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Il senso di Flavia per il sarcasmo

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tramonto
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Mia figlia ha due anni e mezzo, mese più, mese meno. E capisce il sarcasmo. O meglio, comprende quando il sarcasmo è indirizzato a lei, lo comprende alla perfezione e reagisce come se fosse vittima di un oltraggio imperdonabile. Il punto è che mia figlia si ritrova, suo malgrado, con una madre parecchio sarcastica. Il che rende le nostre giornate abbastanza dense dal punto di vista della diplomazia familiare.

Un esempio pratico? Se le chiedo di raccogliere un giocattolo, e rispondo con un istintivo (e sarcastico) “grazie!”al suo (sistematico) diniego, lei mi guarda malissimo e mi fa: “Non dire così!”. Stessa, identica, scena quando la richiesta ha a che fare col non alzarsi in piedi sulla sedia o con lo smettere di saltare sul divano. Se propone di giocare con gli acquerelli o con la sabbia cinetica proprio due minuti dopo che la casa è stata resa faticosamente presentabile e io me ne esco con un innocuo (ma sarcastico) “Evviva!”, il suo commento (piccato, piccatissimo) è sempre lo stesso: “Non dire evviva!”. E così via per ogni mia istintiva chiosa, esternazione o battuta  che sia anche solo appena appena beffarda. 

Per dirla tutta, in questa fase della sua vita, Flavia sembra mal digerire anche l’allegria più innocente scaturita dalle sue mossette buffe o dalle parole che storpia in un modo che è davvero difficile non trovare irresistibile e buffo. Perlomeno per me. Se dice “zainon” invece di “zaino”, oppure tira fuori uno dei suoi cavalli di battaglia come “quadratolo”, o ancora si riferisce a un personaggio che si chiama Topo Tommaso come Topo Col Naso, io, per quanto mi ci metta di impegno, raramente riesco a non ridere. E lei, ormai sarà ovvio, risponde sempre così: “Mamma, non c’è niente da ridere!”.

Il senso di Flavia per il sarcasmo. E la sua difficoltà a ridere di sé stessa, almeno per il momento. È una cosa che mi ha colto di sorpresa, avvezza com’ero al candore del fratello, alla sua assoluta ingenuità che lo rende tuttora così ignaro e innocente. Se rido per una piccola gaffe di mio figlio, Davide ride insieme a me. O al massimo mi domanda candido: “Mamma, perché stai ridendo?”. Se io gli rivolgo un ringraziamento sardonico, lui, semplicemente, mi sorride e mi risponde “Prego”. Non coglie ancora la mia ironia un pochino caustica. Non immagina neanche lontanamente che un adulto – che sua madre – possa dire “Evviva!” mentre intende “Dannazione!”.

Mi sono chiesta se sia l’una ad essere precocemente suscettibile e smaliziata, o l’altro ad essere un po’ troppo ingenuo per la sua età. Mi sono risposta che non è vera né l’una né l’altra cosa. Che entrambi vanno benissimo così come sono, e che crescere insieme li aiuterà, magari, a trovare il compromesso necessario tra candore e sospetto, tra autoironia e permalosità. Dal canto mio, non faccio che ripetere a mia figlia che non è di lei, che rido, ma vorrei piuttosto ridere insieme a lei.  E che molte volte sorridere di se stessi è il modo migliore per amarsi, e per esorcizzare i propri umanissimi errori. Soprattutto quando sono teneri e deliziosi come ribattezzare Topo Col Naso il personaggio di una serie di libri per bambini.

 

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