Ode al viaggio

by Silvana Santo - Una mamma green

Ogni mattina comincio la giornata con un tè chai al cardamomo, quello che in Oman (e in generale nella penisola arabica e dintorni) chiamano “Karak tea”. Lo sorseggio nella mia amata tazza in terracotta, comprata una decina di anni fa dalla bancarella di un artigiano bretone, nel centro storico di Dinan.

Ogni sera accendo un paio di candeline, ne ho trovate di ecologiche a prezzo buono (in olio di colza, con lo stoppino in cotone e il contenitore compostabile), mentre i ceri e le stelline a Led si attivano da sole col timer, a me tocca solo ricaricare periodicamente le batterie. Ho mutuato questa abitudine irrinunciabile dai danesi e dai finlandesi, e senza aver timore di esagerare posso dire che mi ha letteralmente cambiato la vita nelle stagioni più buie.

Alle nozze di una delle mie migliori amiche indossavo un vestito comprato a Londra, all’ultimo matrimonio a cui sono stata inviata invece portavo un abaya cucito da un sarto nel souq di Muscat, e sistemato per me davanti ai miei occhi. I letti dei miei figli sono rivestiti da un paio di sarong balinesi, e delle stoffe colorate per cui ho contrattato un buon prezzo al mercato di Zanzibar City diventeranno presto dei copricuscini e delle tovagliette per la colazione. Gli unici gioielli che sono solita portare li ho comprati a poco prezzo nei mercati di mezza Europa.

Il lunedì, di solito, per cena mangiamo carne bianca. Si tratta spesso della mia unica razione di carne della settimana, per cui un paio di volte al mese mi concedo un pollo al curry che accompagno possibilmente col riso – basmati, jasmine, etc – che compro in viaggio.

Quando ho voglia di ascoltare un po’ di musica movimentata, ultimamente tiro fuori la playlist che avevo preparato per il nostro viaggio on the road in Irlanda dell’estate scorsa: musica celtica, ma anche Ed Sheeran e i miei adorati Cranberries. E quando ho bisogno di bere qualcosa di forte, stappo il wiskhey che ho comprato alla distilleria di Bushmills, levando il mio bicchiere a una persona cara che non c’è più

I nostri biscotti preferiti, quelli alla cannella che preparo coi bambini sotto Natale, mi ricordano i miei tanti viaggi a Bruxelles, dove vive un pezzo importante della mia famiglia e dove risiedono in pianta stabile tantissimi ricordi felici.

Ho letto ai miei figli leggende irlandesi e miti norreni, fiabe mediorientali e filastrocche spagnole. Le cose che so di geografia (ma anche di storia contemporanea) le devo quasi tutte allo studio che ho fatto in previsione delle nostre vacanze di famiglia, oltre ovviamente alle esperienze che ho potuto fare personalmente sul posto.

Negli ultimi anni ho visitato campi di sterminio nazisti, mercati schiavisti africani, prigioni comuniste, muri eretti (e poi di solito abbattuti, per fortuna) per separare popoli, nazioni e città. Ho toccato letteralmente con mano i danni della guerra, del razzismo, dell’antisemitismo, dell’omofobia e dell’odio religioso. Lo sfacelo causato, decennio dopo decennio, dal colonialismo occidentale antico e contemporaneo.

Ho rinunciato consapevolmente a bere per Capodanno, scegliendo di festeggiarlo in un paese islamico, e ho ingollato in un singolo sorso dei drink dalla gradazione improbabile in qualche bettola dell’Europa dell’Est. Ho vinto definitivamente ogni reticenza a frequentare saune nudiste e ho fatto il bagno al mare semi-vestita. Ho pregato, ecumenicamente parlando, in cappelle anglicane e chiese ortodosse, in tempi induisti, in cerchi di pietre runiche e in antiche moschee. In cattedrali cattoliche che un tempo erano state moschee, e prima ancora templi greci, romani, etruschi. Ho pregato al cospetto di Odino e di Freyia, di Brahmā, di Śiva e di Visnù. Di Cristo, di Iside, di Allah e di Yahweh.

Il primo (e per ora unico) tatuaggio che ho sul corpo recita una parola in gaelico irlandese che vuol dire “libertà”.

La possibilità e la volontà di viaggiare hanno davvero cambiato profondamente la mia vita, la mia persona, la mia mente. Mi hanno regalato una ricchezza inestimabile, ricordi immarcescibili, emozioni indelebili. Se non avessi potuto (e voluto fortissimamente) viaggiare, sarei probabilmente una persona molto diversa da quella che sono oggi.

Per quello sono infinitamente grata alla vita, che mi ha dato questa possibilità. Ai miei genitori, che pur non essendo viaggiatori non hanno mai ostacolato questo mio istinto innato e impossibile da contenere. Alla mia famiglia che si lascia contagiare sempre di più da questa grande passione. Alle amiche con cui la condivido ogni giorno. E a me stessa, che la coltivo con lieta ostinazione, rinunciando spesso a molto altro, studiando “mattissimamente” e dedicandole risorse mentali, economiche e fisiche.

Desidero partire: non verso le Indie impossibili o verso le grandi isole a Sud di tutto, ma verso un luogo qualsiasi, villaggio o eremo, che possegga la virtù di non essere questo luogo“. (Fernando Pessoa)

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