Se lo fai sei un vigliacco. E meriti di soffrire

artù_vergognaI suoi occhi ti hanno sedotto in un istante. Occhi grandi, da neonato. Uno sguardo buffo e fiero insieme, per quanto ancora vacuo di troppa giovinezza. La sua andatura caracollante, associata a una sicumera un po’ ridicola, ti ha fatto sorridere decine di volte, la sua morbidezza irresistibile ti ha estorto carezze e baci, ancora e ancora e ancora. Nel tempo hai conosciuto il suo amore incondizionato. La sua fedeltà assoluta ma tutt’altro che ottusa. La compagnia insostituibile della sua piccola presenza silenziosa. La familiarità di un corpo tiepido che si fida di te, e si abbandona ai tuoi piedi, o tra le tue braccia. Con lui hai diviso il sonno, i giochi, il tempo libero, lo spazio. Ti ha osservato ridere e urlare, piangere, litigare e crollare addormentato. Gli hai scattato foto da mostrare a chiunque fosse disposto a guardarle, ti sei vantato orgogliosamente dei suoi progressi e delle sue capacità, lo hai chiamato figlio, perché in fondo è quello che lui è diventato, senza tra l’altro averlo mai chiesto. Parte della tua famiglia, presenza quotidiana nel tuo mondo. Compagno di giochi, angelo custode, giullare e confidente, testimone silenzioso, consolatore e psicanalista in servizio – gratuito – 24 ore su 24.

Allora io avrei solo una domanda da rivolgerti. Un solo chiaro e semplice quesito: dove lo trovi il coraggio di scaraventarlo su un’autostrada e scappare? Come può la tua coscienza permetterti di legarlo a un guard rail e voltargli le spalle, mentre lui, anima innocente, ti chiama a gran voce pensando a un nuovo gioco che ancora non capisce? Non ti tormenta il pensiero che lui possa patire la fame, la sete, la paura, la solitudine? Che lui possa finire a brandelli sotto un’auto, concludere la sua esistenza tra sofferenze indicibili? Non ti senti un essere spregevole sapendo che il tuo gesto, che peraltro è un reato perseguito dalla legge italiana, mette a rischio la vita di altre persone? Come puoi convivere con la vergogna di un tradimento tanto vile?

Ogni estate in Italia vengono abbandonati circa 80.000 gatti e 50.000 cani. Molti di loro finiscono ammazzati in incidenti stradali, causando spesso morti e feriti tra gli automobilisti di passaggio. I più “fortunati” vanno ad incrementare la piaga del randagismo, vagando per tutta la vita in cerca del vigliacco che li ha lasciati per sempre.

Se siete, per un motivo qualsiasi, impossibilitati ad occuparvi oltre del vostro animale domestico, rivolgetevi alle associazioni attive sul vostro territorio, oppure contattate enti come la LAV o l’ENPA. Se non riuscite a trovare una soluzione per le vacanze (strutture ricettive in cui sono ammessi gli animali, dog e cat sitter, pensioni, veterinari che fanno anche servizio di accoglienza estiva) chiedete alle stesse associazioni prima di lasciarvi anche solo sfiorare dall’idea peggiore.

A quelli che non troveranno di meglio che disfarsi dei propri amici quadrupedi auguro semplicemente di passare una vita lunghissima all’insegna del rimorso più feroce. Di conquistare la piena consapevolezza di quanto sia indegno il loro gesto e di convivere con la propria coscienza maleodorante per il resto dei loro giorni.

Piedi e cuore

piedi e cuorePerfetti. I piedi dei bambini sono talmente perfetti da sembrare finti. Più vellutati della più vellutata delle pesche su cui abbia mai passato le dita. Più lisci del più liscio dei cuccioli lisci che abbia mai accarezzato. Più soffici dello zucchero filato più soffice in cui abbia mai affondato le guance. Nessuna ruvidità, zero spigoli, nessuna discromia a interrompere la continuità di una perfezione surreale. Nessuna ferita, vecchia o nuova che sia.

Ci penserà il tempo a deformare, ispessire, lacerare e ricostruire. Ci penseranno gli anni e i chilometri macinati – prima a passetti traballanti e scalzi, poi con falcate sempre più decise e frenetiche – a rendere credibili quelle appendici inverosimili. A renderle autentiche, uniche e vissute, per quanto inesorabilmente imperfette.

Un po’ come accade al cuore di ciascuno di noi. Nasciamo accompagnati dalla verginità dell’anima, incapaci di assecondare altro che non sia il nostro istinto più animale. Senza sovrastrutture, senza desideri e senza ricordi. Senza pregiudizi. Ci portiamo dentro una lavagna immacolata priva di segni, di macchie, di graffi. Priva di cicatrici. Sarà il tempo ad aggiungere callosità e solchi, rughe e cavità. Sarà la vita a stessa a segnare, nel bene e nel male, il nostro cuore. A renderlo diverso da tutti gli altri miliardi di cuori che battono nel mondo. Imperfetto e ruvido, ma nostro. Vivo. Palpitante.

Solo che quello che accade nella nostra cassa toracica di solito non si vede.

Ma si vedono i piedi, deformarsi e invecchiare allo stesso ritmo del nostro cuore. Come una specie di ritratto di Dorian Gray che ci dà la misura del tempo che passa, dell’amore che entra e di quello che esce.

Che ci insegna quanto poco siamo destinati alla perfezione, e quanto sia necessario farsi stropicciare dalla vita.

Ode to my family

ode to my family

C’è questa canzone che è stata per anni l’inno della mia famiglia di elezione. Una specie di canto sacro elevato a quella ristretta cerchia di persone che, tra tante, avevo scelto come compagni di cammino lungo le strade tortuose e assolate della mia adolescenza. E che avevano scelto me, con la stessa, ingenua, appassionata, pretesa di eternità. Sono ragionevolmente certa che per lunghe, giovanili stagioni, le sue note evocassero in tutti noi il medesimo univoco e imperituro senso di appartenenza. Anche quando eravamo separati. Quella canzone, le sue parole, la sua melodia a tratti struggente, parlavano di noi in una lingua dagli accenti spigolosi e delicati insieme.

Quella famiglia adesso non esiste più. Gli anni e le distanze l’hanno cambiata irrimediabilmente, sfilacciandola e in un certo senso cancellandola, come accade quasi sempre alle famiglie che non è il sangue a tenere insieme (e chissà poi perché). Per molto tempo ho evitato di riascoltare quel messaggio musicale cifrato così denso di memorie, di vuoti, di aspettative apparentemente tradite. Troppo doloroso confrontare la fiducia incrollabile di quella vita conclusa con le fatiche del presente, con la fretta, le separazioni, con la solitudine. Troppo difficile rispondere a domande mai formulate, rassegnarsi a una perdita che a lungo è sembrata semplicemente inaccettabile.

Ma il tempo e la natura, di solito, concludono egregiamente il loro lavoro. Senza clamore, nel silenzio. Agiscono su di te e sulla realtà in cui esisti senza che tu nemmeno te ne accorga. E il vuoto lacerante, pian piano, diventa terreno fertile per il ricordo (quello sì, imperituro). Il lutto, definitivamente elaborato, lascia il posto alla dolcezza della nostalgia. I perché senza risposta smettono di urlare, di graffiare, di agitare il sonno. La ricerca di una spiegazione, di una responsabilità, di una causa, si estingue nella serena consapevolezza che niente è immutabile. Nemmeno quello che è eterno. Ci sono cose che nessuno sceglie, che accadono e basta. E in fondo va bene così. Da lì a comprendere che non c’è nulla da dimenticare, che nessuno ha torti da assolvere o perdoni da implorare, è un passo.

Ringraziare per ciò che è stato diventa più semplice che piangere su quanto si è perso. Tanto da sperare con tutto il tuo amore materno che anche a tuo figlio, un giorno, sia concesso il privilegio di una famiglia “di cuore” con cui intonare una esclusiva liturgia. Anche se sai che la fine di quella parabola potrebbe infliggergli lo stesso dolore disperato che ti ha dilaniato le viscere per anni.

E allora si può far pace anche con una cantante irlandese dalla voce agrodolce. Permettersi di indugiare nel ricordo di un tempo estinto e forse inestinguibile, ma solo per 4 minuti e 39 secondi. Pur sapendo che ormai, probabilmente, quel linguaggio in codice è rimasto comprensibile solo a te e a pochissimi altri, nella migliore delle ipotesi. Che per il resto del mondo, quella è tornata ad essere soltanto una canzone.

Ode to my family – The Cranberries

La moda della madre degenere?

madre degenereAll’inizio ho tirato un sospiro di sollievo. Tutta quella retorica della maternità che mi aveva appestato la gravidanza (“’e figli so’ piezze ‘e core”) sembrava non trovare molto spazio nell’accogliente mondo del web in cui mi ero sistemata dopo la nascita di mio figlio. Poi mi sono ritrovata a sorridere, pensando a quanto fosse bello che, almeno online, per le madri fosse più semplice, oserei dire naturale, vincere l’omertà che a volte si percepisce nei rapporti a tu per tu, non esitando ad ammettere la propria stanchezza, le mancanze, le rese, i compromessi. A rivelare il lato oscuro della genitorialità, che esiste e può far male, anche se in certi contesti rimane tuttora difficile ammetterlo. Da qualche tempo, però, mi capita di domandarmi se quella di essere – anzi, di dichiararsi – una madre un poco degenere non sia anche una tendenza popolare. Una specie di moda, diciamo.

Come se fosse più sportiva, più moderna, più disinvolta (più figa, in un certo senso) la mamma-non-troppo-mamma. Quella che non fa che ripetere quanto le riesca male occuparsi della prole e quanto non veda l’ora di liberarsene per una serata o per un fine settimana. Quella che scrive dozzine di post su quanto sia inadeguata – perché non ha allattato, perché lascia i figli davanti alla maratona di Peppa Pig, perché porta in tavola surgelati e piatti pronti, perché ha trasferito il pupo in cameretta quando aveva 20 giorni, perché dimentica di recuperare il figlio all’asilo almeno due volte a settimana e lo lascia a dormire dai nonni un weekend sì e l’altro pure. Solo che queste “confessioni”, lungi dall’essere infarcite di mea culpa e materni rimorsi (per fortuna, mi vien da aggiungere) a volte sembrano intrise di autocompiacimento. Come a dire: non solo non mi sento in colpa, e rivendico il diritto ad essere degenere, ma in fondo ne vado anche un po’ fiera, perché le mamme-troppo-mamme, diciamocela, sono un po’ sfigate (e soprattutto lo sono i loro figli).

Di contro, e non mi sembra affatto un caso, nelle “fenomenologie materne” tanto di moda su certi siti web, nelle vignette umoristiche e finanche in certi articoli, le mamme “di una volta” – quelle che preparano dolci in casa, accorrono quando i figli piangono, li tengono a dormire nel lettone, li inseguono sul bagnasciuga con l’asciugamano pulito e via dicendo – escono sempre più malconce, descritte impietosamente come chiocce, gelose, iperprotettive, libertarie. O, semplicemente, sfigate, come già accennato. E si tende irresistibilmente, o almeno questa è l’impressione che mi sono fatta in mesi di letture e frequentazioni virtuali mammesche, a compatirne i figli, destinati a soffrire le conseguenze psicologiche e sociali dell’eccesso di istinto materno cui sono sottoposti (mentre ai bambini delle “degeneri”, manco a dirlo, viene spesso vaticinato un fortunato destino intriso di indipendenza, libertà e apertura mentale).

Premesso che potrei essere la sola ad avere avuto questa impressione, e che onestamente non sento di appartenere a nessuna delle due “categorie” (ho allattato a lungo mio figlio, dormiamo tutti insieme e preferisco delegare le sue cure il meno possibile, ma in casa nostra non sono banditi TV, tablet, giochi di plastica, non sforno torte e cerco sempre di ritagliarmi qualche ora per me), devo ammettere che certi atteggiamenti mi fanno sorridere, ma un po’ amaro.

Quando la finiremo, mi chiedo, di etichettarci, di catalogarci, di confrontarci, anche se “scherzosamente” (che poi anche i post e i decaloghi più ironici finiscono sempre con lo scatenare una selva di commenti tutt’altro che spiritosi)? E, soprattutto, quando la smetteremo di aver bisogno di dirci che noi, in fondo in fondo, non siamo “peggiori” di chi si comporta in modo diverso? Perché una madre che allatta suo figlio per due anni ha così bisogno di sentirsi migliore rispetto a una che sceglie il biberon, e perché quest’ultima non riesce a fare a meno di giustificarsi, se non proprio di ribaltare la classifica, dimostrando (a se stessa? Alle altre madri?) che la sua non è stata una scelta di comodo, ma di libertà ed equilibrio? Continua a leggere

Recensione: rialzo da sedia pieghievole On the go Quaranta Settimane

onthegoTempo di vacanze, partenze e gite fuoriporta. Tempo di pranzi al ristorante, permanenze in tenda e viaggi itineranti. Come fare se il piccolo di casa non è ancora abituato a star seduto sulle “sedie dei grandi”? Se si viaggia in aereo, e se la destinazione non è un posto in cui prevedete di trovare facilmente seggioloni in ristoranti e alberghi – come è stato per il nostro ultimo viaggio in Transilvania – potreste optare per un rialzo da sedia portatile, leggero e compatto, che possa aiutarvi a mangiare più comodamente tra una passeggiata, un tuffo e un’escursione.

Noi abbiamo usato il modello On the go di Quaranta Settimane. Si tratta di una leggerissima “valigetta” rivestita in neoprene (25 x 32 cm) estremamente leggera. Una volta aperta, si trasforma in un rialzo da sedia con cinghie regolabili da agganciare alla base della sedia, uno schienale morbido per fissare il bambino anche alle spalle e una “imbragatura” per la seduta.

onthegoDavide

@ Unamammagreen

Il rialzo On the go entra tranquillamente in una valigia di piccole dimensioni, in un borsone o nel contenitore di un passeggino. Può inoltre essere portato a tracolla o appeso al passeggino stesso. Noi siamo riusciti a fissarlo senza particolari problemi a sedie di tipo diverso, anche se in qualche caso lo schienale non rimane esteso per bene (dipende dalla forma della sedia). In ogni caso, è fondamentale soltanto riuscire ad agganciare la cinghia posteriore, per garantire stabilità al bambino.

Probabilmente non ne farei un uso quotidiano, ma mi sembra il prodotto ideale per i viaggi in aereo e le gite fuori porta.

Prezzo intorno ai 35 euro. Diversi colori disponibili.

Altre informazioni sul rialzo da sedia On the go sono disponibili sul sito Quaranta Settimane.

Di decrescita, (troppo) lavoro e tempo rubato

tempo rubato

@Unamammagreen

Dev’essere la mia formazione politica giovanile. Quella residua avversione al fordismo che sopravvive anni dopo le letture adolescenziali, il cinema di lotta e le bandiere cubane. Forse è solo la mia ambizione davvero limitata, o più semplicemente la convinzione intima che il lavoro sia uno strumento per vivere e non il fine cui consacrare la propria esistenza.

Quale che sia la ragione, comunque, più passano gli anni e più mi convinco che la media della gente lavori troppo. E che questo complichi la vita a tutti. Peccherò di presunzione nel dirlo, ma sono davvero incline a pensare che molti dei nostri problemi vengano da lì.

Coppie che passano insieme al massimo un’ora al giorno, a tarda sera, con sulle spalle la stanchezza e le tossine di una intera, estenuante, giornata di lavoro. Coppie obbligate a relegare al fine settimana le passeggiate, l’ozio, le discussioni, l’amore (sempre che restino tempo ed energia dopo tutte le incombenze accumulatesi durante la settimana). Coppie che aspettano sempre di “avere un po’ di tempo” per fare qualsiasi cosa, e che quando alla fine lo trovano, rischiano di sprecarlo in un centro commerciale, spendendo in acquisti tutto sommato superflui i soldi guadagnati con sacrificio nelle ordinarie giornate di super-lavoro.

Giovani rampanti che non riescono a trovare due ore a settimana per andare al cinema. Che non leggono un libro da anni, eccettuate le letture di lavoro. Che chiamano, e lo fanno con sincerità, “amici” i propri colleghi, i clienti, i sottoposti, che spendono i soldi dello stipendio in una solitudine sempre più granitica. Che sgobbano un anno intero per consumare in una settimana frettolosa – tra spiagge affollate e aperitivi mediocri - la propria ora d’aria annuale.

Genitori che stanno insieme ai figli piccoli solo a tarda sera. Che cercano di recuperare in due ore il vuoto di una intera giornata, gettandosi stremati su un tappeto o concedendo sprazzi di attenzione tra la cena da preparare e i piatti da lavare. Che si raccontano la favola rassicurante della “qualità” per negare a se stessi il lutto della perdita. Della rinuncia ad anni fuggevoli che non torneranno mai. Dei momenti non vissuti, dei progressi fotografati, delle piccole magie giornaliere raccontate da altri. Della fatica quotidiana di inseguire le ore e moltiplicare i minuti, della corsa disperata e ininterrotta per “fare tutto” senza perdere troppo.

Individui che corrono, che annaspano, che sudano. Che ignorano il piacere della lentezza, del tempo trascorso a guardare negli occhi qualcuno che amano. Che non possono mai concedersi di indugiare. Individui che invecchiano senza saperlo, dietro una scrivania, dinanzi a un monitor.

Non nego che per qualcuno – per molti, forse – sia proprio questa la “felicità”. Che la gratificazione sociale, economica, professionale di una carriera totalizzante possa compensare la fatica, lo stress, le rinunce di una vita ad alto successo. Ma a costo di sembrare arrogante sono disposta a scommettere che molta gente sarebbe più soddisfatta se le venisse consentito, o se si consentisse, di rallentare, di ridurre, di “diminuire”. Di ammettere che siamo disposti a spendere soldi guadagnati a caro prezzo per cose di cui non abbiamo realmente bisogno, e che non ci renderanno mai appagati e completi.

Qualcuno la chiama “decrescita felice”. Ritornare a vivere con meno e di meno. Recuperare ritmi di vita più sostenibili e più umani. Ma perché è così difficile? Di chi è la colpa, ammesso che una colpa esista effettivamente?

Dello stato sociale inesistente, del tramonto della cultura sindacale? Delle leggi che intendono la flessibilità a esclusivo beneficio delle aziende? Del carovita che costringe a guadagnare sempre di più? Dei conti da pagare, delle tasse che stritolano, del precariato dilagante che impone standard pre-sindacali per anni, “per fare bella impressione” e sperare di essere confermati per qualche mese ancora?

Probabilmente di tutte queste cose insieme. Ma secondo me – e lo dice che una che riconosce di avere avuto certi privilegi, ma che è anche scesa a patti, tante volte e per tante cose – in molti casi, anche chi sostiene di “non avere scelta” potrebbe, se davvero lo volesse, imparare a dire qualche no. Imporsi di rallentare, di accontentarsi, per usare una parola che suona sempre più come una bestemmia. Di rinunciare a qualcosa in cambio dell’unico capitale inestimabile che nessuna carta di credito può comprare: il tempo.

Perché è quello, più di ogni altra cosa, che ci stanno rubando. Senza che noi ci ribelliamo a sufficienza, per come la vedo io.

50 anni

miguel indurain

@ Unamammagreen

C’era una volta una ragazzina strana. Era strana perché difficilmente i suoi gusti incontravano quelli della maggior parte dei suoi coetanei (e pure degli adulti che aveva intorno, a dire la verità). Un po’ era una scelta precisa – l’anticonformismo, alla sua età, era un vezzo talvolta irresistibile – e un altro po’ era puro istinto.

A questa ragazzina, paffuta fino a un certo punto e poi magra al limite della malattia, piacevano un sacco di cose: i libri, la musica, i viaggi che ancora non aveva la possibilità di fare, la birra e i musei. Le piaceva studiare, anche. Ma non sempre stimava coloro che avrebbero dovuto guidarla dalla pedana di una cattedra. Si interessava di politica, di Rivoluzione, e altre cose così.

E poi, soprattutto, le piaceva lo sport. Alle pareti della sua stanza (in cui non dormiva, perché di notte lei divideva con sua nonna una camera di passaggio nella piccola casa di famiglia) c’erano poster di campioni aitanti e sudati. Divinità moderne e caduche, eroi imperfetti con corpi scolpiti dalla fatica e segnati dagli infortuni.

Non erano i mostri sacri del rock, né le band del momento, a fare capolino dall’interno dei suoi armadi. Non erano i volti patinati degli attori di grido a finire appiccicati sul suo diario di scuola.

La ragazzina strana entrava negli stadi, nei palazzetti, nelle palestre, non per assistere ad emozionanti concerti, ma per tifare a squarciagola per i suoi beniamini. Sognava pensando a nuotatori e piloti, pallavolisti e calciatori, canottieri e pallanuotisti. E ciclisti, soprattutto.

In una terra in cui le biciclette sono roba per pochi, in cui l’orografia, le strade, i furti e il costume della gente le rende un mezzo faticoso e anche pericoloso, lei si innamorava di quei centauri di carne e di metallo. Immaginava il loro sforzo ai limiti del possibile, l’epica fatica di correre nella neve e nel fango, il coraggio indispensabile per tuffarsi a settanta all’ora lungo discese vertiginose.

Niente di patinato o di glamour. Niente di troppo lustro o modaiolo. Atleti cotti dal sole e graffiati dall’asfalto, spesso ignoranti al limite dell’analfabetismo, zingari abituati a passare la loro giovinezza (e anche parte della maturità) in giro per l’Europa in sella a una bicicletta.

A quella ragazzina strana sembravano eroi d’altri tempi. Votati allo sport nel senso più classico del termine, immolati al sacrificio in nome di una gloria sporca di terra e di sudore. L’EPO e le autotrasfusioni erano ancora di là da venire, o almeno dall’essere scoperte. La chimica e la tecnologia sembravano solo comparse al fianco della fatica e della genetica.

E poi, sopra ogni cosa, c’era lui. Un contadino spagnolo goffo e un po’ musone. Un campione di quelli poco spettacolari, che vinceva silenziosamente e senza – in apparenza – numeri memorabili. Un tipo di poche parole (a differenza della sua giovanissima tifosa), generoso e tattico. Quante cose gli ho perdonato. Le défaillance più imbarazzanti, il mondiale regalato a una meteora in nome della maglia, le diserzioni più dolorose. Finanche la provenienza da una terra di toreri.

Oggi quell’uomo dal naso enorme e dal cuore lento compie 50 anni. Mezzo secolo. Quando iniziano a invecchiare i miti della tua adolescenza, è forse ora di considerare conclusa anche la tua giovinezza. Ma sapere che ce li hai avuti, quegli idoli ormai stagionati, scrutare un vecchio ritaglio di giornale che ancora occhieggia dalla tua scrivania, ricordare le lacrime e l’adrenalina e le farfalle nello stomaco, in fondo, non è un modo per restare giovani per sempre?

Buon compleanno, Miguel.

La vita che sogno

la vita che sogno

© Unamammagreen

Che poi cos’è che ce lo impedisce davvero?
Il buon senso, la paura dell’ignoto, i legami familiari?
Cosa ci vieta di cancellare con un colpo di spugna la vita che conosciamo e ricominciare da capo, lontano, senza le abitudini che ci imbrigliano (ma che ci rassicurano, anche!)? Oltre i confini che conosciamo così bene, al di fuori dei punti di riferimento cui siamo del tutto assuefatti?

Se è vero che quella in cui viviamo è l’era delle possibilità, che il mondo è più piccolo di uno di quei sassi levigati che sulle spiagge cozzano con altri mille simili a loro: perché allora è così difficile anche solo pensare di mollare tutto – casa, lavoro, relazioni sociali – e scegliere per sé e per la propria famiglia una vita più semplice, più naturale, più libera?

Quando mi capita di fantasticare su un’ipotetica “nuova esistenza”, su un cambiamento radicale di quelli complicati anche solo da sognare, non penso mai a città moderne e “vivibili”, o a carriere di successo. Non mi scopro a desiderare infrastrutture all’avanguardia, servizi di eccellenza, cultura e design. Teatri e centri d’arte, ristoranti fusion e negozi alternativi. Non sogno ludoteche e parchi attrezzati, scuole montessoriane e insegnanti madrelingua d’inglese, palestre per bambini, musei didattici e, in prospettiva, quelle che la gente chiama “ottime università” (per quanto chi mi conosce sa quanto mi interessi questo genere di cose).

Tutt’altro. Penso a luoghi incontaminati e semplici, in cui la vita possa scorrere placida ai ritmi della natura. Penso, ad esempio, a un piccolo chiosco su una spiaggia lontana, col mare che lambisce le sdraio e una musica esotica che si diffonde piano nell’aria umida. Penso a tempi che scorrono lenti, a capelli arruffati dalla salsedine e a piedi calzati solo da ciabatte infradito. Tutto l’anno, tutta la vita.

Penso a piccole scuole per i miei figli, animali come compagni di gioco, canne da pesca e aquiloni improvvisati, canoe con cui solcare le acque calme, tramonti e temporali per accendere la fantasia. Libri pieni di storie di pirati, viaggiatori stranieri da ascoltare, storie – vere o inventate – con cui nutrirsi e diventare grandi.

Mi dico che, in fondo, basterebbero solo un po’ di coraggio e un piccolo investimento per liberarsi. Per spezzare catene e consuetudini, per offrire a tutta la famiglia una possibilità alternativa.

La mia idea di felicità somiglia sempre di più a un’assenza. All’assenza di falsi bisogni, di necessità artificiali. Di convenzioni forzate e di obblighi autoimposti. Di orologi, scadenze, bilanci e scartoffie. All’assenza di corse, di fretta, di desideri finti.

Sogno una vita arcaica ed elementare, primitiva, per certi versi. Arretrata, forse. Ma più naturale. In cui la fatica sia soprattutto una questione di muscoli e sudore, e non di stress, di ansia e di paura. In cui il tempo sia un alleato sornione, e non una preda da inseguire. In cui il benessere non si misuri coi soldi in banca, e il successo prescinda da quello che c’è scritto sul proprio biglietto da visita.

In cui bastino, per sentirsi a posto, la pancia piena, un letto soffice e gli abbracci della tua famiglia a conciliare il sonno più dolce.

Sogno la vita che ancora non ho, ma che forse esiste, da qualche parte, anche per me. Aspettando solo di trovare il coraggio per andare a prendermela.