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Post sponsorizzati: perché li scrivo e come li scrivo

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20 cose 35 anni
pannolini ecologici nappynat
madre che lavora

Non so se sia perché chi scrive è visto dai suoi lettori con un’aura romantica e idealizzata. O se è perché siamo talmente abituati a diffidare della pubblicità da sentirci in qualche modo ingannati quando ce ne propongono una.

Ma ogni volta che pubblico un post sponsorizzato, il commento arriva puntuale.

Bel post, peccato che sia una pubblicità.

Ed è per questo che sto scrivendo questo post: non perché senta l’esigenza di giustificarmi, ma perché preferisco chiarire una sola volta quello che mi trovo a ripetere di tanto in tanto per rispondere ai dubbi di qualche lettore.

Prima di tutto, sappiate che seleziono gli sponsor con un criterio preciso: devono essere aziende e prodotti di cui sono (o sono stata) già una consumatrice, o di cui non avrei problemi a diventarlo. Non leggerete mai, su questo blog, un post pagato da un pannolino di plastica, da un marsupio non ergonomico o da una catena di junk food. Sarebbe incoerente, oltre che irrispettoso per voi che mi leggete per ragioni precise e con determinate aspettative. Ma per come la vedo io, sarebbe ipocrita, da parte mia, rifiutarmi di collaborare con marchi che sono comunque presenti quotidianamente nella mia dispensa, o nelle mie agende di viaggio. Scelgo ogni giorno quello che finisce nel carrello della mia spesa (con criteri di sostenibilità ambientale, salubrità, provenienza ed etica, ma anche, talvolta, di golosità, praticità, qualità/prezzo e mera efficacia) e, allo stesso modo, quello che mi aiuta a sbarcare il lunario.

In secondo luogo, difficilmente leggerete la classica recensione o il tradizionale test di prodotto, in un mio post sponsorizzato. E non perché ci sia qualcosa di male nel fare diversamente, ma perché io, personalmente, preferisco scrivere contenuti in linea con quelli che scrivo quasi ogni giorno, senza percepire alcun compenso, da tre anni a questa parte. I miei post sponsorizzati sono post che avrei scritto comunque, a prescindere dalla collaborazione a pagamento. Contenuti originali e scritti di mio pugno (come tutto quello che leggete in questo sito), senza imbeccate dallo sponsor.

In pratica, voi leggete un post che avreste letto in ogni caso, ma che un’azienda (selezionata secondo i criteri che ho già esposto) ha deciso di sponsorizzare. Io guadagno scrivendo una cosa che mi piace scrivere, e che avrei scritto comunque. L’azienda veicola un messaggio pubblicitario in un modo senza dubbio più creativo rispetto al classico spot “Usa Lavabianco, che più bianco non si può“. E voi leggete, GRATIS, un contenuto che ha richiesto ore di lavoro e che è assolutamente originale e, mi auguro, di qualità.

Se racconto dell’amore per il padre dei miei figli, di quanto le mamme facciano ogni giorno i salti mortali o del carattere indipendente di mia figlia, non lo faccio certo perché mi pagano. Sono cose che racconterei comunque – lo sapete bene se frequentate spesso queste pagine – e non vedo cosa ci sia di male nell’accettare un compenso per quello che in ultima analisi è il mio lavoro.

Già, perché è di questo che parliamo. Scrivere sul web, da quasi 10 anni, è il mio mestiere. Imparato – forse poco e male, senz’altro in modo ancora del tutto parziale e molto migliorabile – in anni di studio, gavetta e collaborazioni giornalistiche.

Se posso permettermi di portare avanti questo blog – che voi ovviamente leggete a titolo gratuito – con un impegno quotidiano che forse da fuori è difficile intuire (non c’è solo da pensare, scrivere e formattare post, ognuno dei quali richiede ORE di lavoro, ma anche da moderare i commenti, rispondere alle email e ai messaggi, gestire i social, occuparsi del materiale fotografico, aggiornare il sito, frequentare la comunità delle blogger e via dicendo); se posso scrivere parole che esprimono i sentimenti, i pensieri, le paure e le speranze di tante altre madri (e padri!) che ogni giorno mi raccontano di sentirsi meno sole grazie a quello che scrivo; è perché in qualche modo riesco a portare a casa un minimo di reddito.

E se voglio continuare a farlo, esiste solo una strada: guadagnare facendo l’unico lavoro che so fare.

E facendolo onestamente: dichiarando sempre apertamente se un post è sponsorizzato, fatturando ogni centesimo di quello che incasso, pagando le tasse e i contributi previdenziali. Rispondendo sempre alla mia coscienza e alla mia deontologia professionale. Esprimendo, laddove siano presenti, pareri asettici e franchi su un dato servizio o un dato prodotto (piuttosto non ne parlo affatto, fidatevi se vi dico che è già capitato).

Per tutte queste ragioni, vi dico: se vi piace il mio blog, siate felici, quando leggete un mio post sponsorizzato. Significa che qualcuno ha apprezzato il mio lavoro come, a quanto pare, fate voi. Che ha deciso di investire in una giovane italiana. In una professionista, in una madre, in una giornalista. In una persona che ha fatto una lunga gavetta e che da un decennio si inventa ogni giorno un modo per andare a letto la sera con la coscienza a posto.

Diffidate, piuttosto (e qui so di tirarmi dietro qualche antipatia) di chi NON VI DICE che la stanno pagando. Di chi scrive di un prodotto come se lo avesse pagato di tasca sua, se lo avesse scelto dopo un’accurata analisi di mercato o lo avesse provato per caso.

Siate felici per me, quando pubblico un post sponsorizzato. Leggetelo senza sospetti e senza offesa, condividetelo, commentatelo. Mi aiuterete a continuare a scrivere. Che per me è un po’ come respirare.

Che cosa faccio? Scrivo.
E come vivo? Vivo.
Per sogni e per chimere…
e per castelli in aria!
L’anima ho milionaria.
(Giuseppe Giacosa e Luigi Illica, La bohème)

18 comments

  1. Post che aspettavo da tempo!!! Grande Silvana. Brava!
    Non suona come una giustificazione, tranquilla, ma come un doveroso inciso.
    Vai, continua a parlarci di quello in cui credi, va bene così.

  2. Brava, hai evidenziato perfettamente qual è la differenza tra blogger e giornalisti. La deontologia professionale di chi fa il giornalista per mestiere VIETA il comportamento che tu trovi così naturale. Sulle pagine dei giornali si combatte – l’editoria è un mondo in cui si combatte molto – tra marketing, pubblicità e redazione perché ci sia una sana e costante tensione tra i diversi punti di vita che formano il gruppo di lavoro. Da un lato c’è il mondo marketing-sales (che desidera onestamente, per il bene dell’azienda, vendere di più, pianificare buone campagne pubblicitarie, soddisfare i clienti) e dall’altro la redazione (la cui unica grande responsabilità è comportarsi onestamente nei confronti di lettrici e lettori, fare corretta informazione e mantenere la massima oggettività e indipendenza). Questa tensione produce un mercato sano: tu azienda fai benissimo a dire che i tuoi prodotti sono ottimi, io giornalista sono chiamato a parlarne con lucidità e a evidenziarne i pro e contro, senza che nessuno possa essere sfiorato dal dubbio che ne parlo bene “perché sono pagato per farlo”. Quando questa tensione manca, come spesso succede sui blog, “i post promossi” diventano quelli che in gergo giornalistico si chiamano “i marchettoni”: polpette insipide e leggermente avariate, da propinare ai lettori sperando che siano meno consapevoli possibile. Ciao!

    1. Conosco bene queste dinamiche, visto che da dieci anni lavoro nel giornalismo web… Io provo ad essere trasparente e a non fare marchette. A me piace scrivere, voglio scrivere e basta. E cerco di farlo sempre al massimo delle mie possibilità.

  3. eh beh, sei incredibile, proprio ieri sera ho passato 2 ore a leggerti (tra lacrime e risate) e poi c’era quella mezza sensazione di delusione a vedere gli sponsor…ma mi hai letto nel pensiero e mi sembra che tu abbia pubblicato questo post proprio per me. Grazie, e si’ ora capisco bene e saro’ felice per te ogni volta che ti sponsorizzano 🙂

  4. Oh, il mio commento e’ stato cancellato!?! O forse tu lo vedi e qui no? Boh. Comunque volevo solo aggiungere che, anche se hai fatto bene a scriverlo per chi ti legge e non ha un blog, tutti coloro che ne curano uno passano ore di lavoro per pubblicare i propri post, non solo quelli che lo fanno per lavoro. Eppure i blogger che si considerano ” di successo”, con tante sponsorizzazioni e visite, a volte manifestano una certa supponenza nei confronti degli altri, come se non contasse il loro lavoro in quanto “non guadagnano con la scrittura” e lo snobbano. Il che, secondo me, porta poi a guardare tutti i post sponsorizzati sul blog con moooolta diffidenza.

  5. hai fatto bene a puntualizzare, anche se io non ho nulla contro i post sponsorizzati quando lo dichiarano: quello che non sopporto sono le sponsorizzazioni nascoste (cosa che epraltro è illegale, mi diceva una blogger) spacciate per articoli genuini. ci sono un paio di blog che fanno così e prendono beatamente per il culo le lettrici

  6. Quando ho scritto il mio primo post sponsorizzato una delle mie migliori amiche mi ha detto: attenta a non svenderti per così poco. è la rovina delle blogger. E quindi anche io faccio come te una bella selezione delle pochissimissime proposte che ricevo. L’importante è avere un file rouge dietro il proprio blog, il tuo è chiaro e il mio è la felicità, ma per molte blogger di lifestyle il contenitore è molto ampio e rischia di finirci in mezzo un po’ di tutto facendo scomparire la genuinità!

    baci
    http://www.happilysurviving.com

  7. Ciao Silvana, hai fatto bene a spiegarlo e, secondo me, il “avrei scritto ugualmente questo post solo che un’azienda ha deciso di sponsorizzarlo” fa la differenza. Perché un conto è leggere un tuo post che è stato sponsorizzato e un altro conto è leggere le lodi di un prodotto o leggere la stessa cosa che hanno scritto in tante. Ti faccio un esempio: mcDonald’s, in quel periodo almeno 10 tra le mamme blogger nei miei contatti hanno scritto un post più o meno simile che diceva così: “siamo andate a vedere come si produce, si fa così, è buono, è sano, hanno le docce pulite ecc” oppure il caffè o lo sgrassatore: “c’era il compleanno di mio figlio, era tutto sporco e lo sgrassatore ha risolto il problema”. Quando lo stesso post (mi mancava tanto il caffè in gravidanza ecc) lo leggi su 10 blog diversi nello stesso periodo non riesci a trovarlo interessante o utile. Invece se quel post è unico e fa parte di un progetto (che ne so con la macchina fotografica ho realizzato un reportage a mio figlio! Il mio reportage) diventa una cosa interessante e utile. Secondo me la diffidenza nasce anche da questa cosa qui, da aver letto molti post simili fra loro.
    Inoltre credo che sia legato al concetto di blog: la blogger mi racconta come vive, come la pensa, le sue paure, le sue idee ecc e non la collego a un’azione di marketing e molto spesso non la collego a un lavoro (perché? Bho perché in Italia non è molto che esiste come lavoro). Da un altro lavoro (che so la cassiera del supermercato) mi aspetto che faccia una serie di cose, dalla blogger mi aspetto che mi racconti il suo vissuto, che parli di lei e non che faccia anche un’azione di marketing, cosa giustissima e che non c’è nulla di male che lo faccia, per inciso. Questo secondo aspetto (la blogger deve raccontarmi solo la sua vita e le sue idee senza fare azioni di marketing) sparirà nel tempo perché pian piano il blogging verrà visto come un lavoro e non come un diario personale.
    Bacio!

  8. Brava Silvana! Finalmente qualcuno che la pensa esattamente come me. La parola d’ordine è e rimane sempre: sincerità. I post sponsorizzati sono, secondo me, utilissimi se seguono una logica: se ti consiglio un prodotto che ho provato e consiglierei anche alla mia migliore amica; se spiego cosa di quel prodotto mi ha aiutata nella mia vita di tutti i giorni e, soprattutto, se lo scrivo apertamente: “Post in collaborazione con…”. Quel post deve distinguersi da tutti gli altri (per i quali il prodotto o servizio l’ho acquistato in completa autonomia). Chi legge deve sapere che quel prodotto non mi è caduto dal cielo (come invece molti blogger fanno sembrare!) ma deve essere a conoscenza del fatto che ne parlerò comunque in modo trasparente. Credo sia utile un codice deontologico anche per questo lavoro (perché di lavoro stiamo parlando e non di “marchette” o di pubblicità occulta).
    Ciao!
    Alessandra

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