Logorrea

I miei figli – entrambi i miei figli – parlano incessantemente.

Raccontano quello che succede a scuola, quello che gli amici riferiscono loro, quello che osservano camminando per strada e guardando dalla finestra, quello che sognano e quello che credono di aver sognato.

Commentano incessantemente quello che accade. Quello che ascoltano, quello che gli viene letto, quello che vedono in tv, quello che i nonni o le maestre dicono loro.

I miei figli ricordano, e lo fanno tipicamente ad alta voce. Ricordano i viaggi che hanno fatto, le case in cui hanno dormito, le persone che hanno incontrato, le feste a cui hanno partecipato, i picnic, i bagni in piscina, i musei e gli spettacoli. Ricordano e condividono continuamente i loro ricordi. Li collegano tra loro, ne chiedono conferma, tentano di analizzarli con gli strumenti ancora rudimentali che hanno a disposizione.

I miei figli – soprattutto il maggiore – fanno domande su qualsiasi cosa. Quando leggiamo un libro, interrompono ogni volta che non conoscono il significato di una parola. Quando guardiamo un film insieme, non fanno che chiedere perché il tale personaggio abbia detto o fatto la tale cosa. Se visitiamo una città, se prendiamo un mezzo di trasporto, se passeggiamo tra le sale di un museo, loro si guardano intorno e domandano. Cos’è quella cosa, come funziona quell’altra, a cosa serve quell’altra ancora. Dove va Tizio, cosa sta facendo Caio, cos’ha detto Sempronio. Si interrogano, in ogni momento, su quello che è accaduto e che potrebbe accadere, sulle ragioni del comportamento altrui, sulle conseguenze e sulle cause delle cose che succedono. Si interrogano, certe volte, sui loro stessi sentimenti. Quasi sempre, all’affermazione di un adulto, segue il loro “Perché?”.

I miei figli – soprattutto la minore – inventano storie di continuo. Lunghe o brevi, tristi o allegre, verosimili o fantascientifiche. Storie inquietanti o commoventi. E hanno bisogno di un pubblico che non solo li ascolti, ma che interagisca con loro, commenti e valuti le sceneggiature che imbastiscono.

I miei figli, entrambi i miei figli, parlano di continuo. E il più delle volte non parlano da soli, né banalmente “tra di loro”. Parlano con me, o con gli altri adulti presenti. Necessitano di un riscontro, di un orecchio, di un confronto attento e costante. Non è sempre facile o piacevole, anzi: talvolta può essere estenuante. Perché prestare loro attenzione, concentrarsi nel seguire i loro ragionamenti e dare risposte sensate e credibili alle loro domande, richiede un quantitativo colossale di energie nervose.

I miei figli chiedono aiuto, conforto, risposte. Chiedono spiegazioni e certezze, chiedono che la loro curiosità venga compresa e accolta. E che qualcuno con più esperienza tenti di accompagnarli attraverso la complessità dell’universo, incluso il loro mondo interiore.

Immagino che per qualcuno non sia del tutto sano, questo scambio incessante di chiacchiere quotidiane. Che i bambini dovrebbero sapere “quando tacere”, oppure, secondo un’istanza sempre più di tendenza, “imparare a stare da soli”, a cavarsela precocemente senza aver bisogno di un adulto, di un genitore, che li ascolti, li rassicuri, che risponda alle loro domande più o meno ragionevoli.

Io invece mi sento investita di un compito fondamentale. Tanto importante (se non di più) quanto quello di cambiare pannolini, preparare pappe, insegnare regole e stabilire confini.

Se il nostro amore si misurasse in parole, saremmo una famiglia da guinness dei primati.

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3 Commenti

Angela 5 Giugno 2018 - 21:04

Fantastici questi bambini, è così che deve essere!!!

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Silvana - Una mamma green 7 Giugno 2018 - 14:21

Grazie!

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L'angolo di me stessa 5 Giugno 2018 - 21:04

l mio terzo se anche solo provassi ad ignorarlo (e ci provo…eccome se ci provo!!) mi inizierebbe a chiamare insistentemente fino ad esaurimento energie…mie ovviamente!

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