella di essere – anzi, di dichiararsi – una madre un poco degenere non sia anche una tendenza popolare. Una specie di moda, diciamo.

Come se fosse più sportiva, più moderna, più disinvolta (più figa, in un certo senso) la mamma-non-troppo-mamma. Quella che non fa che ripetere quanto le riesca male occuparsi della prole e quanto non veda l’ora di liberarsene per una serata o per un fine settimana. Quella che scrive dozzine di post su quanto sia inadeguata – perché non ha allattato, perché lascia i figli davanti alla maratona di Peppa Pig, perché porta in tavola surgelati e piatti pronti, perché ha trasferito il pupo in cameretta quando aveva 20 giorni, perché dimentica di recuperare il figlio all’asilo almeno due volte a settimana e lo lascia a dormire dai nonni un weekend sì e l’altro pure. Solo che queste “confessioni”, lungi dall’essere infarcite di mea culpa e materni rimorsi (per fortuna, mi vien da aggiungere) a volte sembrano intrise di autocompiacimento. Come a dire: non solo non mi sento in colpa, e rivendico il diritto ad essere degenere, ma in fondo ne vado anche un po’ fiera, perché le mamme-troppo-mamme, diciamocela, sono un po’ sfigate (e soprattutto lo sono i loro figli).

Di contro, e non mi sembra affatto un caso, nelle “fenomenologie materne” tanto di moda su certi siti web, nelle vignette umoristiche e finanche in certi articoli, le mamme “di una volta” – quelle che preparano dolci in casa, accorrono quando i figli piangono, li tengono a dormire nel lettone, li inseguono sul bagnasciuga con l’asciugamano pulito e via dicendo – escono sempre più malconce, descritte impietosamente come chiocce, gelose, iperprotettive, libertarie. O, semplicemente, sfigate, come già accennato. E si tende irresistibilmente, o almeno questa è l’impressione che mi sono fatta in mesi di letture e frequentazioni virtuali mammesche, a compatirne i figli, destinati a soffrire le conseguenze psicologiche e sociali dell’eccesso di istinto materno cui sono sottoposti (mentre ai bambini delle “degeneri”, manco a dirlo, viene spesso vaticinato un fortunato destino intriso di indipendenza, libertà e apertura mentale).

Premesso che potrei essere la sola ad avere avuto questa impressione, e che onestamente non sento di appartenere a nessuna delle due “categorie” (ho allattato a lungo mio figlio, dormiamo tutti insieme e preferisco delegare le sue cure il meno possibile, ma in casa nostra non sono banditi TV, tablet, giochi di plastica, non sforno torte e cerco sempre di ritagliarmi qualche ora per me), devo ammettere che certi atteggiamenti mi fanno sorridere, ma un po’ amaro.

Quando la finiremo, mi chiedo, di etichettarci, di catalogarci, di confrontarci, anche se “scherzosamente” (che poi anche i post e i decaloghi più ironici finiscono sempre con lo scatenare una selva di commenti tutt’altro che spiritosi)? E, soprattutto, quando la smetteremo di aver bisogno di dirci che noi, in fondo in fondo, non siamo “peggiori” di chi si comporta in modo diverso? Perché una madre che allatta suo figlio per due anni ha così bisogno di sentirsi migliore rispetto a una che sceglie il biberon, e perché quest’ultima non riesce a fare a meno di giustificarsi, se non proprio di ribaltare la classifica, dimostrando (a se stessa? Alle altre madri?) che la sua non è stata una scelta di comodo, ma di libertà ed equilibrio? Continua a leggere

Recensione: rialzo da sedia pieghievole On the go Quaranta Settimane

onthegoTempo di vacanze, partenze e gite fuoriporta. Tempo di pranzi al ristorante, permanenze in tenda e viaggi itineranti. Come fare se il piccolo di casa non è ancora abituato a star seduto sulle “sedie dei grandi”? Se si viaggia in aereo, e se la destinazione non è un posto in cui prevedete di trovare facilmente seggioloni in ristoranti e alberghi – come è stato per il nostro ultimo viaggio in Transilvania – potreste optare per un rialzo da sedia portatile, leggero e compatto, che possa aiutarvi a mangiare più comodamente tra una passeggiata, un tuffo e un’escursione.

Noi abbiamo usato il modello On the go di Quaranta Settimane. Si tratta di una leggerissima “valigetta” rivestita in neoprene (25 x 32 cm) estremamente leggera. Una volta aperta, si trasforma in un rialzo da sedia con cinghie regolabili da agganciare alla base della sedia, uno schienale morbido per fissare il bambino anche alle spalle e una “imbragatura” per la seduta.

onthegoDavide

@ Unamammagreen

Il rialzo On the go entra tranquillamente in una valigia di piccole dimensioni, in un borsone o nel contenitore di un passeggino. Può inoltre essere portato a tracolla o appeso al passeggino stesso. Noi siamo riusciti a fissarlo senza particolari problemi a sedie di tipo diverso, anche se in qualche caso lo schienale non rimane esteso per bene (dipende dalla forma della sedia). In ogni caso, è fondamentale soltanto riuscire ad agganciare la cinghia posteriore, per garantire stabilità al bambino.

Probabilmente non ne farei un uso quotidiano, ma mi sembra il prodotto ideale per i viaggi in aereo e le gite fuori porta.

Prezzo intorno ai 35 euro. Diversi colori disponibili.

Altre informazioni sul rialzo da sedia On the go sono disponibili sul sito Quaranta Settimane.

Di decrescita, (troppo) lavoro e tempo rubato

tempo rubato

@Unamammagreen

Dev’essere la mia formazione politica giovanile. Quella residua avversione al fordismo che sopravvive anni dopo le letture adolescenziali, il cinema di lotta e le bandiere cubane. Forse è solo la mia ambizione davvero limitata, o più semplicemente la convinzione intima che il lavoro sia uno strumento per vivere e non il fine cui consacrare la propria esistenza.

Quale che sia la ragione, comunque, più passano gli anni e più mi convinco che la media della gente lavori troppo. E che questo complichi la vita a tutti. Peccherò di presunzione nel dirlo, ma sono davvero incline a pensare che molti dei nostri problemi vengano da lì.

Coppie che passano insieme al massimo un’ora al giorno, a tarda sera, con sulle spalle la stanchezza e le tossine di una intera, estenuante, giornata di lavoro. Coppie obbligate a relegare al fine settimana le passeggiate, l’ozio, le discussioni, l’amore (sempre che restino tempo ed energia dopo tutte le incombenze accumulatesi durante la settimana). Coppie che aspettano sempre di “avere un po’ di tempo” per fare qualsiasi cosa, e che quando alla fine lo trovano, rischiano di sprecarlo in un centro commerciale, spendendo in acquisti tutto sommato superflui i soldi guadagnati con sacrificio nelle ordinarie giornate di super-lavoro.

Giovani rampanti che non riescono a trovare due ore a settimana per andare al cinema. Che non leggono un libro da anni, eccettuate le letture di lavoro. Che chiamano, e lo fanno con sincerità, “amici” i propri colleghi, i clienti, i sottoposti, che spendono i soldi dello stipendio in una solitudine sempre più granitica. Che sgobbano un anno intero per consumare in una settimana frettolosa – tra spiagge affollate e aperitivi mediocri - la propria ora d’aria annuale.

Genitori che stanno insieme ai figli piccoli solo a tarda sera. Che cercano di recuperare in due ore il vuoto di una intera giornata, gettandosi stremati su un tappeto o concedendo sprazzi di attenzione tra la cena da preparare e i piatti da lavare. Che si raccontano la favola rassicurante della “qualità” per negare a se stessi il lutto della perdita. Della rinuncia ad anni fuggevoli che non torneranno mai. Dei momenti non vissuti, dei progressi fotografati, delle piccole magie giornaliere raccontate da altri. Della fatica quotidiana di inseguire le ore e moltiplicare i minuti, della corsa disperata e ininterrotta per “fare tutto” senza perdere troppo.

Individui che corrono, che annaspano, che sudano. Che ignorano il piacere della lentezza, del tempo trascorso a guardare negli occhi qualcuno che amano. Che non possono mai concedersi di indugiare. Individui che invecchiano senza saperlo, dietro una scrivania, dinanzi a un monitor.

Non nego che per qualcuno – per molti, forse – sia proprio questa la “felicità”. Che la gratificazione sociale, economica, professionale di una carriera totalizzante possa compensare la fatica, lo stress, le rinunce di una vita ad alto successo. Ma a costo di sembrare arrogante sono disposta a scommettere che molta gente sarebbe più soddisfatta se le venisse consentito, o se si consentisse, di rallentare, di ridurre, di “diminuire”. Di ammettere che siamo disposti a spendere soldi guadagnati a caro prezzo per cose di cui non abbiamo realmente bisogno, e che non ci renderanno mai appagati e completi.

Qualcuno la chiama “decrescita felice”. Ritornare a vivere con meno e di meno. Recuperare ritmi di vita più sostenibili e più umani. Ma perché è così difficile? Di chi è la colpa, ammesso che una colpa esista effettivamente?

Dello stato sociale inesistente, del tramonto della cultura sindacale? Delle leggi che intendono la flessibilità a esclusivo beneficio delle aziende? Del carovita che costringe a guadagnare sempre di più? Dei conti da pagare, delle tasse che stritolano, del precariato dilagante che impone standard pre-sindacali per anni, “per fare bella impressione” e sperare di essere confermati per qualche mese ancora?

Probabilmente di tutte queste cose insieme. Ma secondo me – e lo dice che una che riconosce di avere avuto certi privilegi, ma che è anche scesa a patti, tante volte e per tante cose – in molti casi, anche chi sostiene di “non avere scelta” potrebbe, se davvero lo volesse, imparare a dire qualche no. Imporsi di rallentare, di accontentarsi, per usare una parola che suona sempre più come una bestemmia. Di rinunciare a qualcosa in cambio dell’unico capitale inestimabile che nessuna carta di credito può comprare: il tempo.

Perché è quello, più di ogni altra cosa, che ci stanno rubando. Senza che noi ci ribelliamo a sufficienza, per come la vedo io.

50 anni

miguel indurain

@ Unamammagreen

C’era una volta una ragazzina strana. Era strana perché difficilmente i suoi gusti incontravano quelli della maggior parte dei suoi coetanei (e pure degli adulti che aveva intorno, a dire la verità). Un po’ era una scelta precisa – l’anticonformismo, alla sua età, era un vezzo talvolta irresistibile – e un altro po’ era puro istinto.

A questa ragazzina, paffuta fino a un certo punto e poi magra al limite della malattia, piacevano un sacco di cose: i libri, la musica, i viaggi che ancora non aveva la possibilità di fare, la birra e i musei. Le piaceva studiare, anche. Ma non sempre stimava coloro che avrebbero dovuto guidarla dalla pedana di una cattedra. Si interessava di politica, di Rivoluzione, e altre cose così.

E poi, soprattutto, le piaceva lo sport. Alle pareti della sua stanza (in cui non dormiva, perché di notte lei divideva con sua nonna una camera di passaggio nella piccola casa di famiglia) c’erano poster di campioni aitanti e sudati. Divinità moderne e caduche, eroi imperfetti con corpi scolpiti dalla fatica e segnati dagli infortuni.

Non erano i mostri sacri del rock, né le band del momento, a fare capolino dall’interno dei suoi armadi. Non erano i volti patinati degli attori di grido a finire appiccicati sul suo diario di scuola.

La ragazzina strana entrava negli stadi, nei palazzetti, nelle palestre, non per assistere ad emozionanti concerti, ma per tifare a squarciagola per i suoi beniamini. Sognava pensando a nuotatori e piloti, pallavolisti e calciatori, canottieri e pallanuotisti. E ciclisti, soprattutto.

In una terra in cui le biciclette sono roba per pochi, in cui l’orografia, le strade, i furti e il costume della gente le rende un mezzo faticoso e anche pericoloso, lei si innamorava di quei centauri di carne e di metallo. Immaginava il loro sforzo ai limiti del possibile, l’epica fatica di correre nella neve e nel fango, il coraggio indispensabile per tuffarsi a settanta all’ora lungo discese vertiginose.

Niente di patinato o di glamour. Niente di troppo lustro o modaiolo. Atleti cotti dal sole e graffiati dall’asfalto, spesso ignoranti al limite dell’analfabetismo, zingari abituati a passare la loro giovinezza (e anche parte della maturità) in giro per l’Europa in sella a una bicicletta.

A quella ragazzina strana sembravano eroi d’altri tempi. Votati allo sport nel senso più classico del termine, immolati al sacrificio in nome di una gloria sporca di terra e di sudore. L’EPO e le autotrasfusioni erano ancora di là da venire, o almeno dall’essere scoperte. La chimica e la tecnologia sembravano solo comparse al fianco della fatica e della genetica.

E poi, sopra ogni cosa, c’era lui. Un contadino spagnolo goffo e un po’ musone. Un campione di quelli poco spettacolari, che vinceva silenziosamente e senza – in apparenza – numeri memorabili. Un tipo di poche parole (a differenza della sua giovanissima tifosa), generoso e tattico. Quante cose gli ho perdonato. Le défaillance più imbarazzanti, il mondiale regalato a una meteora in nome della maglia, le diserzioni più dolorose. Finanche la provenienza da una terra di toreri.

Oggi quell’uomo dal naso enorme e dal cuore lento compie 50 anni. Mezzo secolo. Quando iniziano a invecchiare i miti della tua adolescenza, è forse ora di considerare conclusa anche la tua giovinezza. Ma sapere che ce li hai avuti, quegli idoli ormai stagionati, scrutare un vecchio ritaglio di giornale che ancora occhieggia dalla tua scrivania, ricordare le lacrime e l’adrenalina e le farfalle nello stomaco, in fondo, non è un modo per restare giovani per sempre?

Buon compleanno, Miguel.

La vita che sogno

la vita che sogno

© Unamammagreen

Che poi cos’è che ce lo impedisce davvero?
Il buon senso, la paura dell’ignoto, i legami familiari?
Cosa ci vieta di cancellare con un colpo di spugna la vita che conosciamo e ricominciare da capo, lontano, senza le abitudini che ci imbrigliano (ma che ci rassicurano, anche!)? Oltre i confini che conosciamo così bene, al di fuori dei punti di riferimento cui siamo del tutto assuefatti?

Se è vero che quella in cui viviamo è l’era delle possibilità, che il mondo è più piccolo di uno di quei sassi levigati che sulle spiagge cozzano con altri mille simili a loro: perché allora è così difficile anche solo pensare di mollare tutto – casa, lavoro, relazioni sociali – e scegliere per sé e per la propria famiglia una vita più semplice, più naturale, più libera?

Quando mi capita di fantasticare su un’ipotetica “nuova esistenza”, su un cambiamento radicale di quelli complicati anche solo da sognare, non penso mai a città moderne e “vivibili”, o a carriere di successo. Non mi scopro a desiderare infrastrutture all’avanguardia, servizi di eccellenza, cultura e design. Teatri e centri d’arte, ristoranti fusion e negozi alternativi. Non sogno ludoteche e parchi attrezzati, scuole montessoriane e insegnanti madrelingua d’inglese, palestre per bambini, musei didattici e, in prospettiva, quelle che la gente chiama “ottime università” (per quanto chi mi conosce sa quanto mi interessi questo genere di cose).

Tutt’altro. Penso a luoghi incontaminati e semplici, in cui la vita possa scorrere placida ai ritmi della natura. Penso, ad esempio, a un piccolo chiosco su una spiaggia lontana, col mare che lambisce le sdraio e una musica esotica che si diffonde piano nell’aria umida. Penso a tempi che scorrono lenti, a capelli arruffati dalla salsedine e a piedi calzati solo da ciabatte infradito. Tutto l’anno, tutta la vita.

Penso a piccole scuole per i miei figli, animali come compagni di gioco, canne da pesca e aquiloni improvvisati, canoe con cui solcare le acque calme, tramonti e temporali per accendere la fantasia. Libri pieni di storie di pirati, viaggiatori stranieri da ascoltare, storie – vere o inventate – con cui nutrirsi e diventare grandi.

Mi dico che, in fondo, basterebbero solo un po’ di coraggio e un piccolo investimento per liberarsi. Per spezzare catene e consuetudini, per offrire a tutta la famiglia una possibilità alternativa.

La mia idea di felicità somiglia sempre di più a un’assenza. All’assenza di falsi bisogni, di necessità artificiali. Di convenzioni forzate e di obblighi autoimposti. Di orologi, scadenze, bilanci e scartoffie. All’assenza di corse, di fretta, di desideri finti.

Sogno una vita arcaica ed elementare, primitiva, per certi versi. Arretrata, forse. Ma più naturale. In cui la fatica sia soprattutto una questione di muscoli e sudore, e non di stress, di ansia e di paura. In cui il tempo sia un alleato sornione, e non una preda da inseguire. In cui il benessere non si misuri coi soldi in banca, e il successo prescinda da quello che c’è scritto sul proprio biglietto da visita.

In cui bastino, per sentirsi a posto, la pancia piena, un letto soffice e gli abbracci della tua famiglia a conciliare il sonno più dolce.

Sogno la vita che ancora non ho, ma che forse esiste, da qualche parte, anche per me. Aspettando solo di trovare il coraggio per andare a prendermela.

 

Contro natura

Nota bene: questo post è fatto di sole domande

Foto Wikipedia (licenza CC)

Foto Wikipedia (licenza CC)

Ultimamente mi stupisco di quanto la “natura” stia a cuore alla gente. Mi meraviglio che tanta accorata attenzione non abbia prodotto un mondo meno inquinato, zozzo, sovrasfruttato e ingiusto di quello in cui vago a tentoni da 33 anni. Ma tant’è. Sembra che proclamare che una cosa sia o meno “contro natura” sia diventato il secondo sport nazionale (dopo il giudicare le scelte altrui).

Beati coloro che hanno tante certezze, dico io. Io che invece ho solo una quantità imbarazzante di domande.

Ad esempio. Mangiare carne tutti i santi giorni è contro natura? E mangiarla una volta ogni tanto? E mangiare alimenti iperproteici a base di glutine lo è? Dover prendere integratori alimentari per completare una dieta vegana è contro natura?

Usare i contraccettivi è contro natura? La castità è contro natura? E la monogamia?

Operarsi col laser per guarire dalla miopia: non è che forse è contro natura?

Depilarsi. Tingersi i capelli. Tagliarseli, i capelli! Farsi un tatuaggio. Contro natura?

Sottoporsi a delle cure ormonali per riuscire a concepire un figlio: contro natura? E ricorrere alla fecondazione assistita? Adottare un bambino (oppure darlo in adozione) è una cosa contro natura? Decidere di non averne mai, di figli. Interrompere una gravidanza. Rinunciare alla patria potestà. Sono scelte contro natura?

Ammazzare una persona è contro natura? E un altro mammifero? Una zanzara, un moscerino, uno scarafaggio? E appiccare un incendio in una foresta? E raccogliere dei fiori di campo, un’insalata un carciofo? Strappare le “erbacce” è contro natura? E piazzare uno spaventapasseri in mezzo all’orto?

Adottare un gatto (o un cane), castrarlo, alimentarlo con cibi industriali di prima scelta, abituarlo a fare i bisogni in una cassetta piena di sabbia (o a passeggiare al guinzaglio) sono azioni contro natura?

I bonsai sono contro natura?

E detestare i propri genitori è contro natura?

L’aria condizionata. Le vaccinazioni. L’anestesia. Il dentista. Le protesi al seno. La chemioterapia. L’energia elettrica. I figli unici. Il poliestere. Gli aerei. Il cibo liofilizzato. L’acqua in bottiglia. Lo zoo. Il sesso anale. La biancheria intima. I materassi ortopedici. Le radiografie. Il cinema. La realtà virtuale. Le monache di clausura. La guerra. I denti d’oro. I cappottini per cani. Il parto cesareo. I campetti in erba sintetica. Il viagra. Le bare zincate. La meditazione. Il formaggio sopra la pasta con le vongole. La pasta con le vongole. Gli acrobati che camminano a testa in giù. Le giostre che vanno a testa in giù. Le scarpe di cuoio. Le scarpe di cuoio indossate dai vegetariani. I nonni che crescono i nipoti. Le baby-sitter che crescono i figli dei clienti. Gli asili nido che crescono i figli dei clienti. I parti quadrigemini. Il latte artificiale. Le rose multicolori. Le angurie mignon senza semi.

Cosa è davvero contro natura? Quante cose che 300 o 30 anni fa sarebbero state considerate innaturali ora fanno parte della nostra monotona quotidianità? Cosa è, in ultima analisi, la Natura di cui tanti parlano a (s)proposito?

Se avete risposte…

Aria condizionata e bambini: qualche consiglio e altre amenità

aria condizionataLa nostra famiglia, dal punto di vista della regolazione termica, è sempre stata un vero cliché. Io sono quella coi piedi ghiacciati (piazzati impunemente sui reni dell’inquilino caloroso), lui quello che suda a dicembre. Io quella che si accuccia nel plaid mentre guardiamo l’ennesima serie TV, lui quello che “la maglia intima proprio no”. Io con le tisane da novembre a marzo, lui con l’acqua gelata anche a Natale.

Va da sé che quando abbiamo ristrutturato il nostro appartamento, io ero quella che si preoccupava dell’isolamento termico degli infissi e lui quello che ha preteso il condizionatore in camera da letto e in cucina.

Da allora, l’uso del clima si fonda su un pacifico ma quotidiano braccio di ferro tra la femmina marsupiale fissata col cambiamento climatico e il maschio a sangue (troppo) caldo che starebbe bene forse solo in Alaska.

Scena tipica in un qualsiasi pomeriggio torrido di un qualsiasi giorno lavorativo d’estate. Lui che rientra dal lavoro, trovando me nel mio antro/studio e BigD ancora addormentato in camera da letto.

«Ciao! Come va? Ma fa caldissimo!!» (e intanto via la polo) «Perché non hai acceso il condizionatore??» (via il jeans con un duplice colpo di caviglia ben assestato).

«Non ne avevo bisogno, ho il mio ventilatore. E poi ho chiuso le tende parasole…».

Lui termina il suo spogliarello sudato e si avventa (non sulla sua moglie freelance…) sul telecomando dell’inverter della cucina. “Ti-ri-ti-rì!” canta il condizionatore, e lui, sollevato «Ahhhhhh!».

Il resto della giornata – e la prima parte della notte – trascorre di solito in un susseguirsi di:

«Ma qui si gela! A quanti gradi siamo? 26??? Sei impazzito?! E le alette? Ti ho detto che devono essere rivolte verso il soffitto… Abbassa la potenza, però! Chiudi le persiane! La porta! Le doghe! Le tende!!!».

Cui le risposte più usuali sono: «Uff… Sgrunt! Arf!» e una vasta gamma di simili onomatopee sudaticce.

Da quando c’è BigD (che finora tende ad essere caloroso e traspirante proprio come suo padre) l’equilibrio instabile del nostro microclima domestico si è arricchito di amene dissertazioni pregne di considerazioni scientifiche, che a onor del vero coinvolgono entrambi i membri adulti della nostra (termicamente) sregolata comunità. «Sta sudando troppo. Ha le gambe gelate! Ma ha gli occhi un po’ rossi? Oggi mi sembra leggermente disidratato».

Però, da mamma inquilina di una casa di tufo esposta a ovest, in cui sembra che ci sia sempre un camino acceso in ogni stanza, devo ammettere che qualche ora di refrigerio ogni tanto è veramente salvifica. Via libera, dunque, se le condizioni lo richiedono, al condizionatore, anche (anzi, soprattutto) se in casa ci sono dei bambini piccoli. A patto però che non si scenda sotto i 27 gradi e che si posizionino bene le alette! ;)

E per chi ha a cuore le sorti del pianeta, e magari ha dei bambini intorno, ecco qualche consiglio pratico sulla gestione dell’aria condizionata:

  1. Evitate di scegliere condizionatori sovradimensionati alle vostre esigenze. Se possibile, concedetevi un modello inverter, che costa un po’ di più ma permette di abbattere i consumi energetici almeno del 30%
  2. Non posizionate il condizionatore al di sopra di finestre o vetrate: l’aria fresca, più pesante, tende a scivolare verso il basso e finirebbe col surriscaldarsi di nuovo passando davanti alla superficie di vetro.
  3. Pulite i filtri regolarmente, per contenere i consumi e migliorare la salubrità dell’aria.
  4. Non regolate mai la temperatura a meno di 3-4 gradi rispetto a quella esterna. In qualche caso, basta usare la funzione “deumidificatore” per trovare sollievo dall’afa.
  5. Fate in modo che l’aria fresca non finisca direttamente sulle persone, specie mentre dormono! E questo vale ancora di più per i bambini.
  6. Chiudete porte e finestre degli ambienti con l’aria condizionata in funzione, per evitare sprechi di energia (arieggiate le stanze regolarmente, però!).
  7. Prima ancora di installare un climatizzatore, cercate di migliorare l’isolamento termico di casa vostra: schermate le finestre esposte al sole con tende o veneziane, sigillate gli “spifferi” e, se potete, installate infissi a risparmio energetico. Evitate il più possibile di usare forni, lampade e altri elettrodomestici che rilasciano calore nell’ambiente. Usate solo lampadine “fredde”, a LED o a fluorescenza.
  8. Prima di accendere l’aria condizionata, provate comunque a cavarvela con un semplice ventilatore, che consuma circa 15 volte di meno.

 

La cosa giusta

silvanaÈ così che mi hanno cresciuto. Insegnandomi che quello che conta è fare, a qualunque condizione, “la cosa giusta”. Che poi è raramente quella che ti suggerisce l’istinto o quella che ti rende felice. Pensare al proprio benessere senza prima aver tenuto conto delle esigenze altrui è un comportamento egoista e in quanto tale immaturo, immorale, sbagliato. Pensare al proprio benessere sapendo addirittura che questo non è compatibile con la soddisfazione altrui è addirittura esecrabile. Imperdonabile.

Vivere più semplicemente senza chiedersi cosa pensino (o come vivano) gli altri del proprio comportamento è superficiale e infantile. Non c’è scampo. Gli altri, che lo meritino o meno, vengono in ogni caso prima di te stesso.

E se poi uno osasse provare sentimenti “negativi”, come la rabbia, la delusione, la gelosia o più banalmente un’antipatia, non resta che reprimere il proprio istinto malato. Lobotomizzarsi, violentarsi fino a cancellare i propri istinti. Fare ammenda, espiare. Perché ciò che conta, nella vita, è essere corretti, integri, “morali”, o almeno fingere di esserlo, mentre dentro ti si agita l’inferno. Fare la cosa giusta. Assecondare il senso morale comune, essere educati, rispettosi, altruisti, in ogni caso.

Me lo hanno detto in tanti, con tante parole diverse, per almeno 30 anni. Perdonare. Fare il primo passo. Mettere da parte “l’orgoglio”. Porgere l’altra guancia. Lasciar correre. Essere superiore. Dimenticare. Andare d’accordo con tutti.

Rispettare il prossimo. E pazienza se il prossimo, qualche volta, se ne frega altamente di te.

Sforzarsi piuttosto, sempre e comunque, di fare la cosa giusta.

Io non ne posso più.

Voglio sentirmi in diritto di pensare a me stessa, almeno una volta ogni tanto. Se qualcuno mi ha ferito, ignorato, mortificato, voglio accordarmi, semplicemente, il permesso di ignorarlo, trascurarlo , dimenticarlo. Cancellarlo, in qualche caso. Nessuna vendetta, nessuna ripicca, nessun rancore. Voglio solo fregarmene senza sentirmi un mostro, senza sentirmi obbligata a rimediare, ricucire, ricostruire. Senza pensare che sia colpa mia se un rapporto non funziona, o non funziona più. Salvaguardare quello che resta del mio orgoglio senza per questo sentirmi spregevole. Voglio selezionare. Arrabbiarmi – e restare arrabbiata – senza sentirmi un’infame. Perdonarmi se non riesco ad amare qualcuno, o se per qualche ragione a un certo punto ho smesso di farlo.

Soprattutto, è questo che voglio insegnare a mio figlio. Che, prima di rispettare gli altri, è se stesso che deve rispettare. Che deve amarsi, soprattutto. Più di quanto ami chiunque altro al mondo (ad eccezione, forse, dei figli che un giorno potrebbe avere). Che non c’è niente di male nell’incazzarsi, qualche volta, e che non devono per forza andarti a genio tutte le persone che la vita ti mette dinanzi. Neanche se con loro condividi la casa, la scuola, il cognome, il tuo stesso sangue.

Che se certe ferite stentano a smettere di dolere, non è colpa di chi quel male lo ha subito. E che ignorare quel male, fingendo che nessuno te lo abbia imposto, non è “ammirevole e maturo”, ma spesso soltanto masochista. Qualche volta la colpa non è neanche di chi quelle ferite le ha inferte, d’accordo, ma il dolore intanto resta, e imporsi di cancellarlo “per non sbagliare”, per non offendere “gli altri”, non è sempre saggio. E quasi mai paga.

Voglio insegnare a mio figlio che pensare continuamente a rendere felice gli altri, se questo non rende felice prima lui stesso, non è il modo giusto per vivere. E che essere egoisti, certe volte, è l’unica salvezza possibile, il solo modo che esista per volersi bene.

E sticazzi se “il prossimo” non è d’accordo.