La maternità è un odore

26 settembre 2016

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Fare un figlio a Napoli, oggi

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Fare un figlio a Napoli, oggi, è un po’ come fare un bel viaggio nel tempo. Come ficcarsi in una porta spazio-temporale e tornare indietro di una trentina d’anni almeno.

Comincia tutto quando scopri di essere incinta, e realizzi che il novantanove per cento delle tue amiche, parenti e conoscenti già madri, o a loro volta in attesa, ha, o ha avuto, un ginecologo. Privato. Se anche ti venisse voglia di farti seguire da un’ostetrica, dovresti riuscire a trovarne una in gamba (e se non sei brava con internet, potrebbe essere molto difficile, visto che tra le tue conoscenze sarà improbabile trovare chi ha un’esperienza diretta da raccontarti o un nome da consigliare) e sperare che non siate troppo distanti. Se non sei molto motivata, e sufficientemente informata, finirai come tutte, affidata semplicemente a un medico. Il quale programmerà per te almeno un’ecografia al mese, che tu farai senza battere ciglio perché tutte quelle che conosci hanno vissuto la gravidanza allo stesso modo, e poco importa che il Sistema sanitario nazionale indichi in tre il numero complessivo di ecografie necessarie nel corso di una gestazione fisiologica. Inizierai il corso di preparazione al parto relativamente tardi, magari dopo la trentesima settimana. È possibile che tu ti senta dire dall’ostetrica che dopo i primi venti giorni è meglio allattare a orario, e dalla psicologa che dormire insieme ai propri figli è estremamente dannoso per lil loro benessere mentale, tanto che la maggioranza degli adolescenti problematici lo è perché ha condiviso il letto con mamma e papà.

A un certo punto arriverà il momento di dare alla luce tuo figlio, e tu, quasi certamente, sceglierai di partorire nella clinica privata o convenzionata dove opera il tuo ginecologo. Opera, nel senso stretto del termine, perché non è improbabile, per usare un eufemismo, che tu venga sottoposta a un taglio cesareo. Più nel dettaglio, avrai il doppio delle probabilità di essere cesarizzata rispetto a una puerpera dell’Emilia Romagna, del Veneto o della Toscana, e il triplo rispetto a una mamma del Trentino Alto Adige. Ti diranno che tuo figlio è troppo grande o troppo piccolo, oppure che è posizionato male. Che hai il bacino stretto, che hai perso troppo liquido amniotico, che la gravidanza dura da troppi giorni o che il travaglio procede troppo lentamente. Ti spiegheranno che sei già stata tagliata una volta e quindi è meglio “non rischiare”, o che il cesareo è di per sé l’opzione più sicura per tutti. A prescindere. Più semplicemente, ti diranno in modo vago che tuo figlio rischia di stare male, che c’è qualcosa che non va col tracciato che rileva il suo battito cardiaco, e tu allora non avrai dubbi: acconsentirai all’intervento sapendo che la cosa più importante è che il tuo bambino nasca sano e forte.

A questo punto, o meglio dopo le lunghissime ore che avrete passato separati, ti ritroverai con tuo figlio tra le braccia e, se sei fortunata, incapperai in una puericultrice che sa fare il suo lavoro, che ti chiederà se vuoi allattare il tuo bambino e, se lo vorrai, ti aiuterà ad attaccarlo al seno in modo corretto. Ti incoraggerà se dovessero insorgere dei problemi, ti rassicurerà e ti inviterà alla pazienza. Se non hai fortuna, però, dovrai arrangiarti da sola, o sperare nel supporto di qualche parente che abbia un po’ di esperienza. È possibile che tuo figlio venga alimentato col biberon dagli operatori ospedalieri senza che tu neanche lo sappia. È possibile, addirittura, che tu venga espressamente scoraggiata dall’allattare esclusivamente al seno, o a richiesta. È possibile che ti mandino a casa con la raccomandazione di fare “una poppata ogni tre ore, non più di dieci minuti per lato”. È possibile, o per meglio dire addirittura probabile, che tu venga dimessa con la prescrizione di un’aggiunta di latte artificiale. Perché il latte non basta, perché il bimbo è piccolo e si stanca, perché ha l’ittero, perché è grande e ha troppa fame. Oppure perché tu hai i capezzoli piccoli, perché il cesareo ti ha prostrata, perché senti dolore quando tuo figlio si attacca.

Se non ci hanno pensato in ospedale, rimedierà presto il tuo pediatra, privato o della mutua. Che ti consiglierà di non allattare troppo spesso perché altrimenti tuo figlio rischia di avere le coliche, o di viziarsi, o di “scambiarti per un ciuccio”. Che ti raccomanderà il latte artificiale “così siamo sicuri di quanto mangia”, e soprattutto così non lo facciamo piangere di notte. Che, se tuo figlio è un po’ più piccino della media, ti inviterà a comprare una bella bilancia per fare la doppia pesata prima e dopo ogni poppata. E poi camomille e tisane: tisane per il mal di pancia, per saziarlo di notte, per farlo dormire più a lungo.

Se riuscirai ad allattare al seno in modo esclusivo, la gente intorno a te non farà che chiederti quando introdurrai finalmente il biberon. Qualcuno, candidamente, ti domanderà: “Ma come mai lo allatti tu?”. Quando tuo figlio avrà appena compiuto 4 mesi, in molti ti esorteranno a cominciare lo svezzamento, “almeno la frutta, per abituarlo al cucchiaino”. Sarà, molto probabilmente, lo stesso pediatra a indirizzarti allo stesso modo, a prescindere dai tuoi impegni di lavoro fuori casa. Frutta subito, brodino e pappa dopo un paio di settimane. Se ignorerai queste raccomandazioni, aspettando i sei mesi compiuti, qualcuno insinuerà con una battuta che stai affamando tuo figlio, o, per lo meno, che gli neghi il piacere di assaggiare qualcosa che non sia il solito latte. E se poi ti ostinerai ad allattarlo oltre il suo primo compleanno , ti sentirai chiedere da più parti: “Ma quando gliela levi, ‘sta zizza?”. Ti vergognerai, ti sentirai in colpa, diversa, forse sbagliata.

Fare un figlio a Napoli, oggi, vuol dire molto spesso dagli il nome del nonno paterno, anche se tu non ne avresti davvero alcuna voglia. Riportarlo a casa dall’ospedale vestito con un abito elegante, e avvolto in una coperta costosa, anche se hai il conto in rosso, e i soldi per quel minuscolo completo sarebbero più utili per i pannolini. Battezzarlo con una grande festa, anche se non entri in una chiesa dal giorno del tuo matrimonio. Tornare indietro nel tempo, di una trentina d’anni almeno. Fare un figlio a Napoli, oggi.

9 comments

  1. purtroppo molte delle cose da te descritte sono in “vigore” non solo a napoli. e sull’allattamento c’è ancora tanto ma tanto da lavorare

  2. Scusa ma tu hai fatto e stai crescendo dei figli a Napoli? Se così non fosse faresti meglio a non scrivere dei post così qualunquisti e a lasciar parlare chi questa esperienza la vive davvero.

    1. Ovviamente sì! Sarebbe il caso, prima di commentare un post, prendersi la briga di informarsi un minimo sulla vita di chi scrive. Che in questo caso, tra l’altro, il 99% delle cose “qualunquiste” che racconta le ha vissute sulla pelle propria e dei propri figli. Forse rende un servizio migliore alla propria terra chi la racconta con sincerità e cuore, o almeno è così che la penso io.

  3. Bisognerebbe avere il coraggio di imporre le proprie idee, invece spesso per “comodità” si lascia decidere a terze persone! Sotto tanti aspetti non andiamo avanti perché non vogliamo andare avanti purtroppo 😠

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