Smettere di allattare (per sempre)

18 gennaio 2017

Cara neomamma, tuo figlio crescerà alla velocità della luce

18 gennaio 2017

Lobotomia

18 gennaio 2017
allattamento
neomamma
lobotomia

Sto con lo stesso uomo da quasi metà della mia vita. Dormiamo insieme da anni, non mi ricordo neanche come fosse esistere senza di lui. Conosco il suo odore quasi bene quanto il mio, il suono del suo respiro accompagna le mie notti come un sottofondo naturale e ineluttabile. Riconoscerei l’incedere dei suoi passi da un miglio lontano. La mia casa è casa sua. La mia casa, forse, è proprio lui. Quando camminiamo l’uno accanto all’altra ci disponiamo istintivamente nel solito ordine. Le sue braccia e le mie sanno a memoria come intrecciarsi in un abbraccio, la mia testa sa perfettamente dove andare a posarsi, proprio là, sotto il suo mento. Le sue dita si incastrano tra le mie in modo automatico, senza che prima debbano chiedersi come e se. Senza esitare, senza brancolare. Un po’ come quando vivi in un appartamento da così a lungo che puoi alzarti di notte e vagare al buio senza rischiare di andare a sbattere contro l’armadio.

Le sue carezze, i suoi sorrisi, il bacio che ci scambiamo frettolosamente ogni mattina, sono gesti spontanei e acquisiti. Quasi come respirare, pompare ossigeno nel sangue e buttare via scarti gassosi dalle narici. Come se il mio corpo e il suo, in un certo senso, appartenessero a una persona sola. I nostri sensi si conoscono alla perfezione, sono invecchiati insieme, si sono guardati cambiare negli anni, con indulgenza e solidarietà. Si sono sincronizzati, in qualche modo, e si parlano anche quando le nostre voci non lo fanno. Da anni, ormai, l’amore tra noi non ha bisogno di schermaglie, o di tattiche. Non si alimenta con l’insicurezza e la fuga. È una liturgia consapevole, un rituale collaudato che non sorprende più, ma non delude mai. Potrei dire che è un’abitudine, e in un certo senso è proprio ciò che è.

La monogamia è un vestito che sento bene addosso. Non mi stritola, non mi copre più di quanto dovrebbe e di quanto vorrei. È una scelta che rinnovo ogni giorno, e mentre lo faccio mi rendo conto benissimo di quello che sto facendo. Ancora, dopo quindici anni. Forse è per questo che non ho mai tradito. Non in senso carnale e canonico, per lo meno. Avrei potuto, diverse volte. E in qualche occasione una parte di me ha pensato di farlo. Ma non è mai successo. Perché la mia felicità, da quasi quindici anni, non può prescindere da quella del mio uomo. La strada che ho scelto di battere non esiste se lui non la percorre accanto a me.

Capita, però, che la vertigine mi assalga. Che la bocca dello stomaco si chiuda senza preavviso, che il diaframma si paralizzi per un attimo e mi tolga l’aria dai polmoni. Quando penso che non ci sarà mai più, nella mia vita, un amore nuovo da inventarsi. Quando realizzo che il tempo delle scoperte è tramontato per sempre. Che gli imprevisti non sono ammessi, che sognare, in un certo senso, è un lusso che appartiene al passato. Non c’è più niente da immaginare o per cui meravigliarsi.

Se tutto va come deve andare, se tutto va come io stessa voglio che vada, non conoscerò mai più quel delizioso tormento dell’amore che comincia, col suo carico di adrenalina, di incertezze e prospettive imprevedibili. La sorpresa mozzafiato dell’interesse per uno sconosciuto, o dell’affezione per un amico, che piano piano o tutto a un tratto diventano passione, esaltazione, necessità. Quell’urgenza che possiede all’improvviso la tua vita. La sensazione che tutto debba ancora accadere, che scenari mai raggiunti di felicità possano spalancarsi davanti a tuoi occhi. L’euforia pazzesca e commovente di scoprirti riamato, come essere protagonista di una specie di miracolo. Io ho già dato, signori. L’orizzonte è già fissato. Il futuro è scritto. Basta. Innamorarsi non è più roba per me.

Non ci penso quasi mai, e quando accade dura solo un momento o poco più.  Non posso neanche dire che faccia davvero male. Ma ogni volta mi sembra di aver rinunciato volontariamente a una parte di me. Di aver permesso a me stessa di farmi una lobotomia.

6 comments

  1. Guarda, io che ogni giorno volontariamente faccio la tua stessa scelta e ogni tanto ho lo stesso pensiero, ho trovato la “mia” cura: non pensare che non sarà mai. Pensare, al contrario, che tutto può succedere, se io lo vorrò. Così non mi prende l’ansia del mai più e riscelgo ogni giorno con nuova consapevolezza.

Lascia un commento!