Cinque cose che forse non sapete sulla coppetta mestruale

16 gennaio 2017

Lobotomia

16 gennaio 2017

Smettere di allattare (per sempre)

16 gennaio 2017
mestruazioni coppetta
lobotomia
allattamento

Da qualche giorno ho smesso di allattare. Per sempre, direi, visto che non prevedo di avere altri figli. Ho smesso di allattare nonostante mia figlia non fosse d’accordo. Ho smesso di allattare nonostante temessi di farle del male, e di pagarne le conseguenze. Ho smesso di allattare, ma il mio corpo sembra non essersene accorto, e chissà per quanto si ostinerà a stillare questo latte denso e opalescente che adesso non serve più a nessuno.

Ho smesso di allattare perché mi è sembrata a un tratto una decisione non più rimandabile. Per la mia famiglia, più che per me stessa. Per cambiare certe dinamiche, riscrivere alcuni ruoli. Ero stanca, certo, e speravo di poter ricominciare a dormire. Ma non è stato quello a impormi di smettere. Se non mi fossi sentita così strana, così anormale, così stravagante; se non mi fossi sentita a tratti così sola e sbagliata; se non avessi dovuto continuamente spiegare, precisare, puntualizzare; se avessi avuto, almeno ogni tanto, la sensazione che la mia scelta fosse compresa di più e maggiormente accettata, forse avrei continuato fino al termine naturale di questa esperienza. Ma non è andata così, e quindi, alla fine, ho deciso di smettere nonostante sapessi che mia figlia avrebbe voluto continuare. Nonostante sapessi che avrebbe pianto e protestato. Che avrebbe, in qualche modo, sofferto. Nonostante covassi la paura irrazionale di perdere in qualche modo il suo amore. Il timore che lei vivesse il mio rifiuto come un abbandono, come una specie di tradimento. E che reagisse rifiutandomi e allontanandomi. Nonostante mi sembrasse molto contraddittorio con la scelta di allattare a richiesta e in modo esclusivo, che avevo fatto in modo del tutto consapevole e libero.

Quando ho allattato Flavia per l’ultima volta, non sapevo che non ci sarebbero state altre poppate. Per quanto pensassi da tempo di smettere, la decisione definitiva è stata improvvisa ed estemporanea. Click. Basta. Finito. Le vie di mezzo, con mi figlia, non avrebbero funzionato. Quando ci abbiamo provato è stata una tortura per entrambe. Un inutile e straziante stillicidio. E allora, stavolta, niente compromessi. Le ho spiegato che era il momento di smettere e lei, in un modo che ancora non mi spiego, per delle ragioni che non capirò mai fino in fondo, ha in qualche modo compreso. La sua reazione tutto sommato ragionevole, le proteste moderate, i lamenti contenuti (specie se paragonati ai tentativi precedenti, e alle reazioni che aveva sempre avuto quando mi ero trovata a dover semplicemente rispondere in ritardo alle sue richieste) mi hanno sorpreso e dato forza. Mi hanno assolto.

Non saprei dire con esattezza cosa sia accaduto. La chimica e l’elettricità hanno parlato in silenzio mentre io e Flavia ci guardavamo sconsolate e strette in un abbraccio senza più latte. Mia figlia mi ha guardato dentro e mi ha capito. Forse ha compreso le mie ragioni meglio di quanto io stessa fossi riuscita a fare. Ha legittimato la mia stanchezza, ha accolto la mia solitudine e l’ha sublimata. Ha attinto con avidità al coraggio che da qualche parte avevo scovato, come se il suo nuovo nutrimento venisse ancora dal mio petto, ma giù in fondo, direttamente dagli abissi che ha abitato prima di venire al mondo. Mia figlia mi ha perdonato, e mi ha autorizzato a perdonare me stessa.

Il sollievo per la sua capacità di gestire il cambiamento mi ha anestetizzato per giorni. Solo quando ho dovuto premermi il seno per alleviare il dolore e scongiurare l’ingorgo, ho realizzato davvero che il dado era tratto. Ho guardato quel latte che era destinato a lei e ho fatto una cosa completamente priva di senso: l’ho fotografato e poi l’ho buttato via. Quella che ho provato è stata una sensazione inedita, intensa e ambivalente. Un misto di soddisfazione per l’esperienza che ho condiviso coi miei figli, di ritrovata libertà, di sollevata sorpresa per la sofferenza contenuta di Flavia. Ma anche di struggente nostalgia. Per un tempo della mia vita che è finito e non tornerà. Per la tenerezza e l’immenso amore, che hanno certo altre lingue da parlare, ma hanno perso per sempre quella che era stata la loro manifestazione più fisica, più istintiva, più ancestrale. Per quel latte “sprecato”. Così prezioso, così denso di vita e di amore, che non sarebbe più finito a scaldare la pancia e il cuore di mia figlia, ma gettato via in uno scarico. Come una cosa che è stata indispensabile e adesso è inutile, superflua, superata.

Il mio corpo avrebbe continuato senza problemi. La testa e il cuore, a un certo punto, hanno smesso di stargli dietro. Ho allattato, complessivamente, per quasi 4 anni, con una interruzione di pochissimi mesi tra un figlio e l’altra. Se qualcuno, quando già aspettavo il mio primo figlio, mi avesse vaticinato un’esperienza del genere, avrei sorriso con sarcasmo. Ho odiato allattare. Mi ha fatto male fino a farmi piangere, perdere il sonno, stringere forte il cuscino tra i denti. Mi ha fatto sentire un oggetto, un animale, una schiava. Mi ha privato della libertà di dormire, di mangiare in pace, di andare in bagno, di uscire di sera da sola. Mi ha indotto a vergognarmi, a coprirmi, a nascondermi. Mi ha fatto sentire diversa e sbagliata. Ha ucciso per sempre il mio corpo da ragazza. Ma ho amato allattare, perdutamente. Come poche altre cose nella vita. Ha conferito pienezza al mio organismo di madre e di mammifero, ha esaltato la mia femminilità. Mi ha fatto sentire parte di un ciclo immortale e universale, mi ha permesso di comunicare coi miei figli quando nessuna parola, nessuna carezza, nessun abbraccio sembrava funzionare. Mi ha salvato dal peggiore dei baratri, quando il mio stesso amore sembrava vacillare sotto i colpi dei pianti indecifrabili, delle urla disperate, della stanchezza. Il mio seno, tantissime volte, è stato una madre migliore di quella che io riuscirò mai ad essere.

Adesso è finita, mia figlia sta bene e va bene così. La terrò sul mio petto per tutta la vita, anche quando lei sarà adulta e lontana, e il mio seno arido e stanco.

17 comments

  1. Ho allattato la prima figlia per 18 mesi. Poi ho deciso io di dire basta: era un’ossessione e ormai un fastidio per me, non lo sapevo piu’ interpretare come un gesto d’amore. Ero stanca, in definitiva.
    Dopo esattamente 18 mesi, ovvero due mesi fa, ho ricominciato ad allattare, grazie alla seconda figlia. E’ tutto uguale e allo stesso tempo diverso, perche’ per motivi prevalentemente infondati ho il timore che il latte finisca molto, molto prima della prima volta (conto ossessivamente le ore fra una poppata e l’altra, cerco di bere come un ossesso, mi tasto in continuazione). E che come e’ accaduto a te, finisca per sempre un’epoca della mia vita.
    Ho sempre molto rispetto per chi non puo’ o non vuole allattare. Ma nella mia personalissima esperienza allattare e’ stato l’atto fondativo della consapevolezza di essere madre. Stupidamente mi sentirei un po’ meno madre non potendo piu’ allattare la mia seconda figlia, anche se, come e’ accaduto a te, quello con l’allattamento e’ sempre stato un rapporto di odio-amore, dolore-gioia. Ma comunque qualcosa di dinamico, di attivo, di vivo. Grazie per questo post.

  2. Sono stravolta dopo questo post, piango anche in questo momento, mentre scrivo. Premetto che non giudico lo premetto perche questi sono argomenti delicati e noi mamme siamo esseri delicati, spesso bambine feritissime, io lo sono, molto incazzate e mi rendo conto che vengo fraintesa come io spesso fraintendo. Mio figlio ha 18 mesi, lo allatto a richiesta, che e un espressione per me un po ridondante, come se mangiare quando si ha fame non fosse l unica cosa da fare, ma praticamente in modo esclusivo perche l autosvezzamento va a rilento sicuramente perche io detesto cucinare.
    Ho avuto momenti di crisi alla inizio quando faceva male, poi in occasione degli scatti di crescita quando stavo sul divano per 12 ore di fila e ancora qualche settimana fa perche ero stravolta.
    Sono stata fortunata come lo sono le persone abituate a lavorare su di se e a non farsi dire da nessuno cosa sia giusto. Ho partorito a casa e questo mi ha garantito oltre a un parto catartico e molto autocentrante due ostetriche che mi hanno seguita nella allattamento e mi hanno sostenuta. Mi hanno inoltre insegnato una cosa che ti fa svoltare, ossia ad allattare nel sonno, dormendo col bambino nel lettone, t svegli massimo un secondo lo attacchi. Non ho mai perso una notte.
    Qualche settimana fa no provato a diradare le poppata e dopo 3 giorni aveva la bronchite, nel frattempo io mi sono ritemprata e ho superato il momento. Devo ringraziare il mio compagno le mie ostetriche e Vero i ca per tutto l aiuto e dire a chi leggera di cercare sostegno nella le che league o nei consultori perche i sensi di colpa e la frustrazione sono vecchia energia possiamo evitarceli.

  3. Mio figlio ha quasi 21 mesi, allattato ancora. C’è stato un momento, a fine novembre, in cui sembrava avessimo concluso giocoforza a causa di una stomatite erpetica: per una settimana non è riuscito a poppare più, tempo due giorni in cui ho spremuto via il latte (capisco quando parli di quella brutta sensazione di buttar via qualcosa di vitale, importante) e stop, immaginavo che l’esperienza si sarebbe conclusa così. Non senza un mezzo trauma per me, che non ero proprio del tutto pronta. Fatto sta che un giorno, trascorsi una decina di giorni dalla malattia, viene, mi alza la maglia, e inizia a poppare di nuovo come se non ci fosse un domani, cambiando continuamente seno come facevamo quando era più piccolo. Io debole di volontà, che mi sentivo ancora in colpa per la sofferenza che il mio piccolo aveva potuto vivere in una situazione di dolore fisico peraltro senza possibilità di ricorrere alla sua consolazione per eccellenza, non riesco a cogliere la palla al balzo e ad impormi in qualche modo per non ricominciare.. L’ho detto, non ero pronta a smettere, non solo nel senso che non volessi, ma anche nel senso che non sapevo come si faceva, come se dovessi essere preparata, mi stavo ancora “documentando” sulla fine dell’allattamento, che vabè …fatto sta che mi torna il latte.
    Ora fatico a capire quando smetteremo –voglio smettere, ho sonno, ho pochissime energie e il giorno si marcia-, e soprattutto come si fa. So che non potremo andare avanti per molto, ma sono terrorizzata dai racconti di tutte le mie amiche e conoscenti mamme che: “devi resistere due giorni, piangerà a dirotto e in modo straziante, tu se puoi dormi in un’altra stanza e fallo stare con tuo marito. Poi passa”. No, chiamatemi pappamolle, ma non ce la posso fare. E’ consolatorio leggere dell’assoluzione, come la chiami appropriatamente tu, da parte della tua Flavia. Io, vista la forza –la prepotenza, a volte- con cui Michele pretende quei momenti con me (che cerco di associare solo alla nanna –la sera più il pomeriggio dei fine settimana), temo che quell’assoluzione non mi sarà mai concessa.
    Tutto ciò, in pratica per chiederti…. Nello specifico, come hai fatto???? 🙂
    (grazie, come sempre, per i tuoi post)

    1. Eccomi, e scusa se arrivo dopo qualche giorno! Intanto ti dico che a distanza di oltre due settimane, il mio seno dà ancora latte, quindi è normale che anche dopo dieci giorni la produzione si sia riattivata subito. Per il resto, io non saprei neanche spiegare come “ce l’abbiamo fatta”. Sicuramente non sarei mai stata disposta ad “andarmene in un’altra stanza e lasciarla al papà”. Era un passaggio da vivere insieme, cambiamento da affrontare abbracciate, un “dolore” da condividere. Le ho detto che il latte non aveva più un buon sapore, che era passato troppo tempo e la mamma era stanca, per cui non era più dolce. Avevo spalmato un po’ di gel d’aloe sul seno, ma non è stato necessario, perché Flavia non ha voluto neanche attaccarsi. Si è lamentata, certo. La prima notte ha dormito pochissimo, faceva fatica ad abbandonarsi e si rigirava di continuo (e io ero sempre lì per coccolarla, accarezzarla e ripeterle in loop a bassa voce che la amo e che non la lascerò mai). C’è stato qualche momento di pianto disperato, nei primi giorni, ma sempre di durata molto breve (e dire che fino al giorno prima si disperava come una matta). Nessuna notte di lacrime devastanti, a cui pure ero già “rassegnata”. Nei primi giorni, dopo aver chiesto invano il seno, ripiegava spesso su un succo o su cose dolci da mangiare, come per compensare (noi a volte concedevamo subito, altre cercavamo di evitare). Adesso va molto meglio, anche se ancora chiede il seno, a volte. Ma con serenità, sorridendo di tenerezza. Non si sveglia più di notte, salvo casi eccezionali. Forse è davvero bastato che io mi convincessi davvero, deve aver “sentito qualcosa”. Stai serena e fidati di voi. In bocca al lupo!

      1. …a distanza di soli due mesi mi torna in mente questo post e torno a sbirciare se per caso ci fosse una risposta (mi sa che l’opzione di avviso in caso di commenti era disabilitata…).
        Intanto grazie, leggere della tua esperienza mi dà senz’altro molta più fiducia nel fatto che è ed è giusto che sia un percorso che ci riguarda entrambi, dall’inizio alla fine, come d’altronde tutto fin’ora. Si, certo, perchè, eheh, nulla è cambiato, siamo ancora nel pieno, io forse meno stanca o più conciliante, fatto sta che per ora va così, ho allungato il “termine” all’estate…mi vien da ridere 😀 e mmm, terrò a mente il gel all’aloe..
        Crepi il lupo!
        (e complimenti davvero per il tuo libro!!)

  4. Io sono a 30 mesi e mi sono data una “scadenza”. Non sai quanto mi senta terrorizzata dalla sue reazione, probabilmente è quello che mi blocca di più a smettere, anzi credo che tu lo possa davvero capire. Grazie per questo post, ti mando un abbraccio <3

  5. Ma come scrivi???? Si può innamorarsi del dolce cullare delle tue parole? Potresti scrivere anche del funzionamento del motore a 4 tempi…e sarebbe favoloso lo stesso!

  6. Un post meraviglioso che mi ha toccata nel profondo. Allatto da ventisette mesi e so che prima o poi dovrò smettere ma pietro è dipendente e forse lo sono anche io. Per quanto i primi cinque mesi siano stati uno strazio, un delirio, un dolore che solo chi prova puo sapere…quando tutto è inziato ad andare ho amato allattare come poche altre cose. Ecco perche leggendo le tue parole ed immedesimandomi ho pensato come mi sentirò quando dovrò dire basta… malissimo di certo ma forse poi anche un po bene. Di fatto il pensiero di non allattare piu…di non potere piu vivere questi momenti cosi intensi ed intimi e questo attaccamento così naturale e diretto…mi ammazza e mi fa gia soffrire…perche so che mi manchera e so che penserò che pietro sta crescendo e sta diventando indipendente…. ma d altra parte forse mi riappropriero un po di me…anche se non so se davvero voglio!!!

  7. Articolo splendido, anche se trovo quasi eccessivo il senso di colpa.
    Anch’io allatto e lo adoro pur privandomi della mia libertà sarà la cosa che più mi mancherà in assoluto quando, per forza, smetterò di farlo.
    Hai allattato per quasi 4 anni, direi che sei stata eccellente e che non puoi recriminarti nulla.
    Tutto ha un inizio e una fine, fa parte del ciclo della vita.
    Quando e come porre dei limiti sull’uso del nostro corpo spetta solo a noi stesse e nessuno deve permettersi di giudicare.

  8. Le tue parole mi hanno fatto piangere, capisco perfettamente le sensazioni che hai provato… perchè come te ho smesso di allattare anche se dentro di me non volevo. Nel mio caso però perchè non ne avevo più, a causa della stanchezza dovuta al mio rientro al lavoro, la gestione di due figli e tutto il resto. Ma come te alla fine sono riuscita ad assolvermi e perdonarmi, fiera di quello che ero riuscita a fare con la mia sola forza di volontà e costanza.
    Infatti col mio primo bimbo avevo pochissimo latte e probabilmente anche a causa dell’inesperienza ho fatto un faticoso allattamento misto per tre mesi per poi abbandonarmi all’artificiale. Arrivato il secondo bimbo il latte era nuovamente poco, ma stavolta mi ero informata bene e armata di tiralatte ho iniziato a stimolarlo, riuscendo ad aumentare le quantità di latte, nonostante un farmaco che dovevo obbligatoriamente prendere dopo il cesareo che avrebbe potuto diminuirne la produzione. E ho avuto ragione, alla faccia di chi mi dava contro, gradatamente sono riuscita a togliere l’aggiunta, riuscendo alla fine ad allattarlo al seno per ben 10 mesi, più un altro mese intero con il latte che mi ero tirata e avevo congelato, da quanto ne avevo!
    Infatti anche al mio rientro al lavoro ho proseguito a tirarmi al latte, congelarlo, allattare prima di partire e quando tornavo, a fare tutto il possibile.
    La stanchezza però poi ha avuto la meglio e il latte ha cominciato a diminuire, capivo che stavo arrivando al capolinea… Inizialmente ho pianto molto quando ho visto che non ne usciva più, mi sentivo vuota e inutile, soprattutto come dici te perchè sapevo che quella sarebbe stata la fine definitiva, non avrei avuto altri figli e quella sensazione non avrei mai più potuto provarla… Ho dato colpa al lavoro che mi portava lontano da casa, agli altri che non mi aiutavano, al mio corpo che non collaborava… ed ero sempre più arrabbiata.
    Poi col passare del tempo, guardandomi indietro, da dove ero partita, ho capito che ero riuscita in una grande impresa superando tante difficoltà, che sarebbe stato più facile lasciar perdere fin dall’inizio, ed invece guarda cosa ero riuscita a fare!
    Avevo capito anche che il mio amore non dipendeva solo da quello, ma da tanto altro, e che l’amore, quello per davvero, non avrebbe avuto mai fine!
    Ti abbraccio forte forte.

  9. Solo una mamma può comprendere e apprezzare a pieno questo post. Una mamma che ha allattato. Mi sono fermata a 13 mesi, per questioni di salute (mia) diventate irrimandabili.
    Mio figlio dopo nemmeno 2 giorni non ha cercato più il seno, sembrava essersi dimenticato di colpo di tutto quello che c’era stato tra noi fino a poche ore prima. Ho avuto anche io problemi con un seno che mi hanno fatta piangere e dimenarmi per mesi e mesi. E credo che l’aver continuato sia stato il secondo gesto d’amore più assoluto che potessi avere per lui, dopo avergli dato la vita. La sua reazione mi ha shockata. La sua indifferenza inconsapevole mi ha quasi ferita a morte. Ma mi ha aiutata tantissimo ad affrontare con velocità il nuovo capitolo che andava aprendosi. Non ho avuto bisogno di assolvermi perché ero cosciente di aver fatto un lavoro enorme. E quando ho finito anche l’ultima scorta di latte congelato… Mi ha assalita la malinconia ma mi sono sentita fiera di me. Delle mie spremiture notturne, dei pianti soffocanti, del senso di rabbia quando gli altri non capivano il mio dolore fisico. Ora cerca la tetta con la mano per rilassarsi, giocando disordinatamente con le manine in punti a caso del mio petto. E lo riempie d’amore.

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