Ai papà che chiedono scusa

23 marzo 2015

Mamme compostabili (come le capsule per il caffè)

23 marzo 2015

Tornare a casa

23 marzo 2015
padre e figlio
mamme compostabili
tornare a casa

Buio e freddo. E troppo rumore. Questo ricordo dei miei primi giorni a casa con Davide. La camera da letto in perenne penombra, per non inferocire il dolore che mi assediava la nuca, la fronte, il collo. Le luci schermate per dare pace al mio cervello preso a morsi dai postumi dell’anestesia. Indossavo pigiami orribili, che avrebbero dovuto essere comodi per allattare. La verità è che erano solo troppo pesanti, li inzuppavo col mio sudore da prolattina e poi ci congelavo dentro, nelle notti insonni e tutte uguali. Prendi tuo figlio dalla culla – allattalo – riaddormentalo – rimettilo nella culla – cerca di dormire un po’ anche tu (nonostante quel pensiero fisso: tanto, appena mi stendo lui si sveglia). Una sequenza marziale, una disciplina d’acciaio che pretendevo di imporre a me stessa e a mio figlio. Mio figlio che intanto piangeva per ore e giorni e settimane. Senza posa, rompendo il suo fiato insieme al mio. Sarà il latte, forse le coliche, deve “farsi” i polmoni.

Troppe voci intorno a noi, troppe le altrui certezze, troppi i miei dubbi di granito. Io sempre più sola in mezzo alla folla vociante. E poi il lavoro ripreso troppo presto, il seno dolente, la totale ignoranza di quello che sarebbe stato. La difficoltà nel chiedere aiuto, la paura che venisse interpretata come una debolezza, come la volontà di abdicare, di delegare responsabilità che erano soltanto mie. La difficoltà di trovarlo, un aiuto che fosse qualificato, gratuito e non prevaricante. Che non sottintendesse “Ne hai bisogno perché sei inadeguata”. E la vergogna. Per la mia incapacità, per lui che urlava e urlava e urlava. Per quanto di inconfessabile pensavo, e per quello che avrei dovuto provare e invece non mi sembrava di sentire. Un’intera primavera, mi ci è voluta allora, per zittire le voci estranee e tornare, finalmente, a udire la mia. Cessato il pianto, è iniziata la vita.

Altra figlia, altra storia. Luce e pace e sorrisi, con Flavia tra le braccia. Latte facile, stillato senza pena da un seno esperto, già materno. Sonni dolci, tutti stretti nello stesso abbraccio tiepido. Niente culla, niente pigiami da ospedale, niente risposte – sbagliate – a buon mercato. Una sola strada da seguire, la nostra, piena di buche e di sassi, ma illuminata tutto l’anno dal sole tiepido di maggio. Meno attenzione dalla gente, che si sa, coi secondi figli nessuno ti pensa e in fondo è assai meglio così. Più autorevolezza e più coraggio in questa mamma che, comunque, continua spesso a navigare a vista. Più fede. Più pazienza.

Un tempo che scorreva lento il giusto, senza strappi, senza corse. Accanto a me, un papà più consapevole, più maturo, più autonomo. L’aiuto più prezioso che potessi avere – il solo davvero perfetto in quei primi giorni così delicati – e la mia capacità, finalmente, di accettarlo senza riserve, di fidarmi e affidarmi, di condividere il miracolo e la fatica. Lo stesso perduto amore della prima volta, ma con qualche spina in meno.Soprattutto, con qualche tonnellata in meno di “dovrei”, di “che figura!”, di “chissà cosa penseranno”. Qualcosa che finalmente comincia a somigliare appena alla libertà. Non senza un pizzico di nostalgia per quello che è già passato e che non potrà tornare.

Due figli, due nascite, due ritorni a casa. Due esperienze, le mie, profondamente diverse. Come quelle che vivranno (e ci racconteranno) le mamme protagoniste di Ostetriche. Quando nasce una mamma, nato dalla collaborazione con Chicco e in onda su RealTime a partire da giovedì 26 marzo, che seguirà il lavoro quotidiano di tre ostetriche al fianco di otto famiglie, al loro rientro a casa.

E voi? Come avete vissuto il rientro a casa dopo il parto? Raccontatelo nei commenti, o sulla mia pagina Facebook.

13 comments

  1. Primo figlio: giovanissima, inverno. Torno in una casa fredda. Come metto piede dentro lui si sveglia e piange piange piange. iniziano tre anni di notte insonni, di pianti, di stanchezza infinita.
    Secondo figlio: adulta, estate. Tranquillità. Gestione del bambino, della casa, della famiglia e del lavoro senza grandi difficoltà.
    Ero immautra io col primo figlio? Si.

  2. Che bello leggere questo post.
    Il mio ritorno a casa è stato costellato di qualche difficoltà: emicrania per 30 giorni tutti i giorni a causa dell’anestesia e dello scompenso ormonale (mi hanno detto). Molti dolori per il cesareo che essendo stato problematico mi ha lasciato una ferita da tenere più sotto controllo. Tutto questo dolore e lo stress del parto, nonostante fossi al settimo cielo, hanno creato problemi all’allattamento. Mi sono battuta con tutte le forze e ce l’abbiamo fatta per qualche mese. SOno iniziate le emorragie e mi hanno operata tre mesi esatti dopo. Come te ricordo le voci, la mia volontà di godere ogni istante e l’incapacità di chiedere aiuto e di riposare. Non lo so per quanto tempo non ho dormito. Mi sentivo sempre carica per fare e arrivare a tutto. Cosa che ho pagato successivamente. Spero di poter rivivere l’esperienza della maternità, e qualcosa cambierei, ora che ho più consapevolezza.

  3. pure io due rientri completamente diversi. Sarà stato il parto lampo che non mi ha stancato, il fatto che lui è calmissimo, che io sono più sicura. Le facce di quelli a cui dico che ho partorito da 15 giorni dicono molto su come sto io!

  4. Primo rientro completamente estraniante. Mi sentivo un’aliena, piangevo tanto, rimanevo ore a fissarlo estasiata. La notte mi faceva paura.
    Il prossimo, vedremo. Ho paura, non vedo l’ora, tremo e rido.

  5. Che belle le tue parole. Sentire che è un’ esperienza e un sentire comune. Per me che per tanti mesi mi sono sentita diversa da tutte e completamente inadeguata. Ora che il mio bimbo ha sedici mesi ho compreso che la maternità e’ fatta di tante sfaccettature diverse e ho accettato che una parte di me possa mancarmi e che a volte sembri mancarmi l’ aria senza per questo essere una madre degenere. E ho anche capito che l’ uomo della mia vita l’ ho messo al mondo io.. altro che principe azzurro!

  6. Io ho partorito 3 settimane fa.. Tornare a casa è stato un incubo. Avevo paura di tutto, di sbagliare, di non capire la mia bimba, che il mio latte non fosse buono, che non ce l’avrei fatta ad allattarla, e di altre mille cose. Mi sono sentita insicura, inadeguata e fragile e mi ci sento ancora adesso soprattutto quando la mia bimba piange disperata ed io non riesco a consolarla mentre ci riescono mio marito o mia mamma,meglio di me. Ora va un pò meglio…ma le ragadi ai capezzoli non aiutano affatto. A volte la malinconia prende il sopravvento. A volte la notte vorrei poter far finta di non sentirla piangere e continuare a dormire… o a volte vorrei lasciarla qui e scappare un pò, dimenticare tutto quello che c’è da fare, sentirmi sempre me stessa, non solo la sua mamma… e poi mi sento così in colpa! e’ tutto normale, vero??

    1. MariaPia, ciao! Quello che stai vivendo è normale, il compito a cui sei chiamata è grande e impegnativo, è inevitabile che il cambiamento sia complicato da ammortizzare! Non sentirti in colpa o in difetto, tuo figlio ti ama e presto diventerete una squadra fortissima! Chiedi aiuto a persone con cui ti senti a tuo agio, non pensare alla casa e alle commissioni, rifiuta con educazione le visite che non gradisci. E se senti che la tristezza non passa, che prende il sopravvento, non farti nessuno scrupolo a chiedere aiuto a persone competenti!! Per le ragadi, oltre ai rimedi che in tante ti avranno già consigliato, ti raccomando di verificare al più presto con una consulente o una ostetrica che l’attacco di tua figlia sia corretto, altrimenti la situazione potrebbe peggiorare. Forza e coraggio, il peggio è ormai alle spalle! Un abbraccio forte e lunga vita a tua figlia 🙂

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