Parto: 8 prodotti green da mettere nella valigia per l’ospedale

valigiaLa valigia per l’ospedale: un vero e proprio must per le mamme che si avvicinano al momento del parto. Per qualcuna, a dire il vero, qualcosa di molto simile a un’ossessione, che spesso finisce per somigliare più alla borsa di Mary Poppins che al bagaglio necessario per un ricovero di pochi giorni.

Se volete provare a rendere il vostro parto più “leggero” e naturale (anche se avrete un cesareo…), ecco qualche suggerimento utile sui prodotti green per la mamma e per il bambino da inserire nella valigia per l’ospedale.

Assorbenti post partum in 100% cotone organico
Che si faccia un parto naturale o si subisca un cesareo, diciamo che la “zona interessata” è già messa a dura prova dalle vicende del parto. Meglio, allora, evitarle il contatto con materiali plastici, sbiancanti chimici e profumi aggressivi. Io utilizzerò gli assorbenti post partum Organyc Maternity, in cotone biologico 100% (lo strato impermeabile a contatto con gli slip è in MaterBi, un materiale biodegradabile e compostabile), ipoallergenici e traspiranti.

coppette lavabili

Coppette assorbilatte lavabili
Sono pratiche (si lavano in lavatrice e assorbono più di quelle usa e getta), sicure (non si appiccicano alla pelle, non irritano e non infiammano) ed economiche. Io ho scelto un modello in bambù color naturale di diametro piuttosto ampio. Acquistate su Amazon (15 euro per 12 coppette). Il retro è in tessuto impermeabile.

Sapone intimo ecologico
Non sono certo io a dovervi dire quanto sia importante l’igiene intima in un momento particolare come il post partum (non che di solito non lo sia, eh!). Evitare detergenti troppo aggressivi o profumati può essere una buona idea, specie per chi ha la pelle molto delicata. Io ho optato per il detergente intimo Equilibra a base di Aloe, che ha una formulazione accettabile (anche se non tutta verde) e che ho già provato in passato con buoni risultati. Chi ha subito un’episiotomia dovrebbe comunque affidarsi ai consigli delle ostetriche per la detersione intima nel periodo che segue il parto.

body bioBody neonato in cotone organico
L’ideale per la pelle delicatissima del neonato, che non ha mai sperimentato il contatto con alcun tipo di tessuto o sostanza chimica. Zero residui tossici, niente pesticidi, nessun colorante potenzialmente allergenico. Io avevo già i body di Davide della linea crescendo Coop, che ovviamente riutilizzerò con suo fratello/sorella.

Olio ecologico per il seno
Che sia o meno la vostra prima gravidanza, è sempre meglio procurarsi un prodotto che aiuti a lenire i fastidi iniziali dell’allattamento. L’importante è che sia una formulazione il più possibile naturale, che non finisca col disidratare ulteriormente la pelle e che soprattutto non nuoccia al neonato. Forte della prima esperienza con Davide, io ho optato per l’Olio Vea, a base di vitamina E al 100% (utile anche in caso di pelle screpolata per mamma o bebè).

Pannolini, salviette e pomata ecologici
La maggioranza degli ospedali, anche se c’è il rooming-in, fornisce l’occorrente per il cambio del neonato. È andata così anche quando è nato Davide, peccato che il giorno delle dimissioni me lo abbiano restituito con un forte arrossamento sul sederino (l’unico della sua vita, per fortuna!). Per questo, stavolta, conto di utilizzare fin da subito i miei prodotti, sperando che la pelle del mio secondogenito/a reagisca alla grande come quella di suo fratello.

fascia

Integratore naturale per l’allattamento
Non è indispensabile, ma può aiutare, anche dal punto di vista psicologico, avere con sé un prodotto che favorisca naturalmente la lattazione. Sul mercato ne esistono di diversi tipi e in diverse formulazioni (capsule, tisane, etc). Di solito, i componenti sono estratti vegetali noti per le loro proprietà galattogoghe, come finocchio, cardo mariano, la galega e il fieno greco. In attesa della montata lattea, per me è incoraggiante sapere di poter contare su un piccolo aiuto da parte della natura.

Fascia portabimbo in cotone organico
Portare i bambini fin dalla loro nascita è un modo molto naturale di “proseguire” la gestazione anche dopo il parto, aiutando il neonato ad abituarsi con gradualità alla vita extrauterina. Io ho preso per il mio secondogenito/a una fascia elastica Tricot Slen in cotone bio, adatta proprio per i neonati (nei mesi successivi conto di utilizzare il marsupio ergonomico tanto amato da Davide). Ora non mi resta che imparare a usarla ;)

Ridatemi Mollica (Davide e la televisione)

Davide a Bucarest mentre guarda Spongebob in romeno. Almeno quello gli piaceva.

Davide a Bucarest mentre guarda Spongebob in romeno. Almeno quello gli piaceva.

In casa Mamma Green la tv si guarda senza eccessivi pregiudizi, anche se con una certa moderazione. A me e al papà di BigD piacciono moltissimo i film, le serie tv e lo sport, di cui siamo spettatori assidui per quanto non maniacali. Per una questione se non altro di coerenza, dunque, ci è parso fuori luogo porre veti categorici all’indirizzo di nostro figlio, a cui da qualche mese viene concesso, senza esagerare, un po’ di svago quotidiano davanti allo schermo. D’altra parte, crediamo che nell’ambito di una varietà di proposte di intrattenimento abbastanza ampia (dai giochi ai colori, dalle passeggiate al parco alla bicicletta, senza ovviamente trascurare il nido mattutino) un po’ di cartoni animati non possano nuocere poi così tanto.

Fin qui niente di diverso, penso, da quello che accade nella maggioranza delle abitazioni italiane.

La stranezza – perché quando si tratta di mio figlio difficilmente le cose assumono una connotazione “media” o, come si suol dire un po’ impropriamente, normale – è che Davide mostra verso i programmi televisivi un senso critico anomalo e insolitamente sviluppato (a tratti, diciamolo pure, insopportabile).

Tra digitale terrestre e Sky ha ha disposizione almeno una decina di canali tematici tra cui scegliere, ma di norma siamo fortunati se gliene va a genio uno. E per non più di pochi minuti di seguito, per giunta.

La scena tipica è questa:

“Davide, ti va se guardiamo un po’ di tv?”

Entusiasmo e felicità. Saltelli ed esclamazioni (disarticolate) di gioia.

Lui prende i telecomandi e li porta al genitore di turno.

Cominciamo con la tv a pagamento, dal canale 603. Lui osserva per non oltre 40 secondi, dopodiché inizia a scuotere il capo con severità e a riportare le mani dell’adulto sul telecomando, facendo chiaramente capire che la trasmissione non è di suo gradimento e che bisogna assolutamente e con estrema urgenza cambiare canale.

La scena si ripete invariata per l’intera piattaforma per bambini di Sky, di solito con un crescendo di insofferenza da parte del piccolo spettatore, che finisce puntualmente per spendere l’unica parola che conosce (“NO!”) per esprimere con maggiore chiarezza il proprio disappunto. Oppure per appropriarsi del telecomando nel tentativo di cercare qualcosa che sia di suo reale gradimento.

A quel punto, il malcapitato genitore passa, con le speranze già ridotte al lumicino (e maledicendo il momento in cui ha avuto l’idea brillante di proporre la televisione), ad esplorare il palinsesto del digitale terrestre, augurandosi di avere maggiore fortuna. Altri 4 o 5 canali, che normalmente vengono bocciati con sdegno e senza appello dal critico televisivo in erba. Abbiamo in casa il novello Paolo Mereghetti e nessuno ci aveva avvertito.

Fonte: Cinegiornalisti.com

Fonte: Cinegiornalisti.com

La verità è che l’unica cosa che piace davvero a mio figlio è un cartone animato mezzo canadese pieno di cagnolini supereroi, di cui ovviamente conosciamo a memoria tutti gli episodi. Se non lo mandano in onda – e a differenza di ben note serie di argomento suino, l’eventualità è abbastanza probabile – l’insuccesso, e la frustrazione, sono assicurati.

Inutile che stia qui a dirvi che questi benedetti cartoni animati non si trovano su Youtube, né in DVD né su qualunque altro circuito esistente.

Giuro che certi giorni mi manca tanto Mollica. Il “critico” cicciottello del TG1 che recensisce film, dischi e quant’altro. E che mai, in vita mia, ho sentito stroncare un’opera qualsiasi, fosse anche il più grande successo dei Jalisse in lingua spagnola. Giuro che se continua così faccio sparire il televisore. E pazienza per True Detective e Game of Thrones.

10 cose che vorrei dire al mio gatto

10 cose dire gattoSo bene che mi ami, non c’è bisogno che tu mi morda il naso di continuo per ricordarmelo.

Ti sono davvero grata per l’esclusivo privilegio che mi concedi ogni giorno, ma davvero non mi offenderei se qualche volta visitassi la lettiera quando io non sono nel bagno.

L’aspirapolvere non è uno dei quattro Cavalieri dell’Apocalisse.

Non c’è proprio niente di interessante nel guardare un’umana seduta sulla tazza del gabinetto.

Se le implorazioni dinanzi a un salmone sono tutto sommato accettabili per la tua dignità felina, gli sguardi compassionevoli rivolti a finocchi, uva e foglie di lattuga ti rendono davvero poco credibile.

La tua coda non è commestibile.

I fogli di carta non sono delle brandine per gatti molto ma molto sottili.

La vendetta trasversale è un atteggiamento esecrabile: se hai delle questioni in sospeso con mio figlio o con suo padre, non vedo perché mai tu debba risolverle azzannando la sottoscritta.

Le quattro di mattina non esistono, anche se tu ti ostini a credere il contrario.

Sono fierissima delle tua abilità nella caccia alla mosca, ma mi sentirei alquanto sollevata se potessi evitare di distruggere mezza casa ad ogni battuta.

Riflessioni sparse sulla (in)dipendenza dei figli (e dei loro genitori)

[Spoiler: in certi passaggi di questo post sembrerò forse antipatica a qualcuno, ma vi giuro che non intendo giudicare nessuno]

indipendenzaCrescere figli autonomi e indipendenti. Sembrerebbe questa la nuova priorità delle italiche madri, finalmente affrancate dal modello insopportabile di mamma chioccia che stira le camicie al pargoletto trentacinquenne o che domanda ogni giorno “Cosa hai mangiato?” al suo bambino in adropausa che vive all’estero da vent’anni. Non solo per i figli in questione e per le loro stesse madri, ma anche per quelli che un domani saranno i compagni e le compagne di questi rampolli e per i bambini che a loro volta si troveranno a generare.

E però. A volte mi sembra che, in un perfetto stile italiano che non conosce mezze misure (e dire che la storia di in medio stat virtus l’abbiamo inventata noi…), rischiamo di passare all’eccesso opposto. O almeno questa è la sensazione che a volte mi assale dal mio umile e parzialissimo osservatorio di madre che legge e ascolta un po’ di altre madri.

L’indipendenza dei figli diventa in qualche caso una specie di mantra ripetuto allo sfinimento, un traguardo da raggiungere a marce forzate e un terreno di confronto sul quale sbandierare risultati e conquiste. Come se l’unica cosa che conti sia imparare prima degli altri a dormire da soli, mangiare da soli, allacciarsi le scarpe da soli, fare a meno del seno, del ciuccio, del biberon, del pannolino eccetera eccetera eccetera.

Niente di male, per carità. E lo dice una che fa della propria autonomia una questione di vita o di morte, che chiede aiuto solo quando è ormai al di là del baratro e che delega qualcosa a chicchessia soltanto se costretta da forze incontrovertibili.

Però io non riesco a fare a meno di pormi certe domande, destinate – come quasi tutte quelle che mi faccio – a rimanere probabilmente senza risposta.

Non siamo forse tutti dipendenti da qualcosa o da qualcuno, ad ogni età e a prescindere dal nostro carattere?
C’è chi non può fare a meno di fumare, chi, a-hem, si rosicchia le unghie, chi non esce senza trucco, chi indossa esclusivamente scarpe coi tacchi, chi colleziona gioielli-borse-calzature-miniature di manga-suppellettili Ikea, chi è schiavo delle serie tv, chi della bilancia, chi dello smartphone e, insomma, avete capito. Ha senso pretendere una cosiddetta “autonomia” da bambini minuscoli, quando noi adulti siamo un concentrato di indipendenze e insicurezze? Continua a leggere

I liceali in corteo e quel tempo che non è mai passato (ma anzi sì)

liceo

L’albergo in cui ho alloggiato nel viaggio d’istruzione della quinta liceo

Succede che un giorno, mentre come ogni mattina accompagni tuo figlio al nido, ti imbatti in una rumorosa manifestazione studentesca, che al grido di “La gente che ci vede ci domanda: voi chi siete?” rallenta il traffico e invade anarchicamente ogni centimetro disponibile.

Accade allora che per qualche istante tu ti senta istintivamente una di loro. Sai che potresti mimetizzarti senza disagio tra quelle scolaresche chiassose. Riconosci i timbri vocali ancora immaturi dei maschi, le voci squillanti delle femmine, la fretta tutta giovanile dei loro passi. Annusi odore di adolescenza, un misto di ormoni e umori e marijuana, e ti pare di non aver mai lasciato quel mondo. Guardi quelle barbe ancora acerbe, quelle guance tormentate dall’acne, quegli apparecchi che scintillano nelle bocche sempre aperte. E le dita intrecciate delle ragazze, i gruppetti che si formano e si disfano come stormi di uccelli. Senti le chiacchiere fitte, necessarie, inevitabili. E ti pare di non essere mai uscita da quel mondo. Tutto ti sembra familiare, ordinario, normale. Semplicemente, tuo. Ricordi di aver provato molte volte, negli anni, la stessa sensazione. Passando fuori a una facoltà universitaria, a un circolo studentesco, a una biblioteca.

Ogni volta ti mescoli a quella caotica folla di studenti e credi per un attimo di essere ancora come loro. Continua a leggere

Il mio ventre tondo è il totem di mio figlio

davide_pancione1Il ventre femminile è un simbolo molto potente. Gli umani, anche e soprattutto quelli di genere maschile, lo sanno fin dalla preistoria. Con le sue forme morbide e arrotondate evoca forza e fecondità, protezione e nutrimento. Abbondanza, gioventù e salute.

E il fatto che a Pasqua si regalino dolci di cioccolato a forma di uovo allude in fondo allo stesso significato benaugurante. Prosperità e gioia.

Sarà per questo, o per qualche altro istinto ancestrale e potentissimo, che da quando sono incinta il mio grembo in espansione è diventato per mio figlio un oggetto totemico, transizionale. La sua sostanza stupefacente buona per rilassarsi, consolarsi, riposarsi. All’improvviso, senza che nessuno glielo abbia fatto notare, Davide cerca conforto e rassicurazione accarezzando il mio pancione ormai rotondo, sfiorando il mio ombelico, appoggiandosi sul mio ventre e abbracciandolo.

Il mio corpo gravido è diventato per lui un baluardo invincibile, capace di scalzare le paure più ostinate, calmare il pianto più disperato e conciliare il sonno, di far sorridere al risveglio e rilassare dopo le corse più sfrenate.

Mi chiedo spesso se mio figlio riesca in qualche modo ad avvertire la vita che palpita di nuovo sotto la mia pelle tesa, ricordando inconsciamente la sua esistenza prenatale, così importante e, tutto sommato, così recente. Me lo chiedo soprattutto quando si appoggia con la testa sul mio ventre, spingendo leggermente con quella stessa fronte che, incastrandosi nel canale del parto il giorno della sua nascita, alla fine mi costrinse al cesareo. Come se volesse ritornare per un po’ a quel mondo acquatico così ospitale, oppure replicare il suo arrivo in questo mondo, per avere una seconda opportunità di indovinare la strada giusta. Continua a leggere

Otto acquisti inutili per un neonato in arrivo

acquisti inutiliPossediamo troppe cose. Nessuno riuscirà a togliermelo dalla testa. Siamo pieni di oggetti di cui potremmo fare serenamente a meno, che ci mangiano spazio, energia mentale e denaro (oltre a richiedere tonnellate di materie prime e un sacco di energia per essere prodotti, trasportati e smaltiti a fine vita).

Il guaio più grave, per come la vedo io, è che tendiamo a “imporre” questo schema anche ai nostri figli, da prima ancora che nascano. Anzi. Niente scatena l’istinto agli acquisti compulsivi come un neonato in arrivo. C’entra di sicuro il comprensibile (e legittimo!) desiderio di non far mancare nulla al proprio bambino. Ed è naturale che amici e parenti vogliano in qualche modo celebrare il nuovo arrivo con qualcosa di tangibile. Ma il rischio di riempirsi la casa di roba inutile, secondo me, è concreto.

Ecco perché ho stilato la mia personale lista di acquisti inutili per un neonato in arrivo (trovate il post integrale sul sito Instamamme.net), che comprende:

La cesta di vimini:
destinata a un uso davvero limitato nel tempo. Per me è meglio puntare subito a un lettino, a un side-bed o, se siete favorevoli, sistemare direttamente il neonato nel lettone.

Il riduttore per il lettino:
si può tranquillamente evitare l’acquisto di un apposito riduttore utilizzando ad esempio un cuscino da gravidanza e allattamento (di quelli a ferro di cavallo, per intenderci) sistemato a U sul materasso. Stesso oggetto, doppio utilizzo: i classici due piccioni con una fava.

Giocattoli:
un neonato non sa neanche dov’è il suo naso, figuriamoci se gli interessano sonagli, pupazzetti e gingilli colorati. La prima fase di scoperta del mondo, poi, può avvenire tranquillamente usando oggetti di uso comune normalmente presenti in tutte le case (utensili da cucina, contenitori, etc).

Lo sterilizzatore:
Se doveste decidere di allattare al seno in modo esclusivo, il biberon non vi servirà affatto (e per disinfettare un eventuale ciucciotto bastano cinque minuti in acqua bollente). Se optate per l’allattamento artificiale, allora il discorso cambia. Continua a leggere

Ti amo tanto. E ti faccio spazio

spazioSe la famiglia si allarga, e tu vivi in una casa piccola piccola, l’insieme delle operazioni che fai per prepararti al nuovo arrivo comincia invariabilmente con il “fare posto” a chi verrà. Sono anni che per me funziona così. All’inizio ci vivevo da sola, in questi 62 metri quadri. Che per me erano anche troppi. C’era una stanza del tutto inutilizzata, la porta del bagno perennemente aperta e un letto matrimoniale in cui dormivo soltanto io. Spesso regnava il silenzio.

Poi siamo diventati due, e suddividersi lo spazio (le ante dell’armadio, i comodini, le mensole in bagno), trovare una collocazione alle cose di lui (la sua tazza nel mobile sopra l’acquaio, il suo spazzolino da denti accanto al mio) è stata la misura concreta del “diventare famiglia”, del rinunciare a qualcosa di sé, nel senso migliore del termine, per accogliere l’altro.

Ti faccio spazio nel mio nido, in due si starà meglio. Mi sposto un po’ più in là, mi accomodo diversamente sul divano, getto via quegli oggetti inutili per far posto alla tua vita. Staremo vicini – che bello – e saremo comodissimi.

Il terzo inquilino era minuscolo, quando è arrivato. Un cosetto peloso con delle orecchie troppo grandi e una coda lunghissima. Ma aveva le sue necessità pratiche, richiedeva uno spazio vitale indispensabile che noi umani abbiamo dovuto ricavare per lui. L’angolo delle ciotole, il tiragraffi, la toilette, la cuccia alta e così via. La casa è piccola? Nessun problema: ci stringiamo un pochino, rinunciamo a un altro po’ di superfluo e staremo tutti comodi. Magari acciambellati gli uni sugli altri come ghiri in una tana.

Tutto vero. Anche quando è arrivato un figlio Homo sapiens, ancora più “ingombrante”, da tutti i punti di vista. Un bambino ha bisogno di spazio? Nessun problema. Noi riusciremo a trovarlo. Ti ho ospitato nel mio piccolo corpo per nove lunghi mesi, sono riuscita non senza dolore a regalarti il grosso del mio cuore, vuoi che non riesca a organizzare la nostra casa in modo da accogliere anche te? E via di soluzioni salvaspazio, vasca pieghevole, fasciatoio su misura commissionato ad un artigiano di paese.

Non occorre altro, basta ridurre lo spazio vuoto che ancora sopravviveva tra di noi. Tanto, a che ci serve? E così questo è diventato il nido di mio figlio, il suo santuario. Il luogo da riconoscere come casa, il posto in cui sentirsi più sicuro al mondo, a parte le braccia di sua madre.

Adesso il silenzio è una condizione quanto mai rara. La porta del bagno è comunque perennemente aperta, perché è sempre, ma proprio sempre, il momento giusto per stare insieme, per stare vicini. La camera da letto è grande abbastanza per un talamo a tre piazze, in cui ognuno, tutto sommato, ha lo spazio sufficiente per dormire comodamente. A tavola stiamo insieme e la stanza che una volta era praticamente in disuso è diventata la più colorata e trafficata della casa.

Ora ci risiamo. Ancora una volta, probabilmente per l’ultima. Ho fatto spazio nel mio ventre a una piccola persona via via più grande, ritirando il mio respiro, rimpicciolendo i miei organi vitali. Dentro il mio stesso corpo non c’è più posto per me. Ogni centimetro cubo, ormai, appartiene a mio figlio. È faticoso, ma funziona. Lui (o lei) cresce come deve e io sono sempre io.

E anche la nostra piccola casa si adatta, si modifica, si accomoda per accogliere il nuovo inquilino. Lo spazio, se vuoi, viene fuori. Basta rinunciare a qualcos’altro di inutile, basta concentrarsi sull’essenziale.

È sufficiente, in fondo, stringersi appena un po’. Ridurre ancora le distanze, il vuoto, il nulla. Stare più vicini, condividere quello che abbiamo. E non significa proprio questo, amarsi, in ultima analisi?

Ti faccio un po’ di posto sulla zattera in cui sto andando alla deriva per il mondo. Se mi salvo io, ci salveremo tutti, stretti gli uni agli altri come foglie su un ramo. Vicini. Insieme. Perché siamo una famiglia, perché se mi sposto un pochino più in là, come diceva quel vecchio musical, anche tu stai comodo. Anche tu sei a casa.