Elogio delle vacanze tardive (Una mamma green va in ferie)

vacanze tardiveCosta meno.

C’è poca gente.

Ad agosto la città è più vivibile.

Almeno nel mio caso, lavorare ad agosto è meno pesante che nel resto dell’anno.

La fatica di attendere per lunghi mesi viene ricompensata da una goduria altrettanto intensa.

C’è una sottile soddisfazione nel fare i bagagli mentre la maggior parte della gente che conosci è in preda al trauma da rientro. Sai che tanto poi toccherà anche a te, ma per il momento… godi.

Questi sono i motivi principali per cui, potendo scegliere, la sottoscritta madre verdastra e il suo uomo preferiscono di solito ritardare alquanto la partenza per le vacanze estive. Questa volta siamo in partenza per Creta, sperando che gli dei dell’Olimpo e i flutti del Mediterraneo ci siano amici. Molto amici, ché con un vulcanino di un anno e mezzo al seguito ce n’è davvero bisogno.

Ci risentiamo tra un paio di settimane. Con una novità importante.

10 cose che vorrei mio figlio ricordasse quando sarà grande

Ci sono cose di te stesso che non ricorderai. Cose speciali, quotidiane ma preziose. E il fatto che tu debba dimenticarle a me pare un’assurdità inconcepibile. Allora provo a stilare un elenco provvisorio (che conto di aggiornare nel tempo), per tenere alla mente particolari destinati altrimenti a svanire nel tempo, e che vorrei poterti restituire quando sarai grande.

10 cose ricordareLe ninne nanne che canto per te, quella che ho inventato io stessa e quella rubata a un vecchio film di animazione che io e tuo padre tanto amiamo. E, soprattutto, il sorriso assonnato che fai non appena le intono.

Il modo che hai di interrompere l’attività che stai facendo, qualunque essa sia, per venire a toccarmi un orecchio, o il collo, o l’ombelico. Come un pit-stop di tenerezza e rassicurazione, come a sincerarti che io sia davvero lì, per te, e che tu non abbia niente da temere. Come se io fossi la tua coperta di Linus, vivente e senziente – un privilegio e una responsabilità che non mi pesa affatto sostenere (anzi).

Le coccole al risveglio. Quei lunghi, impagabili minuti in cui non sei più addormentato, ma non sei ancora completamente vigile, in cui ti (e ci) concedi una dose straordinaria di carezze e abbracci, o più semplicemente rimani lì, appoggiato sul mio corpo o su quello di tuo padre, stretto a noi come se niente altro al mondo avesse alcuna importanza (E chi lo avrebbe mai detto che una come me avrebbe trovato il cosleeping un regalo speciale e preziosissimo).

Il modo in cui afferri la mia mano o quella di tuo padre e la porti sul tuo corpo, in una richiesta muta ma quanto mai eloquente di carezze.

Lo sguardo di gioia familiare che rivolgi solo ad Artù, quel modo che hai di considerarlo una specie di persona, passandogli i giocattoli o aspettandoti che lui ti porti qualcosa o che più in generale risponda a una tua richiesta.

L’odore che hai, specie quando sei sudato di quel sudore piccolo e ancora dolce.

Il modo in cui ti attacchi alla tua bottiglia dell’acqua, volgendo lo sguardo di lato, verso l’alto. Sempre nella stessa direzione.

L’espressione che mi riservi quando ci rivediamo dopo una pur breve separazione. Quello sguardo di sorpresa e conferma insieme, gioia incontenibile e gratitudine (con una certa dose di rimprovero se ti è parso che la separazione sia durata troppo). Quello sguardo che mi riconosce come nessuno, probabilmente, aveva fatto prima.

La tua camminata saltellante con le braccia piegate e le mani all’altezza delle ascelle.

Il verso che fai per darti la carica prima di tirare una palla (o qualunque altro oggetto) o di lanciarti in una corsa.

Edit: il volo tra le braccia di tuo padre ogni volta che lui rientra a casa dal lavoro.

Imprevisti (meglio viaggiare con un paracadute di scorta)

[Post sponsorizzato]

AllianzLa mia prima volta non è andata esattamente come sperassi. Il mio lui era già Lui, quello che a distanza di oltre 10 anni sarebbe diventato il padre di mio figlio. Eravamo eccitati come due scolaretti, consapevoli che quel momento avrebbe cambiato la nostra vita per sempre. In effetti, non ci sbagliavamo: l’avvento delle compagnie aeree low cost stava per regalarci la tanto sognata possibilità di esplorare l’Europa, zaino in spalla o trolley al seguito, con poca spesa e tanto entusiasmo.

Solo che le cose non andarono proprio nel verso giusto. Il volo da Ciampino a Bruxelles, pagato qualcosa come 30 euro, assicurazione manco a pensarci, venne prima ritardato (costringendoci a passare una notte praticamente insonne nell’aeroporto romano) e poi, ormai il giorno dopo, definitivamente cancellato. Troppa nebbia, ci dissero. E mi chiederò per sempre se la causa sia stata davvero quella (altre voci ufficiose si inseguirono nella lunga notte di un’attesa che si sarebbe rivelata vana). Ricordo ancora il sapore acre della delusione. La rabbia impastata di sonno, la telefonata depressa a mio cugino che avrebbe dovuto ospitarci in Belgio. Alla fine, una corsa disperata verso Fiumicino e l’acquisto di un nuovo biglietto di andata (generosamente offerto dai miei genitori) salvò la nostra vacanza, e il volo di ritorno partì e atterrò senza intoppi.

Da allora, di check-in, imbarchi e partenze ne ho vissuti a decine, e non sempre tutto è filato liscio. Una volta – destinazione Inghilterra del Nord, per andare a trovare sempre lo stesso cugino ramingo che all’epoca studiava in una fighissima università medievale – mi hanno perso i bagagli, che ho rivisto solo dopo 72 ore (passate con indosso la biancheria del cugino di cui sopra). Al ritorno da Bali, in luna di miele, abbiamo seriamente rischiato che non ci lasciassero imbarcare, perché mio marito aveva il braccio ingessato (sì, sono tra le poche privilegiate ad aver avuto uno sposo ingessato, invece che in gessato) e la compagnia aerea pretendeva non so che strana certificazione medica. Avevamo una polizza sanitaria, ma niente che ci avrebbe risolto la grana se ci avessero impedito di partire (immaginate quindi la strizza…).

allianz1 2E poi, un classico, c’è stata quella volta in cui, a Lisbona, mi hanno fregato il portafogli, contenente contanti, carta di credito, abbonamento ferroviario e – sì, ovviamente sì – documenti. Non solo ho “vinto” un colloquio con uno sveglissimo poliziotto portoghese (“Ma se ha perso i documenti, io come faccio a identificarla?”) e una gita all’ambasciata italiana a Lisbona, ma sono stata anche presa in giro dai giovani gestori del b&b in cui alloggiavamo: “Sei di Napoli e ti fai fregare il portafogli? Ah-ah-ah!!”. Da sbellicarsi, davvero.

Morale della favola: talvolta l’imprevisto fa parte del “pacchetto viaggio”. E soprattutto quando si vola con un bambino piccolo, un banale contrattempo può trasformarsi nel più devastante degli incubi. Per questo, specie se il viaggio prevede lunghi trasferimenti, tappe intermedie o un costo particolarmente impegnativo, ho imparato a prendere sempre in considerazione l’acquisto di una polizza assicurativa che copra annullamento, ritardi, smarrimento dei bagagli o dei documenti. E quando serve, ovviamente, una bella assicurazione sanitaria (che se ti viene un’enterite durante un viaggio negli USA, rischi di lasciarci un rene per coprire le spese mediche, salvo poi dover trovare un modo per pagare l’intervento di espianto…).

Perché l’avventura è molto emozionante, ma è sempre meglio avere con sé un bel paracadute di scorta.

Questo post è offerto da Allianz Global Assistance, che propone pacchetti assicurativi per ogni tipologia di viaggio o vacanza.

 

Vacanze in famiglia: dimmi quale fai e ti dirò chi sei

Lo specchio dell’anima di una persona – quello vero – non sono gli occhi, né i libri che legge, né gli amici di cui si circonda. Lo specchio dell’anima di un individuo sono le vacanze in famiglia. Se vuoi conoscere la vera natura di una persona, chiedigli come passerà le ferie con compagno/a e figli.

20140711_114913Il vacanziero avventuroso
Se uno era parecchio movimentato da prima, dopo aver avuto dei figli cercherà di dimostrare a se stesso e al mondo che famiglia e avventura non sono un connubio poi tanto strampalato. Armato di fasce portabebè in colori sgargianti, zanzariere e Lonely Planet, parlerà del viaggio itinerante in Bolivia con i suoi gemelli di pochi mesi come dell’esperienza più rilassante della sua vita. Lo svezzamento a base di farina di tapioca e le passeggiate postprandiali nella Foresta Amazzonica saranno probabilmente i suoi aneddoti preferiti una volta tornato a casa.

Il vacanziero affezionato
È quello che ha passato tutte le 40 estati della sua vita nella stessa località balneare tirrenica/adriatica (barrare l’opzione più adatta), rigorosamente in appartamento, condiviso con il resto della famiglia allargata, inclusa l’anziana prozia vedova che dal 1987 non è più in grado di distinguere un paguro da una tellina. Una volta diventato genitore, dà per scontato che la tradizione proseguirà con la sua prole, semplicemente perché la sua forma mentis non prevede alternative.

Il vacanziero punkabbestia
Dipendente dalle compagnie low cost, strenuo sostenitore del bagaglio a mano, non capisce perché tanti genitori si lamentino della quantità di valigie necessarie per partire col pargolo. È in grado infatti di incastrare tutto l’occorrente per 10 giorni all’estero in una valigia formato tic-tac che rispetti i rigidi standard Easyjet, e si chiede sempre se non abbia in fondo portato troppi vestiti di ricambio. Accoglie con rammarico le risposte negative degli ostelli della gioventù alla domanda “Avete culle da neonato?” e aspetta con trepidazione che i piedi di suo figlio raggiungano il numero 24 per comprargli le sue prime Birkenstock.

Il vacanziero prudente
Sceglie destinazioni rigorosamente “bimbo proof”, che variano da Riccione a Vieste, da Bibione a Torre dell’Orso, passando per Bagnara Calabra e San Benedetto del Tronto. La località prescelta deve rispettare tutte le seguenti caratteristiche: presenza del mare («Perché ai bambini fa bene lo iodio»), spiaggia di sabbia, profondità massima dell’acqua non superiore ai 65 centimetri per almeno 250 metri dal bagnasciuga, ventilazione adeguata, raggiungibilità in auto. La possibilità accessoria di usufruire di uno stabilimento balneare con bagnino è molto gradita.

Il vacanziero babyclub
Aspetta la settimana di villeggiatura pensando con desiderio alle ore che suo figlio passerà con gli animatori, auspicabilmente di numero non inferiore alle 14 al giorno. La sigla della babydance è per lui il più celestiale dei suoni. La località di villeggiatura è del tutto ininfluente, tanto che spesso il vacanziero babyclub non ricorda neanche con precisione in quale regione abbia soggiornato.

Il vacanziero snob
Sceglie solo destinazioni alternative e radical chic, quasi sempre all’estero, come l’Albania o la Danimarca. Aborrisce come l’Ebola l’idea di alloggiare in un villaggio turistico e considera le escursioni organizzate alla stregua di una tortura corporale. Se durante la villeggiatura individua gruppi o famiglie provenienti dalla sua stessa regione, gira immediatamente al largo e, se accidentalmente intercettato, finge di non capire l’italiano. Prima di acquistare un souvenir, si accerta sempre che non sia made in China.

Il vacanziero da campeggio
Sinceramente convinto che il camper sia la quintessenza del relax e che il cambiamento climatico non costituisca una reale complicazione per le vacanze in tenda, considera dei rammolliti tutti coloro che soggiornano in hotel/appartamento/residence/b&b/ostello. Si entusiasma per tutti gli accessori in vendita da Decathlon nel reparto “escursionismo” e subisce come un’onta insuperabile la decisione dei figli adolescenti di rinunciare alle vacanze in campeggio in favore di una settimana a Barcellona con gli amici.

E voi, di che vacanze siete? :)

Sculacciate? No, grazie

sculacciataSecondo la cultura popolare delle mie zone, un genitore avrebbe il preciso dovere di imporre ai propri eredi una disciplina abbastanza rigorosa, ricorrendo senza scrupoli ai metodi “di una volta”. Per quanto siano “piezze ‘e core”, infatti, stando al detto napoletano più popolare in fatto di educazione, i figli andrebbero cresciuti a “mazza e panelle” (bastone e pagnotte), per assicurarsi in questo modo di tirar su dei rampolli “belli” e non “pazzi”. Una convinzione che, proverbi a parte, mi pare tuttora relativamente diffusa.

E che io, manco a dirlo, non condivido per niente.

L’idea di ricorrere alle maniere forti per “educare” un bambino, mi sembra, oltre che destinata al fallimento, intrinsecamente sbagliata. E non mi riferisco – spero che fosse già ovvio – a percosse, abusi e vere e proprie violenze a danno dei minori, ma più semplicemente alla “sculacciata esemplare”, al ceffone tirato sistematicamente a scopo educativo o deterrente. All’abitudine a ricorrere alle mani, o alla loro minaccia, per imporre la calma e la disciplina, per ottenere il rispetto.

Forse sarà che ho il cuore troppo tenero, o forse che mio figlio è ancora molto piccolo, ma il punto principale per me è un altro. È che mi sembra che il messaggio implicito nell’imporre l’educazione a suon di sberle, per quanto “simboliche”, sia profondamente pericoloso, oltre che tutt’altro che utile:

“È lecito, anzi, addirittura necessario, che io eserciti la forza su di te per convincerti che io ho ragione e che tu stai sbagliando, e posso farlo soltanto perché sono più grande (e più forte) di te”.

Il senso di un atteggiamento che indulge alle “botte” per me non può essere che questo: la forza, la prepotenza, la minaccia – per quanto edulcorate e fisicamente poco o per niente “lesive” – sono strumenti tutto sommato consentiti per imporre la propria volontà su un essere più debole. A patto, sia chiaro, che ad esercitarli sia quello più grande, più “esperto”, più consapevole. Io ne so più di te e quindi posso permettermi di picchiarti.

Sarò una bacchettona, ma a me pare un messaggio più eversivo che educativo.

E poi, per dirla tutta, un genitore costretto a ricorrere alla minaccia di una punizione corporale mi sembra in ultima analisi tutt’altro che autorevole. È un genitore che, nei fatti, sta riconoscendo la propria incapacità di spiegare le sue ragioni con argomentazioni verbali, uno a cui restano soltanto “le mani” per far passare la sua tesi. Un debole, in buona sostanza. Quasi come un bullo che non ha altri mezzi per imporsi, a parte la minaccia e la ritorsione.

Per non parlare della profonda contraddizione di mollare una sberla a un bambino che magari aveva appena picchiato un fratello, un cugino, un compagno. La percossa utilizzata per insegnare che la violenza è sbagliata: coerente e cristallino, come messaggio. E poi, ma forse vado troppo oltre, mi chiedo perché io debba – giustamente – rischiare una denuncia se prendo a schiaffi un altro adulto (o un bambino non mio), mentre sia considerato “normale” che io sculacci i miei figli.  Continua a leggere

Re Salomone e la saggezza impossibile

salomoneQuesto non è un post sulla fecondazione assistita, né, più in generale, sulle cure contro l’infertilità. Mi mancano l’autorevolezza, la competenza, l’esperienza e finanche la voglia di affrontare un tema di questa portata. Questo, diversamente, è un post sull’essenza stessa della maternità (e paternità), sul valore della scelta, sull’area grigia – dolorosamente grigia, talvolta – che può spalancarsi sotto i piedi di chi insegue il desiderio di un figlio per strade più tortuose di quelle che conducono nella propria camera da letto.

Nel quadro delle norme, discusse e discutibili, che regolano una materia tanto delicata quanto può essere la procreazione medicalmente assistita, di solito i figli sono di chi li ha desiderati, cercati, amati. Al di là – per lo meno in molti Paesi – del cocktail genetico che si portano dentro ogni cellula. Non è una fusione di gameti a fare un genitore, non lo sono una gestazione e un parto, ma la presenza quotidiana, l’amore distillato ogni santo giorno, la volontà stessa di essere madre o padre.

Ma quando ci sono due coppie che li desiderano, e li considerano propri, come nel caso recente degli embrioni scambiati al Pertini di Roma, di chi sono i figli? Se lo chiedeva qualche settimana fa Daria Bignardi nella sua rubrica su Vanity Fair, e da allora non faccio che domandarmelo insieme a lei. La legge italiana, su situazioni paradossali come queste (e non solo), è completamente inadeguata. Né sembra percorribile, in casi come questo, la strada anglosassone delle “adozioni aperte”, in cui in qualche modo i “quattro genitori” sono tutti coinvolti nella crescita dei bambini. E così la domanda, perentoria, lacerante, resta: i figli sono della coppia che ha fornito il materiale genetico, o di quella che ha deciso di non interrompere la gravidanza e assisterà alla nascita dei bambini? Posto che entrambe li desiderano e probabilmente già li amano, quale delle due madri dovrebbe crescere i gemelli, quella che sa di aver dato loro 23 cromosomi a testa, o colei che li sente rotolare nel suo ventre?

Io non riesco a pensare a questa vicenda senza provare sgomento. Senza avvertire una profonda compassione per entrambe le coppie coinvolte. Senza immaginare – solo immaginare – lo strazio di due donne e due uomini che subiscono le conseguenze di un errore altrui. Senza domandarmi, soprattutto, cosa proveranno quei bambini quando, inevitabilmente, conosceranno la storia dolorosa che li ha accompagnati in questo mondo. La legge deve fornire al più presto indicazioni (e comunque mi sa che dovrà farlo la giurisprudenza), su questo non ci piove. Ma un dubbio finale non riesco a fugarlo: può essere un decreto, o una sentenza, a stabilire cosa rende tale un genitore?

Intanto, a me torna in mente la vicenda biblica del neonato conteso e del Re Salomone, che smaschera la falsa madre proponendo una “soluzione” cruenta per il bambino. L’amore materno, autentico, genuino, sincero, si rivela nella disponibilità a rinunciare a quel figlio tanto voluto, pur di lasciarlo vivo. Il problema è che qui non c’è nessuna “falsa madre”. Solo dei bambini veri che pretenderanno di sapere chi sono i loro genitori.

Se lo fai sei un vigliacco. E meriti di soffrire

artù_vergognaI suoi occhi ti hanno sedotto in un istante. Occhi grandi, da neonato. Uno sguardo buffo e fiero insieme, per quanto ancora vacuo di troppa giovinezza. La sua andatura caracollante, associata a una sicumera un po’ ridicola, ti ha fatto sorridere decine di volte, la sua morbidezza irresistibile ti ha estorto carezze e baci, ancora e ancora e ancora. Nel tempo hai conosciuto il suo amore incondizionato. La sua fedeltà assoluta ma tutt’altro che ottusa. La compagnia insostituibile della sua piccola presenza silenziosa. La familiarità di un corpo tiepido che si fida di te, e si abbandona ai tuoi piedi, o tra le tue braccia. Con lui hai diviso il sonno, i giochi, il tempo libero, lo spazio. Ti ha osservato ridere e urlare, piangere, litigare e crollare addormentato. Gli hai scattato foto da mostrare a chiunque fosse disposto a guardarle, ti sei vantato orgogliosamente dei suoi progressi e delle sue capacità, lo hai chiamato figlio, perché in fondo è quello che lui è diventato, senza tra l’altro averlo mai chiesto. Parte della tua famiglia, presenza quotidiana nel tuo mondo. Compagno di giochi, angelo custode, giullare e confidente, testimone silenzioso, consolatore e psicanalista in servizio – gratuito – 24 ore su 24.

Allora io avrei solo una domanda da rivolgerti. Un solo chiaro e semplice quesito: dove lo trovi il coraggio di scaraventarlo su un’autostrada e scappare? Come può la tua coscienza permetterti di legarlo a un guard rail e voltargli le spalle, mentre lui, anima innocente, ti chiama a gran voce pensando a un nuovo gioco che ancora non capisce? Non ti tormenta il pensiero che lui possa patire la fame, la sete, la paura, la solitudine? Che lui possa finire a brandelli sotto un’auto, concludere la sua esistenza tra sofferenze indicibili? Non ti senti un essere spregevole sapendo che il tuo gesto, che peraltro è un reato perseguito dalla legge italiana, mette a rischio la vita di altre persone? Come puoi convivere con la vergogna di un tradimento tanto vile?

Ogni estate in Italia vengono abbandonati circa 80.000 gatti e 50.000 cani. Molti di loro finiscono ammazzati in incidenti stradali, causando spesso morti e feriti tra gli automobilisti di passaggio. I più “fortunati” vanno ad incrementare la piaga del randagismo, vagando per tutta la vita in cerca del vigliacco che li ha lasciati per sempre.

Se siete, per un motivo qualsiasi, impossibilitati ad occuparvi oltre del vostro animale domestico, rivolgetevi alle associazioni attive sul vostro territorio, oppure contattate enti come la LAV o l’ENPA. Se non riuscite a trovare una soluzione per le vacanze (strutture ricettive in cui sono ammessi gli animali, dog e cat sitter, pensioni, veterinari che fanno anche servizio di accoglienza estiva) chiedete alle stesse associazioni prima di lasciarvi anche solo sfiorare dall’idea peggiore.

A quelli che non troveranno di meglio che disfarsi dei propri amici quadrupedi auguro semplicemente di passare una vita lunghissima all’insegna del rimorso più feroce. Di conquistare la piena consapevolezza di quanto sia indegno il loro gesto e di convivere con la propria coscienza maleodorante per il resto dei loro giorni.

Piedi e cuore

piedi e cuorePerfetti. I piedi dei bambini sono talmente perfetti da sembrare finti. Più vellutati della più vellutata delle pesche su cui abbia mai passato le dita. Più lisci del più liscio dei cuccioli lisci che abbia mai accarezzato. Più soffici dello zucchero filato più soffice in cui abbia mai affondato le guance. Nessuna ruvidità, zero spigoli, nessuna discromia a interrompere la continuità di una perfezione surreale. Nessuna ferita, vecchia o nuova che sia.

Ci penserà il tempo a deformare, ispessire, lacerare e ricostruire. Ci penseranno gli anni e i chilometri macinati – prima a passetti traballanti e scalzi, poi con falcate sempre più decise e frenetiche – a rendere credibili quelle appendici inverosimili. A renderle autentiche, uniche e vissute, per quanto inesorabilmente imperfette.

Un po’ come accade al cuore di ciascuno di noi. Nasciamo accompagnati dalla verginità dell’anima, incapaci di assecondare altro che non sia il nostro istinto più animale. Senza sovrastrutture, senza desideri e senza ricordi. Senza pregiudizi. Ci portiamo dentro una lavagna immacolata priva di segni, di macchie, di graffi. Priva di cicatrici. Sarà il tempo ad aggiungere callosità e solchi, rughe e cavità. Sarà la vita a stessa a segnare, nel bene e nel male, il nostro cuore. A renderlo diverso da tutti gli altri miliardi di cuori che battono nel mondo. Imperfetto e ruvido, ma nostro. Vivo. Palpitante.

Solo che quello che accade nella nostra cassa toracica di solito non si vede.

Ma si vedono i piedi, deformarsi e invecchiare allo stesso ritmo del nostro cuore. Come una specie di ritratto di Dorian Gray che ci dà la misura del tempo che passa, dell’amore che entra e di quello che esce.

Che ci insegna quanto poco siamo destinati alla perfezione, e quanto sia necessario farsi stropicciare dalla vita.