L’empatia delle madri. Che non esiste

Le prime, di solito, sono le nonne. La notizia di un nipotino in arrivo, specie se è il primo e se lo attendevano da tempo, le trasforma in delle perfette invasate, anche se prima erano sempre apparse persone di un certo equilibrio. Domande fin troppo personali, regali prematuri, progetti a lungo termine sulla vita del nascituro, consigli non richiesti di puericultura preistorica, appellativi morbosi all’indirizzo del “loro” bambino. Quella che fino a un attimo prima era una figlia o una nuora diventa semplicemente la madre del loro adorato nipotino. Pazienza se è infarcita di ormoni, spaventata, stanca e con un senso di inadeguatezza secondo solo al suo girovita. Le nonne parlano, agiscono, comprano, riferiscono, programmano, decidono, domandano. Senza chiedersi neanche per un attimo se il loro comportamento possa in qualche modo infastidire o far soffrire la gestante.

Poi, man mano che il tempo passa e il ventre lievita, arrivano le amiche, le conoscenti, le passanti. Il grande classico è il racconto del proprio parto, possibilmente corredato di particolari simil-scientifici su episiotomia, epidurale, emorragie e secondamento. Una volta, quando ero al terzo mese della mia prima gravidanza, una tizia che incontravo per la prima volta mi disse (cito testualmente, giuro che è la verità): “Ah, sei incinta? Io quando ho partorito ho pensato seriamente che sarei morta”. La variante preferita è quella sull’allattamento. Storie raccapriccianti su capezzoli purulenti, piagati, tumefatti, devastati. Fino a veri e propri casi di amputazione dell’intera areola ad opera del neonato vampiro.

Dopo il parto, la situazione non accenna a migliorare. L’allattamento non decolla e tu ti senti la peggiore delle madri? Non temere: incontrerai di certo la zia/cognata/vicina di casa/passante di turno pronta a spiegarti come crescono bene i bimbi allattati al seno, o a riferirti di quanta fatica stia facendo – poverina! – per togliere la tetta al suo marmocchio duenne. Tuo figlio cresce poco? No problem. In un batter d’occhio ti troverai circondata di genitrici entusiaste di sbandierare i percentili ipertrofici del loro frugoletto, che a 4 mesi veste come minimo la taglia 3 anni. Se poi il tuo neonato non ti fa dormire, come per magia appariranno intorno a te neomamme che non possono fare a meno di informarti che il loro angioletto di 9 settimane si spara 7 ore di sonno notturno consecutivo. Nella culla. In camera sua.

Moltissime madri, in parole povere, mostrano un’abilità impressionante nel dire a un’altra madre in difficoltà esattamente quella cosa che riesce a farla sentire ancora peggio. Tu vorresti un incoraggiamento, e ti arriva il paragone impietoso. Tu avresti disperatamente bisogno di un milligrammo di comprensione, e ti arriva la critica mascherata da consiglio amichevole.

Perché poi, al di là degli immancabili paragoni, la cosa peggiore è che spesso – molto più spesso di quanto avrei mai saputo immaginare “prima”, anche nel più pessimistico degli scenari – è che al confronto si aggiunge di solito l’insinuazione che ogni madre conosce.

Che la causa del problema, di qualunque natura esso sia, stia proprio nel comportamento materno.

Se l’allattamento non va come dovrebbe, forse è perché tu hai fatto/non hai fatto la tal cosa. Se il bambino non dorme, probabilmente non hai provato a fare/non fare la talaltra. E così via se il bebè non mangia, non cammina, si comporta “male”, non riesce a fare a meno del ciuccio/seno/biberon/pannolino, piange con gli estranei, non parla, non vuole andare all’asilo, eccetera eccetera eccetera. Insinuazioni molte volte fatte tra le righe, con educazione, in qualche caso finanche con ostentata dolcezza. Mascherate immancabilmente da opinioni imbevute di solidarietà.

Probabilmente, dirò di più, i commenti di questo tenore nascono spesso in buona fede e senza alcuna malizia (anzi, magari con le migliori intenzioni), ma sortiscono comunque, in molti casi, l’effetto opposto: far sentire una madre in crisi ancora più inadeguata e fallimentare di quanto non si sentisse prima del colloquio illuminante.

Perché quella delle mamme è in assoluto la categoria meno empatica con cui mi sia mai trovata a confrontarmi.

Eppure, basterebbe davvero poco.

Basterebbe chiedersi, prima di aprire bocca (oppure sospirare, alzare sopraccigli, stirare i muscoli facciali): come mi sentirei, IO, se dovessi lasciare mio figlio a mia madre/suocera e lei non facesse che sottolineare quanto suo nipote la adori “come una mamma”? Come mi sentirei, IO, se dopo un anno di notti insonni sentissi mia sorella sentenziare che “ho sbagliato a tenerlo nel lettone con me”? Come mi sentirei, IO, se la mia amica parlasse di un bambino molto simile a mio figlio come di un mammone, capriccioso o viziato (dopo che io mi faccio in quattro ogni giorno per renderlo una persona educata)?

Basterebbe ricordare che, anche se dette con le intenzioni migliori, le parole possono pesare come incudini e tagliare come cocci di vetro, specie se giungono a orecchie che vivono situazioni particolari, come la gravidanza, il puerperio o altre fasi delicate dell’avventura infinita della maternità. Che non tutti siamo uguali, che la sensibilità, la suscettibilità, l’insicurezza, variano considerevolmente da un individuo all’altro, e quello che a me scivolerebbe addosso potrebbe mandare in crisi un’altra persona (o viceversa).

Basterebbe ricordare, soprattutto, che una madre (e più in generale, una persona) in difficoltà, raramente è in cerca di consigli e “soluzioni”, per il semplice fatto che è molto raro che la risposta a questioni tanto personali come quelle implicate nella crescita di un figlio possa giungere dall’esterno. Una madre in difficoltà, di solito, chiede aiuto perché vorrebbe solidarietà, comprensione, compagnia, ascolto. Un abbraccio forte e una battuta scema, un bacio con lo schiocco e un “ti penso, tieni duro e passerà”. Il minimo sindacale di empatia, appunto.

E non una lezione di vita a buon mercato, che magari finisce col procurare più dubbi che risposte.

Gambe gonfie in gravidanza: rimedi naturali

gambe2La maggioranza delle donne in gravidanza, prima o poi, prova l’ebbrezza di sentirsi come un elefante in sovrappeso: caviglie gonfie, gambe pesanti e quella stanchezza che ti ricorda quanto sia impegnativo costruire un essere umano. Ritenzione idrica e difficoltà di circolazione sono infatti un classico, durante l’attesa – specie nell’ultimo trimestre. Se i sintomi si mantengono entro limiti fisiologici (un edema eccessivo, soprattutto a livello di piedi, caviglie e mani, può rappresentare un sintomo di preeclampsia, per escludere la quale è fondamentale controllare regolarmente la pressione arteriosa e i livelli di proteinuria), qualche semplice accorgimento e il ricorso ad alcuni rimedi naturali può aiutare ad alleviarli.

Intanto, per prevenire le gambe gonfie in gravidanza è importante usare scarpe comode, abbandonando i tacchi per qualche mese (nessun sacrificio, per la sottoscritta…) ma evitando anche calzature troppo basse come ballerine e scarpe da tennis. Aiuta molto anche stendersi più volte per qualche minuto nel corso della giornata, possibilmente tenendo i piedi più in alto rispetto al torace (ad esempio appoggiando le caviglie su una pila di cuscini o sul bracciolo di un divano). Per il riposo notturno, in particolare, può essere utile sollevare il materasso dalla parte dei piedi, inserendo una piccola “zeppa” o comunque uno spessore di circa 10/15 centimetri sulla rete o sotto i piedi del letto. È raccomandabile inoltre, in assenza di controindicazioni, una attività fisica moderata, come passeggiate, nuotate o sessioni leggere di ginnastica in acqua. Anche dei getti di acqua fresca possono contribuire a ridurre il fenomeno, ed è inoltre importante bere molto e garantirsi una adeguata disponibilità di sali minerali, attraverso la dieta o appositi integratori (attenzione invece al sale da cucina, che favorisce la ritenzione idrica e quindi va limitato il più possibile).

Venendo ai veri e propri rimedi naturali per le gambe gonfie in gravidanza, può arrecare sollievo l’uso di gel e pomate a base di componenti vegetali, con formulazioni specifiche per ridurre il gonfiore e dare una immediata sensazione di leggerezza alle gambe e ai piedi. Gli estratti di Rusco, Ippocastano e Vite rossa sono i più indicati per combattere questi sintomi, perché agiscono proprio riducendo l’edema e migliorando la circolazione. Anche l’Edera o il Mirtillo (utilizzato da sempre anche per la prevenzione delle vene varicose) sono indicati per questo scopo, in quanto favoriscono il microcircolo. Sostanze rinfrescanti come il mentolo e la canfora, invece, garantiscono una immediata sensazione di leggerezza e sollievo (ma attenzione a non abusare di oli essenziali durante la gravidanza, anzi: sarebbe meglio evitare completamente l’uso di quelli puri).

Le creme (o i gel) vanno sempre applicati con un leggero massaggio circolare dal basso verso l’alto, partendo quindi dal piede o dalla caviglia. Si consiglia di utilizzare i mariti/compagni/futuri papà per lo scopo ;)

Da qualche giorno sto utilizzando un biogel contenente Rusco, Ippocastano, Centella, Vite rossa e Menta piperita. Il prodotto, privo di petrolati, paraffine, petrolio, parabeni, PEG e profumi di sintesi, dà effettivamente una sensazione immediata ma persistente di fresco e leggerezza, riducendo stanchezza e gonfiore.

E voi? Conoscete altri rimedi naturali per le gambe gonfie in gravidanza?

Leggerezza

leggerezzaLa piuma impalpabile di un pulcino, un dente di leone da soffiare via esprimendo un desiderio, un cerchio di tulle bianco profumato di confetti alla mandorla.

Una striscia di pane sardo, un foglio di carta velina che si stropiccia se solo lo guardi, un ago lungo e sottile. Un piccolo foulard di seta consumato dal tempo. Una conchiglia microscopica, il fiore colorato di una buganvillea, una samara trasparente persa nel vento.

E poi un gomitolo di peli di gatto, un rametto secco che la linfa ha abbandonato per sempre. Una vecchia moneta di rame o di stagno, assottigliata dal tocco di mille dita. Un ciuffo di cotone grezzo, un lembo di cuoio talmente sottile da risultare trasparente se lo metti controluce. Il petalo di un fiore grande o piccolo, una di quelle patatine bianche che i supermercati spacciano per dietetiche.

Una spugna di mare.

L’ala di una farfalla, una carezza lieve, la scaglia di un pesce. Una scheggia di pomice.

Una nuvoletta di gambero del ristorante cinese, la cialda di un biscotto della fortuna del ristorante cinese. Una cialda qualsiasi, appena sfornata. Un foglio di alluminio lucente. Un’ostia, magari sconsacrata. Una manciata di paglia, un filo d’erba. Una garza sterile, una capsula di ovatta che non è stata ancora compressa. Il guscio di un uovo di quaglia.

La pelle vuota di una lucertola che il sole ha asciugato da tutti i suoi umori. Un palloncino riempito con l’elio, una lente a contatto, la chela di un granchio.

Il bacio di un bambino.
Qualcuno di voi sa dirmi quanto costa un grammo di leggerezza?

Questo pacco di coscienza
come lo sento, mi dedico a tutti
con la mia riconoscenza
io li abbraccio e mi sgomento
c’ho anche un cane gatto come son contento
(G. Gaber, La leggerezza)

Inserimento al nido, graduale o brusco: chi (diamine) ha ragione?

Assodato che si tratta di un’esperienza in ogni caso utile per il bambino (anche se poi le generalizzazioni sono talvolta fuorvianti). Dando per scontato che l’autonomia scolastica sia un caposaldo dell’istruzione libera e moderna. Con la ferrea convinzione che ognuno debba fare il suo mestiere, e che famiglia e scuola debbano essere il più possibile alleate, senza ingerenze reciproche, contrapposizioni e confusione di ruoli. Consapevole che affidare il proprio figlio piccolo (e non ancora parlante) a delle persone fondamentalmente sconosciute costituisce sempre, a prescindere dagli attori coinvolti, dalle situazioni e dalle metodologie, un atto di grande fiducia da parte di un genitore.

Detto e ribadito quanto sopra, io non posso comunque fare a meno di chiedermi come sia possibile che esistano visioni così differenti di una procedura tanto delicata e cruciale come l’inserimento di un bambino al nido (e, in una certa misura, alla scuola materna).

Da una parte, i duri e puri dell’approccio graduale e “morbido”, che in qualche caso si spinge fino al paradosso di costringere madri e padri che lavorano a rimanere accanto al figlio anche quando si mostra ormai perfettamente “inserito”, o di impedire al bimbo stesso, che mostra in tutti i modi di volerlo, di rimanere a scuola per l’intera giornata (perché i protocolli vengono applicati con un rigore sovietico che non tiene conto della reazione del bambino stesso).

All’estremo opposto, la filosofia del distacco “brusco”, che esclude fin da subito la presenza in aula di un intermediario (genitore o altra figura di riferimento), che prevede che il piccolo reticente venga strappato con la forza dalle braccia materne e resti in ogni caso solo in classe per il tempo stabilito, a prescindere dall’intensità della sua reazione.

Da un lato gli articoli che criticano l’inserimento infinito “all’italiana”, reo secondo alcuni di assecondare l’eccessiva apprensione delle madri nostrane e di contribuire ad allevare generazioni di bamboccioni, mammoni, smidollati, e chi più ne ha più ne metta (e giù lodi sperticate di quei paesi stranieri dove la pratica dell’inserimento è sostanzialmente sconosciuta). Dall’altro, schiere di educatrici che giurano, sulla base della loro esperienza pluriennale, che un approccio graduale e personalizzato sia fondamentale addirittura per il destino a lungo termine dei rapporti del piccolo studente con la scuola, di ogni ordine e grado.

Nel mezzo, come sempre, noi genitori. Che non siamo tenuti ad essere esperti di pedagogia infantile (non sarebbe il nostro ruolo, d’altra parte). Che spesso siamo bersaglio di opinioni divergenti e non richieste da parte di familiari, conoscenti e di altri genitori, più o meno avvezzi all’esperienza asilo-nido. Che, volenti o nolenti, siamo costantemente esposti al confronto con i figli degli altri (“il mio non ha mai pianto”, “le maestre di mio figlio non la pensano così”, eccetera eccetera). Che siamo chiamati, come si diceva all’inizio, a un atto di fiducia importante nei confronti di educatori, insegnanti, etc. E, soprattutto, che abbiamo a che fare ogni giorno, tutto il giorno, con i nostri bambini, gli unici a cui, in definitiva, siamo e saremo chiamati a rispondere delle nostre scelte e dei nostri comportamenti.

A chi dare ascolto? Come districarsi tra metodologie e punti di vista in così aperta contrapposizione? Come fare per garantire ai propri figli la certezza di un trattamento rispettoso della loro peculiare personalità e davvero utile, senza però sconfinare nell’iperprotettività e nella paranoia?

In attesa di risposte certe, che a questo punto potrà darmi soltanto mio figlio, so solo che mi manca tantissimo don Milani.

 

 

Il bestiario della mamma

Foto Wikipedia (©pubblico dominio)

Foto Wikipedia (©pubblico dominio)

Le mamme hanno rospi giganteschi da ingoiare – ogni giorno – e sorci verdi da cacciare in trappola.

Hanno cavalli alati da immaginare (e fare immaginare) e lupi senza colpa da assolvere, finalmente.

Le mamme hanno formichine per fare il solletico e uccellini per confidare i segreti più segreti.

Hanno topolini che trasformano i denti da latte in monete luccicanti, e api e farfalle per rispondere a certe domande imbarazzanti.

Le mamme hanno lucciole per rischiarare le notti troppo buie e orsacchiotti con la pancia tonda per scacciare la malinconia che non se ne va.

Hanno draghi da ammazzare, che spesso sono solo nella loro testa.

Insetti ronzanti da ignorare e pungiglioni aguzzi da schivare.

Le mamme hanno chiocce tiepide da imitare (ma non troppo) e pesciolini da chiamare a raccolta all’ora del bagnetto.

Coccodrilli e oranghitanghi da cantare, gatti da mettere in fila per sei,  elefanti da far dondolare all’infinito sopra il filo di una ragnatela.

La vita delle mamme, che amino o meno gli animali, a volte somiglia a un bestiario, stracolmo di amore, di sogni, paure e di tanta, tanta fantasia.

Austria: un weekend lungo sulle Alpi Carniche, in family hotel

(Clicca sulle immagini per ingrandirle)

terrazzinoImmaginate di essere, insieme alla vostra famiglia, un’appassionata viaggiatrice, che amiate raccontare le vostre avventure e che vi venga offerto all’improvviso un piccolo prolungamento delle tanto agognate vacanze estive, in un contesto che amate (l’alta montagna), in un paese che conoscete ancora poco (l’Austria) e in una struttura ricettiva pensata appositamente per le famiglie con bambini (e dotata di SPA).

Capirete facilmente il mio entusiasmo nell’accettare l’invito della catena alberghiera Falkensteiner, specializzata nella ricettività per famiglie, che mi ha chiesto di raccontare, con la complicità di Davide e di suo padre, la nostra esperienza nel suo family hotel Sonnenalpe, in Carinzia. Detto, fatto: biglietto preso e valigie fatte, dal 12 al 15 settembre siamo stati tutti ospiti (grazie mille, davvero!) di questo albergo di montagna. Ecco come è andata.

vistaLa località
Il comprensorio sciistico di Nassfeld-Pramollo, a 1.500 metri di altitudine, si trova a pochi chilometri dal confine con l’Italia, nella cornice fatata delle Alpi Carniche. Qui gli amanti degli sport invernali potranno trovare “neve per i loro sci”, ma anche in estate il territorio offre una miriade di opportunità per tutte le tipologie di viaggiatori: piccoli e grandi, pigri e atletici, allenati e fuori forma (ma di questo parleremo in un post dedicato). Di certo si tratta di una zona tranquilla, in cui godersi una pausa di totale relax al cospetto di incantati boschi di conifere e alpeggi che ospitano placide mandrie al pascolo. Vi sveglierete dolcemente al suono dei campanacci delle vacche e potrete, se vi va, far vagare lo sguardo per ore sulle idilliache cime alpine che incorniciano l’area.

L’albergo
La catena di strutture ricettive Falkensteiner comprende – ma non solo – diversi family hotel, pensati in modo specifico per rispondere alle esigenze delle famiglie con bambini di tutte le età. Il Falkensteiner Sonnenalpe di Nassfeld, dove ho alloggiato con la mia famiglia, era ovviamente uno di questi.

palline

Questo significa non solo avere a disposizione tutto l’occorrente per la permanenza dei più piccoli (seggioloni, fasciatoi, bavaglini, stoviglie, giochi, etc), ma essere ospitati in una struttura in cui l’approccio generale è “famiglia-centrico”. Tutto è concepito per accogliere anche gli ospiti più giovani, dagli arredi delle camere (interruttori ad altezza bambino, lavabo aggiuntivo più basso, doppia maniglia per le porte, etc) all’offerta gastronomica (menu dedicati, con diverse possibilità di scelta, buffet per i bambini ai pasti, pappe per i bimbi in fase di svezzamento, disponibilità di scaldabiberon, scovolini etc), alle attività proposte (escursioni per famiglie e un programma quotidiano di attività indoor e outdoor per i bambini dai 3 anni di età). E poi, volete mettere, il personale e la stessa clientela – noi abbiamo trovato quasi esclusivamente famiglie austriache e tedesche – sono perfettamente abituati ad avere a che fare con i bambini piccoli. Se vostro figlio dovesse essere colto da una terribile crisi di pianto, saprete che nessuno storcerà il naso, semplicemente perché vive la medesima cosa con la sua stessa prole, o perché lavora quotidianamente con quegli adorabili mostriciattoli sotto il metro di altezza.

hallA mio parere – e lo avevamo già sperimentato in Trentino lo scorso anno – si tratta del compromesso ideale tra il villaggio (che personalmente trovo una soluzione troppo “chiusa” e asettica, quasi ghettizzante, spesso collocata in contesti isolati e organizzata in modo da tenere gli ospiti quasi esclusivamente al suo interno), il classico albergo (che non sempre va incontro alle esigenze dei viaggiatori minuscoli, anche perché c’è il rischio di suscitare il malumore di chi viaggia senza figli) e l’appartamento/residence (sicuramente il massimo in termini di autonomia e flessibilità, ma anche l’opzione più faticosa nella gestione: tocca cucinare, pulire, riordinare, etc).

A parte la connotazione “family”, il Falkensteiner Sonnenalpe è un grande albergo che coniuga lo stile alpino tradizionale con il design più moderno, dotato di un’area SPA di 1.700 metri quadri (vedi oltre), ristorante, piscine, bar, area gioco per i bambini e una hall immensa. La nostra stanza era un bellissimo appartamento per famiglie, circa 40 metri quadri organizzati in diversi “angoli” (il salottino, la camera da letto, la cameretta, il terrazzino, etc), ma esistono soluzioni diverse a seconda delle esigenze – e delle disponibilità economiche – degli ospiti. Decisamente confortevole pure per i “grandi”, insomma, anche se per quanto mi riguarda rimane una soluzione ideale soprattutto per chi ha con sé dei bambini, se non altro perché i mini-viaggiatori costituiscono una discreta percentuale degli ospiti dell’albergo e sono, di conseguenza, quasi dappertutto.
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Contagio

contagioLe malattie sono naturali. Anzi. Necessarie, oserei dire. E il sistema immunitario è una delle trovate più geniali che l’evoluzione si sia mai inventata.

Ma che razza di sforzo di razionalità ci vuole per mandare volontariamente tuo figlio (pagando soldi buoni, per di più) in un covo di virus, batteri e chissà quali altri misteriosi agenti patogeni, che tendono tra l’altro a manifestarsi inesorabilmente nel fine settimana?

Dicendoti per giunta che “stai facendo il suo bene”?

(E sorvolo volutamente, in questa sede, sullo strazio di lasciare il tuo bambino urlante tra le braccia di una sconosciuta, e ritrovarlo altrettanto disperato dopo un’ora).

Sai che è inevitabile, sai che non puoi – e se anche potessi, non sarebbe per niente sano – tenere tuo figlio in una camera sterile, sai che in fondo non è niente di grave e che passerà.

Ma intanto, quanto polso ci vuole per esporlo (e con lui tutta la famiglia) consapevolmente al contagio? E poi dicono che le mamme hanno il cuore tenero…

ps. qui siamo ancora relativamente immuni dopo tre giorni di esposizione ai piccoli untori. Ma il weekend incombe, sono pessimista.

 

 

Secondogeniti, inquinamento e compromessi

Tra le innumerevoli – e per lo più irrisolte – domande che mi sono fatta prima di pensare ad un secondo figlio, ce n’è una che tradisce le mie ansie e le attitudini green. Visto che siamo così tanti al mondo (e questo è tanto più vero per noi italiani e ancora di più per gli abitanti delle mie zone), è giusto gravare ulteriormente sul pianeta? Non sarebbe più ragionevole limitare l’incremento demografico, eventualmente realizzando il proprio desiderio di maternità (e paternità) percorrendo strade che non prevedano, per giunta una seconda volta, un pancione e un neonato?

Il mio ventre arrotondato rappresenta la prova eloquente della risposta che mi sono data questa volta come la precedente, ma non posso comunque chiedermi quanto possa alla fine “impattare” un secondogenito sullo stile di vita familiare.

Di sicuro i figli cadetti sono dei campioni di “riciclo”. Specie quando, come nel nostro caso, c’è poca differenza di età con il primogenito, si possono riutilizzare moltissimi oggetti, allungandone il ciclo di vita. Vale per gli indumenti e per la biancheria, ma anche per marsupi, passeggini, culle, seggioloni e quant’altro. L’equipaggiamento da bebè può essere quasi integralmente recuperato per il secondo figlio, con evidente sollievo per le finanze di famiglia e per l’ambiente.

D’altro canto, però, la consapevolezza della fatica che ci attende e della carenza di tempo che dovremo affrontare dopo il nuovo arrivo può far sentire, forte, la tentazione di “cedere” su alcuni punti. Di derogare in qualche caso – magari per un tempo limitato – ai nostri principi ecologisti. O almeno, questo è quello che è capitato a me, che nonostante mi proclami “green”, sono ancora in cammino sulla strada della sostenibilità.

Concretamente, ho già deciso che, nei primi mesi di vita del mio secondogenito, chiuderò un occhio su alcune questioni cui di solito faccio molta attenzione. Prevedo ad esempio di sospendere per qualche tempo l’uso, pur soddisfacente, dei pannolini lavabili, di abbandonare i soliti tovaglioli di stoffa per passare a quelli, più pratici ma più inquinanti, di carta; di concedermi addirittura, specie nelle primissime settimane dopo il parto, qualche stoviglia usa e getta compostabile, qualche piatto pronto e qualche vaschetta di alluminio da estrarre rapidamente dal congelatore.

Compromessi. Di cui so già che ogni tanto mi sentirò in colpa, ma che l’esperienza di madre mi suggerisce di concedermi. Perché la perfezione non è roba per genitori, o almeno non è roba per me.