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La ragazza che cammina

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tenerife bambini
10 cose che non avrei saputo
due figli

Nel posto in cui vivo c’è una ragazza che cammina. Cammina sempre, per ore, tutti i giorni. Che io esca quando il mattino è ancora madido di rugiada, quando le finestre spandono i profumi del pranzo o all’ora in cui la luce dei lampioni piove gialla sull’asfalto, la scorgo invariabilmente all’orizzonte, con la sua sagoma ormai inconfondibile e l’andatura che mi si è fatta familiare.

A passo spedito, con le gambe esili come zampe di airone e i capelli scuri, lunghi fino alla schiena. Cammina con il cellulare in mano, gli getta occhiate frequenti e orizzontali, ogni tanto se lo porta all’orecchio con il braccio sottile e inizia una conversazione tranquilla. Sola, quasi sempre. Fronte dritta, un passo dietro l’altro, lei cammina.

Cammina come se il solo scopo del suo andare fosse il camminare stesso. Senza una destinazione, senza un appuntamento o un porto da raggiungere. Camminare è il fine, l’obiettivo, il senso ultimo della sua marcia. A volte arresta bruscamente il suo procedere, fa una mezza giravolta e inverte la sua direzione. Arbitrariamente, senza una ragione che da fuori si possa intuire. Cammina e basta. Tutto il giorno, tutti i giorni. Cammina come se non dovesse farsi raggiungere: da se stessa, sospetto. E dalla carne che faticosamente ha tirato via dal suo corpo, fino a diventare impalpabile come una lama di sole.

L’ho incontrata sempre più spesso, nell’ultimo anno. Un anno passato ad occuparmi dei miei figli quasi ininterrottamente, a stare con loro, a portarli con me, specialmente la più piccola, in giro per la nostra città. Sono anche io, in fondo, una ragazza che cammina: per necessità e per diletto, con calma o frettolosamente, nel freddo e sotto il sole. Per scelta e volentieri, quasi sempre. Con un figlio per mano e l’altra sulla schiena. Spingendo un passeggino, sostenendo un piccolo corpo addormentato, allattando strada facendo, cantando, chiacchierando, qualche volta implorando o masticando rabbia in silenzio. Con una direzione imprecisa e una meta che ogni tanto scompare nella foschia.

Ultimamente, quando io e la ragazza che cammina ci incrociamo per la strada, ci guardiamo e ci scambiamo un sorriso discreto. Un cenno lieve del capo, come di intesa e confidenza. Di solidarietà, in un certo senso. Non so niente, di lei, a parte il fatto che cammina. Non conosco il suo nome e non so quanti anni abbia. Non potremmo essere più diverse: lei col suo fardello leggerissimo, ma che deve sembrarle sempre troppo gravoso, mai abbastanza lieve per le sue aspettative irraggiungibili. Io col mio carico vivente e tiepido, che ogni mese che passa si fa più pesante di ossa e carne, ma anche di ricordi e amore e vita condivisa. Lei col suo corpo etereo, flessibile, quasi trasparente. Io con le mie braccia grosse di madre, col ventre che non torna liscio e il seno tiepido pieno di latte. Lei quasi sempre sola, io praticamente mai. Lei col suo tempo senza tempo, io braccata dall’orologio e dalle ore che non bastano mai.

Eppure a me sembra, a guardarla da lontano, di essere un po’ come lei: entrambe andiamo per il mondo, spesso in silenzio, con il peso delle nostre scelte addosso. Entrambe procediamo, fronte alta, un passo dopo l’altro, giorno dopo giorno e stagione dopo stagione. La ragazza che cammina va, e io incrocio il suo passare e mi specchio nel suo sguardo. Lei mi sorride, e io le sorrido. E un momento dopo ricominciamo a camminare.

8 comments

  1. Spero che con quel sorriso che ogni giorno le doni, mentre sei li che vivi una vita affannata ma bella, quella ragazza che cammina trovi un modo per venire meno a quella scelta e che decida di non essere più sola facendo un cammino diverso e più accolto.

  2. Il tuo sguardo su di lei, i sorrisi…ora non è più sola su quel cammino. Tu la vedi, lei esiste, non è un fantasma. La sua esile figura adesso proietta un’ombra nei tuoi occhi, quelli dei tuoi figli, nei nostri attraverso te.

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