Lettera a un bambino rifugiato #azzeraladistanza

10 marzo 2016

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Esercizi di felicità

10 marzo 2016
lettera a un rifugiato
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Scrivo al buio, distesa a letto, al fresco serale dei Caraibi di marzo. Nelle orecchie echi non troppo lontani di musiche e canti, che a queste latitudini risuonano praticamente ubiquitari per tutto il giorno e gran parte della notte. Presto cominceranno a cantare i galli e a latrare i cani. Sono stanca di una stanchezza buona, corporale. La stanchezza di chi è stato sotto il sole per tante ore, si è bagnato nell’oceano irruento, ha giocato coi figli propri e altrui, ha cercato di ascoltare e parlare una lingua non sua. La stanchezza di chi ha molto vissuto e sentito altrettanto, amato con intensità dei perfetti sconosciuti e guardato controluce con gli occhi di dentro. Quella stanchezza densa e ottenebrante che promette un sonno senza sogni.

Sotto e dentro la fatica, la sensazione straniante di chi ha fatto un lungo viaggio pensando di venire a incontrare persone bisognose di aiuto, per poi scoprire, appena giunta a destinazione, che sarebbero stati loro ad aiutare me.

Come fare a dirlo senza scivolare nel qualunquismo? Senza invischiarsi nella retorica più stucchevole? Non so se lo so. Ma lo devo dire, in un modo o nell’altro. La gente che ho incontrato qui* non ha molto. A seconda dei casi, si va da condizioni di reale indigenza, in cui non si può dare per scontato neanche un singolo pasto quotidiano, a situazioni meno critiche, ma comunque molto lontane da quello che noi riteniamo benessere (case di mattoni e lamiera, niente acqua calda, niente piastrelle, niente tecnologia o giocattoli).

Strade sterrate e acquitrinose, farmaci banali praticamente impossibili da reperire, niente viaggi o feste, niente palestre, niente cartoni animati.

Eppure, la gente qui sorride molto più di me. Molto più, a dire il vero, della maggior parte delle persone che conosco. Sorride consapevole, autentica, sorride sincera. Sorride grata del poco ha, grata della vita che vive e delle meraviglie che scorge ogni giorno.

I bambini chiedono, certo. Giochi e regali, dolci e sorprese. Ma senza la protervia di chi sa che, tanto, presto o tardi sarà in qualche modo accontentato. Chiedono sperando, ma senza dare per scontato. Chiedono coscienti che nessuna insistenza, nessun lamento, potranno avvicinarli alla realizzazione del proprio desiderio. Chiedono sul serio. Senza disperarsi, forse perché conoscono – perché l’hanno vissuta, o guardata, o sentita raccontare – la vera disperazione.

I bambini desiderano, competono tra loro, forse invidiano. Ma sembrano sapere che questo c’entra davvero poco con la felicità.

Non è per renderli felici, che bisogna aiutarli, non per commiserazione, non per pietà. Se fosse questo, il senso di tutto, dovremmo rivolgere il nostro sguardo di compassione verso noi stessi. Verso le nostre vite affannate e solitarie, verso tutto quello che abbiamo perso in cambio di un benessere che sa di psicofarmaci, frustrazione e sensi di colpa. Se fosse questo, il senso di tutto, dovremmo essere noi a chiedere aiuto a loro. A farci insegnare a vivere, ad amare e soprattutto ad essere.

Eppure questi bambini li dobbiamo aiutare, ma non perché col nostro aiuto possano in qualche modo avvicinarsi alla felicità. Dobbiamo aiutarli perché l’istruzione, la salute, la pace sono le pietre miliari su cui si fonda l’umanità, e il mondo avrà un futuro solo se saranno garantite finalmente a tutti. Perché l’ingiustizia che vede noi così ricchi e loro così poveri dovrebbe toglierci il sonno e la ragione, ogni singolo giorno della nostra vita. Dobbiamo aiutarli anche per salvare noi stessi, in un certo senso (e i nostri figli dopo di noi). Facendo bene attenzione, mentre lo facciamo, a non farli diventare uguali a noi.

 

*Nella regione di Puerto Plata, in Repubblica Dominicana, presso una comunità formata soprattutto da famiglie povere ed emarginate di rifugiati haitiani in fuga da miseria e scontri sociali, i cui bambini ricevono assistenza, cibo e istruzione in un centro finanziato dalla Fondazione Mission Bambini grazie al meccanismo dell’adozione a distanza. Trentacinque di questi piccoli sono ancora in attesa di un donatore che li sostenga da lontano. Per informazioni e adesioni c’è il sito ufficiale di Mission Bambini. Per seguire il mio viaggio, c’è il tag #azzeraladistanza.

5 comments

  1. É difficile commentare dopo le tue parole, che fanno giustizia di una visione paternalistica dell’aiuto a distanza. Sono una tua lettrice e, da anni, ho adottato una bambina di puerto plata. L’ho fatto con la speranza di permetterle di studiare (e forse darle un’opportunità per migliorare la propria vita). La felicità purtroppo non credo che si possa donare, ma può essere solo di chi dona.

  2. Beh però dicci anche come hai ottenuto di fare la volontaria….ai Caraibi!!
    Senti l’anno prossimo ti aspettano alle Maldive…corri corri hanno bisogno di te

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