Secondogeniti, inquinamento e compromessi

Tra le innumerevoli – e per lo più irrisolte – domande che mi sono fatta prima di pensare ad un secondo figlio, ce n’è una che tradisce le mie ansie e le attitudini green. Visto che siamo così tanti al mondo (e questo è tanto più vero per noi italiani e ancora di più per gli abitanti delle mie zone), è giusto gravare ulteriormente sul pianeta? Non sarebbe più ragionevole limitare l’incremento demografico, eventualmente realizzando il proprio desiderio di maternità (e paternità) percorrendo strade che non prevedano, per giunta una seconda volta, un pancione e un neonato?

Il mio ventre arrotondato rappresenta la prova eloquente della risposta che mi sono data questa volta come la precedente, ma non posso comunque chiedermi quanto possa alla fine “impattare” un secondogenito sullo stile di vita familiare.

Di sicuro i figli cadetti sono dei campioni di “riciclo”. Specie quando, come nel nostro caso, c’è poca differenza di età con il primogenito, si possono riutilizzare moltissimi oggetti, allungandone il ciclo di vita. Vale per gli indumenti e per la biancheria, ma anche per marsupi, passeggini, culle, seggioloni e quant’altro. L’equipaggiamento da bebè può essere quasi integralmente recuperato per il secondo figlio, con evidente sollievo per le finanze di famiglia e per l’ambiente.

D’altro canto, però, la consapevolezza della fatica che ci attende e della carenza di tempo che dovremo affrontare dopo il nuovo arrivo può far sentire, forte, la tentazione di “cedere” su alcuni punti. Di derogare in qualche caso – magari per un tempo limitato – ai nostri principi ecologisti. O almeno, questo è quello che è capitato a me, che nonostante mi proclami “green”, sono ancora in cammino sulla strada della sostenibilità.

Concretamente, ho già deciso che, nei primi mesi di vita del mio secondogenito, chiuderò un occhio su alcune questioni cui di solito faccio molta attenzione. Prevedo ad esempio di sospendere per qualche tempo l’uso, pur soddisfacente, dei pannolini lavabili, di abbandonare i soliti tovaglioli di stoffa per passare a quelli, più pratici ma più inquinanti, di carta; di concedermi addirittura, specie nelle primissime settimane dopo il parto, qualche stoviglia usa e getta compostabile, qualche piatto pronto e qualche vaschetta di alluminio da estrarre rapidamente dal congelatore.

Compromessi. Di cui so già che ogni tanto mi sentirò in colpa, ma che l’esperienza di madre mi suggerisce di concedermi. Perché la perfezione non è roba per genitori, o almeno non è roba per me.

E allora, perché?

Non puoi, Silvana. Questa volta non ne hai proprio il diritto.

Hai passato un’estate intensa e memorabile, una delle più movimentate e appaganti delle 33 che hai vissuto finora (dopo una primavera altrettanto piacevole). Hai potuto condurre i primi sette mesi della tua seconda gravidanza nel solo modo in cui speravi di farlo: viaggiando con la tua famiglia. Anzi, nell’ultimo anno solare hai viaggiato più tu della maggioranza delle persone (con figli o senza) che conosci. Hai accompagnato tuo figlio alla scoperta del mondo, ricevendo in cambio meraviglia ed emozioni. Hai ottenuto riconoscimenti importanti per il tuo lavoro, attestati di stima, di solidarietà e finanche di amicizia da parte di persone cui non hai mai (ancora) stretto la mano. Hai ricevuto un regalo inatteso e prezioso, la ciliegina sulla torta della tua estate a cento all’ora.

Adesso hai giusto un paio di mesi per riposare e prepararti al meglio per l’incontro con il tuo secondogenito, che poi è anche – o forse soprattutto – il fratello di tuo figlio. Dovrai nel frattempo accompagnare lui, il primogenito, verso la prima grande rivoluzione della sua piccola vita. Sarà faticoso, a tratti doloroso, forse, ma hai al tuo fianco il padre dei tuoi figli. Ce la farai.

Non puoi lagnarti. Non puoi farti travolgere dai cattivi pensieri. Non hai il diritto di abbandonarti alla paura e alla sfiducia.

E allora perché io mi sento come se si fosse appena conclusa l’ora d’aria?

Quel mostriciattolo ora è tuo figlio (sottotitolo: mai giudicare)

Non lasciatevi ingannare da quel musetto buffo: il cappellino è sul cranio sono per giocare a "cucù"

Non lasciatevi ingannare da quel musetto buffo: il cappellino è sul cranio sono per giocare a “cucù”

Passi anni e anni a inorridire, a scandalizzarti, ad argomentare. Ad aggrottare la fronte e – diciamolo pure senza censure – a giudicare, biasimare, commiserare. Poi arriva il giorno in cui il bambino che strilla e scalcia di fronte a un diniego, che corre senza che nessuno riesca a tenerlo per mano, che ignora sistematicamente i richiami degli adulti non è il figlio di una sconosciuta da guardare con supponenza, ma è il tuo. Arriva il giorno in cui prendi atto che tuo figlio, tra tutti i bambini che frequenti, è quello che non sta mai fermo, che rifiuta categoricamente di tenere in testa il berretto, che protesta quando gli lavi le mani o gli pulisci il naso, che talvolta reagisce con rabbia incontenibile (scagliando oggetti, strepitando e tirando schiaffi che non ha mai visto dare) di fronte a un no.

Che lui è quello che strappa regolarmente di mano il giocattolo di turno al bambino di turno (che in genere arretra arrendevole e avvilito), che insegue il pallone altrui nella piazza di turno, che rifiuta con ostinazione di lasciarsi baciare, toccare, talvolta anche solo salutare con un “ciao”, dall’adulto di turno. Guardi la foto di compleanno di un’amichetta di tuo figlio e realizzi all’improvviso che lui è il solo che non indossi il cappellino a cono di cartone (e ricordi bene di aver tentato per un quarto d’ora, con ogni mezzo, di convincerlo a tenerlo su). Gli altri bambini guardano i cartoni animati, tuo figlio li recensisce tacitamente con un senso critico che manco Vittorio Sgarbi, reagendo di solito alle prime scene con un “no” sdegnato (la prima e unica parola che abbia mai pronunciato in 19 mesi di vita) e con la pressante richiesta di cambiare canale. Ma tanto non gli piace quasi niente di quello che la tv in chiaro e in abbonamento mandino in onda.

Tuo figlio, la persona che ti ha rapito il cuore, quel piccolo essere umano che ti ama nel modo più viscerale che tu abbia mai sperimentato, capace di slanci disarmanti e di tenerezze indicibili, somiglia in modo inquietante a uno di quei bambini che “prima” avresti fulminato con uno sguardo al vetriolo (liquidando ovviamente la sua sconosciuta madre come una perfetta incapace, un’idiota o una ignorante). E che molti dei tuoi parenti e amici non esiterebbero tuttora a inchiodare alla croce del proprio giudizio (viziato, maleducato, mammone, capriccioso e chi più ne ha più ne metta).

A quel punto, la consapevolezza si estende e ti rendi conto di aver capito troppo tardi una serie di altre cose fondamentali.

  1. Quelli che la gente chiama “bambini” non sono strane creature di dimensioni contenute, né extraterrestri con gli occhi molto grandi, né relitti di una specie animale ormai estinta. Sono persone, per quanto molto giovani. E in quanto tali sono dotate di una propria personalità – magari non ancora ben definita, e forse destinata a modificarsi anche profondamente – ma comunque indipendente e strutturata. Hanno preferenze, attitudini, gusti, paure, idiosincrasie, desideri. Proprio come te. Solo che non hanno ancora imparato a contenersi, a mediare, a rinunciare. Ci sono i bambini pigri e quelli molto attivi, quelli timidi e quelli socievoli, quelli timorosi e quelli intrepidi. Ci sono bambini estremamente passionali, capaci di reazioni smodate – siano esse di entusiasmo o di panico, di rabbia, di sorpresa o di gioia assoluta – dinanzi alla vita (e non sarà difficile capire che mio figlio è uno di loro) e quelli imperturbabili, che osservano con apparente indifferenza ciò che accade intorno a sé. Ci sono bambini silenziosi e altri che parlano, piangono e strillano tanto. Bambini irruenti e altri più delicati, bambini prevaricatori o remissivi. E queste sono caratteristiche che la vita, le esperienze (e i genitori) potranno tentare di smussare, arrotondare, addolcire, ma che niente e nessuno riusciranno mai a modificare significativamente.

  2. Corollario del punto precedente: non tutto quello che un bambino dice o fa discende direttamente da quello che i suoi genitori hanno detto o fatto a lui e con lui. Non tutto può essere liquidato, specie se parliamo di bambini molto piccoli, come “cattiva educazione”, “essere viziati” o simili. Conosco fratelli, in qualche caso anche gemelli, cresciuti dagli stessi genitori eppure diversi come il giorno e la notte. Persone “educate” in modo rigidissimo che sono poi diventate adolescenti ribelli e adulti anticonformisti.

  3. Corollario del corollario: questo non vuol dire, ne sono convintissima, che si debba cercare di fabbricarsi degli alibi per lavarsene le mani, che si possa mollare la presa, che in nome del rispetto della personalità dei propri figli si debba rinunciare a “inquadrarli”, indirizzarli, educarli. Ma forse sarebbe utile ricordare che una madre e un padre non sono onnipotenti. E il fatto che il loro bambino si comporti “male” (oppure in un modo che qualcuno giudica sbagliato) non significa che loro non stiano facendo di tutto per insegnargli ad agire diversamente.

  4. Tesi conclusiva: mai giudicare un genitore. Mai giudicare un bambino. Mai giudicare una famiglia. Mai giudicare e basta. Perché prima o poi potresti trovarti a dover giudicare te stesso, e probabilmente non sarebbe un’esperienza piacevole.

Creta con bimbo piccolo e pancione: itinerario, impressioni e consigli

(Cliccate sulle foto se volete ingrandirle)

Creta per me
Creta1Creta è odore di incenso che sale dalle braci ancora tiepide. È il rosso sanguigno della terra argillosa, il verde polvere degli ulivi e il blu lapislazzulo del mare e del cielo. Creta è un gatto magro che mendica gli avanzi della cena, un vecchio d’altri tempi – bastone, baffi e bretelle – che gioca a backgammon davanti a un bicchiere di raki. Creta è avamposto d’Europa e promessa d’Africa, periferia di Occidente e annuncio d’Oriente, profumato di spezie e spugne di mare. È la luce di mille diamanti imprigionata nelle acque basse del Mar Libico, è la pietra ocra che si scalda al tramonto, è il canto assordante di mille cicale. Creta è una distesa di cardi bruciati dallo scirocco d’Africa, è l’eco millenaria di guerrieri, sirene e marinai. Terra di conquista, baluardo conteso, cittadella di fedi e superstizioni. È un minareto ottomano che svetta su un’icona di Bisanzio. È una candela che arde sottile, una nenia sacra che si spande nell’aria, un sorriso irregolare che si spalanca sincero. Creta è una brezza incessante, una luna precoce e una ferita, troppo profonda, di calcestruzzo. Un groviglio di reti stese al sole ad asciugare, una lenza luccicante tesa sull’abisso, una famiglia di capre che pascola al sole. Creta è lenta, polverosa e ruvida. Come un vecchio cuore che pulsa in mezzo al Mediterraneo.

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Creta per i bambini
Spiagge di ogni tipo (sabbia fine, sabbia grossolana, ciottoli) e di ogni dimensione, esposte a Est o a Occidente, rapidamente digradanti o con acque basse per decine di metri. Rigorosamente attrezzate (parcheggi gratuiti, ombrellone e lettini di proprietà comunale noleggiabili a 6 euro in tutto per l’intera giornata, docce tiepide gratuite, cabine per il cambio – chevvelodicoaffa’, gratuite) e pulite, acqua cristallina. E poi una grande disponibilità da parte degli autoctoni, sempre pronti a trovare una risposta alle esigenze dei piccoli: un seggiolone per il pranzo, una porzione ridotta per stomaci baby, un giocattolino per intrattenere il mini-viaggiatore affamato. Quanto alle attrazioni dedicate ai bimbi, merita davvero, se vi piace il genere, il moderno acquario di Heraklio (il Cretaquarium). Davide era troppo piccolo per apprezzare musei e acqua-park, ma l’isola offre diverse possibilità in questo senso. Meno varia, per la stessa natura del territorio, la scelta di aree verdi.

  • Creta2Perché la consiglio a chi viaggia con bambini piccoli: perché il mare è davvero memorabile, i centri storici sono piccoli e facilmente visitabili, la gente è fantastica. Il caldo, almeno nelle due settimane in cui abbiamo girato noi (costa nord e ovest, anche se so bene che non sono le più belle) era assolutamente sopportabile, mitigato dalla brezza e da una scarsa umidità. Anche nelle giornate ventose, informandosi in giro si riesce a trovare una spiaggia riparata in cui fare il bagno. L’offerta di strutture con angolo cottura, comode ed economiche quando si viaggia in famiglia, è vasta e accessibile.
  • Perché NON la consiglio a chi viaggia con bambini piccoli: direi solo per la scarsa disponibilità di aree verdi e per le distanze in auto, che possono essere importanti (noi abbiamo optato per una vacanza itinerante proprio per evitare di passare troppo tempo in auto). Se visitate i siti archeologici, cercate di andarci al mattino presto, perché il caldo e la folla possono creare parecchi problemi.

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Creta per le mamme in attesa
Il volo da Roma dura un paio d’ore, il clima è caldo ma ventilato e non afoso (almeno quando ci siamo stati noi!), le possibilità di intrattenimento sono molteplici – poltrire in mare tutto il giorno o avventurarsi in escursioni impegnative -, la cucina è gustosa ma semplice e ovviamente “mediterranea”, il mare è tiepido e la disponibilità di farmacie, ambulatori e ospedali è ampia. Tutte ragioni per cui Creta è una destinazione ideale durante la gravidanza.

Il nostro itinerario
Creta è un’isola molto grande (la quinta del Mediterraneo), personalmente sono convinta che non abbia senso arrivarci dall’Italia e fermarsi in una singola località. Di qui la scelta di spostarsi, prenotando (dall’Italia, via internet) in 4 strutture diverse e scegliendo anche di ripartire da un aeroporto diverso rispetto a quello di arrivo (andata Easyjet per Heraklio e ritorno da Chania con Ryanair, sfruttando l’ottimo servizio di trasferimento della nostra auto dallo scalo romano di partenza a quello di arrivo, offerto dal parcheggio in cui avevamo prenotato per soli 25 euro). Viaggiare con al seguito un bambino di un anno e mezzo e un pancione di quasi sette mesi ci ha indotti a fare dei compromessi, rinunciando consapevolmente alla costa meridionale, più bella e selvaggia ma anche peggio collegata e più “faticosa”, e ai siti più rocamboleschi da raggiungere (tipo il paradiso di Balos). L’idea è di tornare a completare il giro tra qualche anno. La parte nord-est di Creta, comunque, ci ha permesso di alternare mattinate – o pomeriggi – al mare a passeggiate ed escursioni in centri storici, villaggi e siti archeologici – non siamo mai stati, né io né il papà di BigD, i tipi che si spalmano in spiaggia per l’intera giornata.

Ecco dunque l’itinerario che abbiamo seguito:Creta5 Arrivo a Heraklio e trasferimento immediato ad Agia Pelagia, una località tutto sommato perdibile ma vicina a siti come la stessa Heraklio, il Cretaquarium e la rovine del palazzo di Cnosso, nonché bagnata da un bel mare con ciottoli e sabbia grossolana. La scelta si è rivelata felice rispetto all’alternativa Heraklio, per la maggiore calma di Agia Pelagia e la vicinanza con spiagge invitanti. La tappa successiva, dopo una sosta-bagno a Balì, è stata Georgioupoli, che abbiamo scelto come base per visitare Rethymno e i dintorni: tre pernottamenti nei pressi del porto fluviale, con bagni mattutini nella grande spiaggia locale e visite a Kournas (lago e omonimo villaggio) e alla stessa Rethymno (pittoresco il porto antico, davvero interessante la Fortezza). Georgioupoli in sé offre poco, ma a me sono piaciuti molto il porto e la minuscola chiesina che si raggiunge percorrendo un lunghissimo molo di pietra. A questo punto siamo partiti per Kissamos, sul lato occidentale dell’isola. Abbiamo dormito lì una sola notte, in modo da raggiungere le spiagge di Falasarna (al tramonto, davvero struggente!) ed Elafonisi, una specie di paradiso in Terra che da sola valge l’intero viaggio (andateci di mattina presto, però!). Col senno di poi, ci saremmo fermati a Kissamos anche una seconda notte, approfittando per visitare anche la spiaggia e le rovine di Paleochora, ma in fase di organizzazione ci era sembrata un’opzione troppo stancante. Così ci siamo diretti a Chania, la nostra ultima tappa (4 pernottamenti). Si tratta della località più pittoresca di Creta, con il vecchio porto veneziano che, nonostante l’affollamento di botteghe e ristoranti, non ha perso il suo fascino. La vicinanza con le belle spiagge di Marathi e Stavros (belle, ma niente di paragonabile a quelle precedenti, sia chiaro) ci ha permesso di continuare ad alternare mare e passeggiate senza particolare stress.

Garantisco che si tratta di un itinerario perfettamente alla portata di una famiglia con una futura mamma e un bambino piccolo, purché siate già abituati (e vi piacciano!!) a questo tipo di viaggi in famiglia, con parecchi spostamenti in auto (tra i 20 minuti e l’ora e mezza, con una media di 30/35 minuti) e preferiate andare in giro rispetto alla classica vacanza balneare “stanziale”.

Creta6L’ambiente
Purtroppo non mancano le note dolenti: la costa nord è spesso deturpata da costruzioni orrende, in molti casi, tra l’altro, incompiute (pare siano embrioni di abusi edilizi in attesa di essere condonati e finiti, ma io sospetto che la grave crisi dell’economia greca abbia contribuito alla creazione di molte di queste “cattedrali” abbandonate). Le città principali si sono sviluppate in modo irregolare e disarmonico intorno ai pittoreschi centri storici, in certi punti il traffico può essere intenso. Il sistema fognario è rudimentale, tanto che non si può gettare la carta igienica nel water e si è di fatto costretti a bere, per sicurezza, acqua in bottiglia. La raccolta differenziata è molto limitata. In compenso, le spiagge, oltre a rimanere sotto la gestione pubblica, scelta che personalmente condivido profondamente, sono sempre presidiate e ben tenute (ad Elafonisi diversi cartelli avvertivano delle sanzioni a carico di chi osasse portar via della sabbia), i centri storici sono quasi tutti pedonali e sopravvivono, anche nella parte di isola che ho visto io, lunghi tratti di costa ancora incontaminata, appannaggio di ulivi e macchia mediterranea (e pare che a Sud sia molto meglio!). A Chania ho letto informazioni interessanti su un programma ambientale per la tutela della Caretta caretta e anche la capra endemica cretese, il Kri Kri, è sottoposta a iniziative di protezione. Nonostante ci avessero detto che la costa settentrionale fosse “brutta”, abbiamo trovato sempre e dovunque acqua a dir poco cristallina e arenili puliti.

Creta3Conclusioni
Creta è la destinazione ideale per chi sia in cerca di un mare fantastico da abbinare a escursioni culturali, passeggiate, gastronomia e shopping (oltre a tanta paccottiglia, ho visto oggetti davvero pregevoli, specie a Chania). Chi è nelle condizioni di tempo e di energia, può dedicarsi anche a dei trekking molto soddisfacenti, specie nella parte meridionale dell’isola (a cominciare dalle Gole di Samaria). Consigliatissima dunque per i viaggi in famiglia, ma si tratta di una meta ideale anche per coppie, ragazzi, anziani, etc. Pensateci, anche perché i costi sono ragionevoli.

 

 

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Telepatia

telepatiaLa premessa è d’obbligo: io non sono affatto una credulona, anzi. Direi che tendo ad essere, per lo meno rispetto alla media della gente, particolarmente scettica. Zero superstizioni, nessun interesse per l’astrologia, profonda diffidenza per tutto quello che ha a che fare con i “miracoli”, le pratiche mediche alternative, la meditazione estrema e così via. Ho difficoltà anche ad affidarmi con convinzione all’omeopatia, per dire (e non sono mai riuscita a convincermi della possibile efficacia delle collanine d’ambra per la dentizione).

Però penso che la mente umana abbia un potere straordinario, ancora largamente inesplorato. E in quella di una madre, forse, si attiva qualche sinapsi speciale e ancora sconosciuta, capace, in qualche modo, di cogliere i messaggi elettrici – taciti ma tangibili – provenienti dal cervello di un figlio.

So di sorelle che conducono vite diverse in case diverse, ma ogni tanto fanno lo stesso sogno. Di padri che aprono la porta a figlie che non avevano ancora bussato, di gemelli lontani che sentono dolere contemporaneamente la stessa parte del corpo. Io stessa, a volte, ho risposto a telefonate di care amiche che stavo giusto pensando di chiamare, oppure ho pronunciato la stessa frase di qualcuno, esattamente nello stesso momento. Ma non mi era mai capitato di avere personalmente la sensazione tanto netta di “comunicare” in modo silente con un altro essere umano. Telepaticamente, oserei dire, per quanto non sia certa che questo sia il termine corretto.

Forse è perché il cervello di mio figlio mi si è formato dentro, forse è perché molti dei suoi neuroni, quelli che lo accompagneranno per l’intero arco della sua vita, tutto sommato, li ho costruiti io stessa a partire da molecole “mie”, provenienti dal mio organismo (sottratte ad esso, in un certo senso). Io non pretendo di sapere quale sia la ragione. E forse neanche mi interessa poi così tanto.

Quello di cui sono sicura, però, è che almeno un paio di volte, negli ultimi mesi, ho avvertito l’urgenza impellente, nottetempo, di aprire gli occhi nel buio e voltarmi in fretta verso il letto in cui dorme Davide. Senza che lui avesse pianto, si fosse lamentato (come fa di solito quando si sveglia durante la notte), si fosse agitato tra le lenzuola o avesse prodotto il minimo rumore. Semplicemente, ho “sentito” qualcosa – l’altra notte, tra l’altro, ero già praticamente addormentata – e ho guardato istintivamente in quella direzione.

Entrambe le volte mio figlio era sveglio, seduto sul letto, immobile e perfettamente silenzioso. La sua piccola figura si stagliava contro il muro bianco della nostra camera da letto, nel chiarore freddo e vagamente inquietante della lucina da notte che teniamo sempre accesa. Suo padre dormiva placido al mio fianco. La sensazione che mi avesse “chiamato senza chiamarmi” è stata, in tutti e due i casi, fortissima e immediata.

Telepatia o sintomo chiaro di una incipiente follia (della sottoscritta)? Io non lo so. Ad ogni modo, lui era sveglio, in perfetto silenzio, e guardava me.

Seconda gravidanza: cosa cambia?

cosa cambiaLe paturnie sono grosso modo le stesse. Identica la tentazione perversa di torturarsi leggendo post ansiogeni sui forum per mamme, analoga la preoccupazione di ingrassare troppo e la sensazione di gonfiarsi di mese in mese come un cetaceo all’asciutto. Non cambiano, purtroppo, i commenti idioti di vicini e passanti (non che ci sperassi troppo, a dire il vero). Non si diventa di colpo immuni dagli sbalzi ormonali, per quanto, forse, si impari a considerarli per quello che sono: temporanee, per quanto fastidiose, intossicazioni chimiche.

La sola vera, colossale, fondamentale differenza tra la prima gravidanza e la successiva, almeno in base alla mia esperienza, è il fatto che, quando scopri di aspettare il tuo secondogenito, contrariamente all’esperienza precedente, tu sei già una madre. Anche se non conosci il figlio che sta per nascere, anche se ignori quasi del tutto quello che ti aspetta, la seconda volta sai esattamente che tipo di genitore vuoi essere (alla faccia dei consigli non richiesti, delle ingerenze, dei commenti tra le righe e delle battute sarcastiche della gente).

Ma soprattutto, se la prima volta i tuoi pensieri e le tue emozioni erano state catalizzate – nel bene e nel male – dal piccolo essere umano in formazione nel tuo corpo, adesso una parte fondamentale del tuo cervello, del tuo cuore, del tuo tempo, delle tue energie è destinata inesorabilmente al tuo bambino già nato.

Ti chiedi come reagirà alla novità, ti informi e ti interroghi sul modo migliore per rendergli la transizione meno traumatica possibile, ti riprometti di fare di tutto per non negargli mai l’attenzione e la presenza cui è abituato. Pensi (nel mio caso con un’angoscia che non mi aspettavo) all’inevitabile separazione durante i giorni del parto, a come mantenere il più possibile inalterate le abitudini del “fratello maggiore” durante il tuo ricovero. Ti chiedi se ti perdonerà, o meglio, ti domandi quanto tempo gli ci vorrà per capire, per accettare, per abituarsi (e per perdonarti, appunto). Se ti amerà allo stesso modo, o se rimarrà troppo scottato dal cambiamento. Ti alleni a censurare le parole inopportune di parenti e conoscenti, addestri te stessa a ringhiare all’indirizzo di chiunque osi fare considerazioni del tipo “Ormai sei grande”, “Adesso tua madre dovrà occuparsi del fratellino”, “Ora dovrai abituarti a stare più tempo senza la mamma” e chi più ne ha più ne metta. Giuri a te stessa che in qualche modo ce la farai, a far capire a tuo figlio che quel neonato è soprattutto un dono per lui, qualcuno che moltiplicherà all’infinito l’amore che scorre nella sua vita, piuttosto che sottrargli quello, inalterabile, dei suoi genitori. Lo giuri, ma in fondo in fondo, ogni tanto, hai paura che non ce la farai, che non sarai così brava da rassicurarlo come merita.

Pensi e intanto cerchi di godere di ogni residuo momento di esclusività con il tuo primo figlio. Te ne freghi del “non sollevare pesi” e ti stanchi con gioia insieme a lui e per lui. Aspetti con trepidazione quello che sarà l’inizio di qualcosa (che speri meraviglioso) ma anche la fine, inesorabile, di quella vita che hai imparato, nel tempo, ad amare come non credevi possibile.

Pensi e nel frattempo tremi al pensiero che qualcosa vada storto, non solo per la creatura innocente che ti cresce dentro, non solo per la tua vita e per quella di suo padre, che ne sarebbero sconvolte, ma soprattutto per lui, il primogenito. Consapevole che il regalo che gli stai facendo potrebbe comportare anche una responsabilità pesantissima, se non dovesse andare tutto per il verso giusto e se lui dovesse ritrovarsi alle prese con un qualche “problema” cui fa paura anche solo dare un nome.

Pensi e contemporaneamente ti tocchi la pancia, in cui nuota un bambino che non conoscerà mai l’esperienza agrodolce di essere un figlio unico, un bambino che non è ancora nato e già impara, nel bene e nel male, a condividere l’amore e i pensieri di sua madre con il fratello già nato, che lo attende ignaro. Un bambino che mese dopo mese si fa largo dentro te e che – lo sai bene anche se a volte stenti a crederlo possibile – saprà trovare immediatamente spazio anche nella tua testa e nel tuo stomaco e nel tuo sangue.

Sai che è esattamente quello che accadrà, ma a volte non puoi fare a meno di sorprenderti al pensiero che saprai amare qualcuno con la stessa bruciante intensità con cui hai imparato ad amare il tuo bambino “grande”.

Perché ci insegnano sempre che l’amore “vero” è esclusivo, ma la realtà è che quello più grande è fatto apposta per essere spartito in parti uguali.

Il dono più grande. Da figlia unica a madre duplice

il dono più grandeIo sono figlia unica. Mi porto dietro, per questa condizione non scelta, una specie di intrinseca solitudine – o piuttosto una congenita paura della solitudine – che non mi lascerà mai. Non che sia stata mai realmente sola, eh. Non che mi sia mai mancato chi raccogliesse le mie confidenze o condividesse con me il proprio tempo, i giochi, la noia, i dubbi e via dicendo. Ho dei cugini che sono praticamente dei fratelli, e la mia casa è sempre stata piena di amici e di amiche (i miei genitori sono stati davvero molto intelligenti, in questo). Essere “sola”, per certi versi, mi ha anzi imposto di darmi sempre un gran da fare per cercare compagnia e confronto al di fuori del nucleo familiare. Di costruire legami, alimentarli, cementarli. Di tentare in tutti i modi di recuperarli quando sembravano vacillare. L’assenza di fratelli o sorelle, d’altro canto, ha fatto sì che imparassi a fare i conti – non subito e affatto facilmente – con certe responsabilità esclusive. Che mi abituassi, o per meglio dire che mi rassegnassi, all’esistenza di cose (timori, preoccupazioni, fantasie, incombenze, ma anche ricordi, soddisfazioni, aspettative) che non avrei mai condiviso realmente con nessuno.

Se sono ciò che sono, nel bene e nel male, lo devo anche a questo. L’infanzia per come la ricordo io è legata indissolubilmente a questa “mancanza”, che mi ha tolto senza dubbio alcune cose, ma me ne ha date tante altre. A cominciare dal tempo trascorso con i miei genitori, dalla loro attenzione esclusiva, dal rapporto solido, per quanto non privo di conflitti e contraddizioni, che ho potuto costruire con loro. Dal sentirsi comunque in qualche modo “speciale” dinanzi ai loro occhi di madre e padre.

Al di là di come sia andata oggettivamente, di tutti i bilanci che potrei tracciare a 33 anni di distanza dalla mia nascita rimasta senza repliche, comunque, io quel vuoto non ho mai smesso di sentirlo. Mi ha scavato nella mente l’interrogativo irrisolto di “come sarebbe stato se…”. Mi ha lasciato una specie di sottile frustrazione nel non conoscere una cosa che i più sperimentano normalmente nella vita, nel non poter usare certe parole, nel non avere idea di cosa si provi ad avere un fratello.

E poi, come dicevo all’inizio, quell’assenza muta si è tradotta (per quanto le cause possano sempre essere altre, per carità) in una paura invincibile della solitudine. Una paura che negli anni mi ha fatto sbagliare molte volte e, più in generale, ha condizionato pesantemente le mie scelte. Ci sono stati perdoni concessi solo per non perdere qualcuno, scuse chieste senza colpa, “primi passi” reiterati all’infinito, grumi di orgoglio ingoiati come bocconi di amarezza insopportabile, compromessi pesantissimi e tuttavia accettati. Sempre per evitare il rischio di diventare, appunto, un po’ più sola. E non sempre questo è stato un bene, direi.

Ho conosciuto, infine, un senso di responsabilità, per quanto fondamentalmente autoimposto, forse più gravoso di chi si trova a condividere il cammino con un fratello o una sorella. La consapevolezza di essere soli a dover rispondere, nell’eventualità, a certi bisogni, a certi desideri, a certe aspettative. Che non ci sarebbe stato mai nessun altro – nonostante la partecipazione e l’affetto sempre massimi della famiglia “allargata” – a poter tamponare, supplire, soccorrere, fare le veci dell’unica figlia esistente, che poi sarei io. Nessuno col mio medesimo ruolo che potesse all’occorrenza sostituirsi a me, alternarsi, riparare alle mie eventuali mancanze (consce o casuali). Far dimenticare i miei errori, riuscire dove io avrei fallito. O io o niente.

“Figlio”, nella mia famiglia, è un titolo che, nel bene e nel male, apparterrà per sempre alla sottoscritta e a nessun altro. Un grande privilegio, ma anche, per certi versi, un onere non trascurabile. E non posso negare che questo abbia avuto un peso importante nelle mie scelte di vita, per quanto nessuno mi abbia mai condizionato in maniera consapevole o volontaria.

È per tutti questi motivi che ho sempre saputo che non avrei mai avuto un figlio unico. Non per mia scelta, per lo meno. Che avrei dato la possibilità al mio primogenito di condividere i pesi e i regali della vita con un’altra persona, di trovare nella sua stessa casa la compagnia quotidiana, la presenza rassicurante, il confronto, la dialettica, la solidarietà e la contrapposizione che io ho dovuto sempre cercare all’esterno.

È per questo che nonostante la fatica delle notti insonni e dell’allattamento prolungato, nonostante il prezzo alto – in termini di libertà perduta, leggerezza e autonomia sacrificate – che si paga per crescere un figlio, nonostante la paura e la tentazione, a tratti fortissima, di imboccare la strada apparentemente più “comoda”, Davide avrà presto un fratello o una sorella.

Molto presto. Prestissimo. Tra due mesi e poco più.

E che Dio ce la mandi buona.

Elogio delle vacanze tardive (Una mamma green va in ferie)

vacanze tardiveCosta meno.

C’è poca gente.

Ad agosto la città è più vivibile.

Almeno nel mio caso, lavorare ad agosto è meno pesante che nel resto dell’anno.

La fatica di attendere per lunghi mesi viene ricompensata da una goduria altrettanto intensa.

C’è una sottile soddisfazione nel fare i bagagli mentre la maggior parte della gente che conosci è in preda al trauma da rientro. Sai che tanto poi toccherà anche a te, ma per il momento… godi.

Questi sono i motivi principali per cui, potendo scegliere, la sottoscritta madre verdastra e il suo uomo preferiscono di solito ritardare alquanto la partenza per le vacanze estive. Questa volta siamo in partenza per Creta, sperando che gli dei dell’Olimpo e i flutti del Mediterraneo ci siano amici. Molto amici, ché con un vulcanino di un anno e mezzo al seguito ce n’è davvero bisogno.

Ci risentiamo tra un paio di settimane. Con una novità importante.