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Confessioni di una (madre) precaria

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genitori
falkensteiner funimation katschberg bambini
madre che lavora

Sono una precaria fin da molto prima di essere una madre.

Nei dieci anni da quando, occupazioni giovanili a parte, bazzico il mondo del lavoro, ho lavorato con tante forme contrattuali diverse – prestazione occasionale, contratto a progetto, accordo verbale, ritenuta d’acconto, partita Iva – ma la stabilità lavorativa non mi ha mai neanche sfiorato da lontano.

Una cosa che, da principio, non mi preoccupava. Mi piaceva, all’inizio, sentirmi in qualche modo svincolata dalla routine e dalla monotonia del lavoro a tempo indeterminato. L’antidoto perfetto contro la noia, la salvezza dalla trappola degli stessi gesti ripetuti ad libitum per tutta la vita. Era la sensazione piacevole di poter cambiare prospettiva in qualsiasi momento, come avere una porta sempre aperta su orizzonti sconosciuti e potenzialmente esaltanti. Ma questo, avrei scoperto piano piano a mie spese, vale in un mercato che ti offre alternative inesauribili. Che tutela la creatività e privilegia la meritocrazia. Che riconosce il giusto valore economico e i necessari ammortizzatori anche, appunto, al lavoratore atipico. Altrimenti, lungi da essere garanzia di vivacità e dinamismo, la precarietà resta solo una condanna alla cronica preoccupazione e all’instabilità personale.

Perché il punto, quando resti precaria per anni, madre o meno, è che l’instabilità diventa una condizione quasi esistenziale. Insieme alla possibilità di fare progetti anche solo a medio termine, ti priva in qualche modo del diritto a sognare. Castra la tua immaginazione, spezza il fiato alla tua speranza. E se si associa a compensi inadeguati, finisce col minare senza rimedio la tua stessa autostima.

Io non ho mai ambito al classico lavoro di ufficio. E mi sarei annoiata a morte a fare le stesse cose per tutta la vita. Non sono arrivista né particolarmente ambiziosa, il lavoro per me è sempre stato uno strumento. Per guadagnare dignitosamente, per imparare cose nuove, per sentirsi utili. Adoro la libera professione, il fatto di gestire in totale autonomia la responsabilità e gli eventuali insuccessi, di concepire un progetto dalle sue prime fasi embrionali fino a vederlo sviluppato e compiuto. Mi piace da morire la flessibilità – mi piaceva anche prima di avere dei figli – e negli anni sono riuscita a farmi andare a genio anche il lavoro da casa.

Ma trovo che la mia esperienza, i miei studi, le mie competenze, la mia professionalità e anche il mio talento siano mortificati ogni giorno dal livello di compensi che mi vengono proposti e dal fatto di non riuscire a stabilire collaborazioni che non siano sempre disperatamente effimere.

Non mi sento una lavoratrice autonoma. Mi sento precaria e sottopagata. E non so più se la colpa sia mia – della mia scarsa intraprendenza, della poca fiducia in me stessa, della indisponibilità ad accontentarmi, delle scelte sbagliate – o del contesto in cui mi sono trovata a vivere e a lavorare.

Vorrei solo che i miei figli, domani, non dovessero pensare alla madre che hanno avuto come a una fallita. Come a una che non si è data da fare quanto avrebbe dovuto. Vorrei che mi stimassero anche se sono precaria. Magari un po’ di più di quanto riesco a fare io.

10 comments

  1. Condivido al 100% Silvana. Io sono precario da sempre. La mia partita Iva è del 1979, ma da dieci anni la situazione è peggiorata per tutti, ma la cosa più deleteria, anche per il paese è l’incapacità cronica di mettere a valore il lavoro intellettuale. E un paese che non pensa, non ha futuro.

  2. capisco perfettamente ma credo anche che la nostra condizione in qualche modo ci permetta di reinventarci continuamente e tutto sommato ci lasci aperta la possibilità di mollare tutto in qualsiasi momento per uno stile di vita più sostenibile…che dici?guardiamolo mezzo pieno sto bicchiere vah!

  3. Proprio in questi mesi sto provando grande amarezza per la situazione di precariato in cui mi trovo molto simile alla tua. Un aspetto che mi rattrista molto è la competitività tra precari. Il mercato del lavoro è saturo, lavorare è un privilegio, se non accetti di lavorare a condizioni a dir poco svilenti ci sarà qualcun altro che lo farà al posto tuo. Anzi… È un eterna lotta a difendere il proprio lavoro. Una mia importante collaborazione si è interrotta perché non avevo accettato di svolgere degli incarichi extra non retribuiti. Nonostante il mio lavoro sia sempre stato apprezzato, per questo motivo sono stata sostituita. La prossima volta? Non mi porrò il problema del decoro professionale.

  4. Io fortunatamente non sono mai stata precaria ; ho sempre lavorato con contratti a tempo indeterminato ..ma ugualmente ora sono disoccupata da circa tre anni a causa di un infortunio sul lavoro ..
    Purtroppo c’è da sfatare molti miti … ad esempio che INAIL sia in qualche modo d’aiuto per ritornare al mondo del lavoro ..
    è che quando sei fuori dal giro per un motivo o per l’altro .. sei fuori e basta ..
    forse per chi ha vissuto nella sicurezza come me epoi si ritrova precario o disoccupato di punto in bianco è ancora più frustrante !
    perche pensi in automatico che prima valevi ” tot ” adesso non vali più nulla ..
    per ora i miei figli sono felici di avermi tutta per loro .. ma col tempo chi sa !

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