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Quando ero piccola io, a Natale mangiavamo gli struffoli e tanto pandoro, riscaldato sul calorifero e cosparso a dovere di zucchero a velo, come solo mio padre sapeva fare. A casa mia nessuno sapeva cosa fosse un muffin, e lo zenzero era nient’altro che una parola utile per giocare a Nomi, Cose e Città. L’otto dicembre si allestivano gli addobbi, che consistevano in un piccolo abete sintetico ma molto realistico (prima, per qualche anno, c’era stato lui) e in un presepe a buon mercato, di quelli con la neve sopra e io a chiedermi come mai nevicasse finanche in un deserto mediorientale e invece a casa mia ci si doveva accontentare al massimo di una inutile grandinata rumorosa.

Il presepe, in realtà, non mi ha mai fatto impazzire. Mia nonna non se ne capacitava, sembrava Eduardo dentro Natale in casa Cupiello, che chiedeva ossessivamente al figlio “Te piace ‘o presepio?”. No, nonna. Non mi piace per niente, e non ho mai avuto voglia di fingere che non fosse così. Mi incantavo invece a osservare le ombre delle luci intermittenti sui rami finti dell’albero di Natale. Immaginare che tra gli aghi appuntiti abitassero fate e folletti, sognare un piccolo mondo colorato e silvestre. Un minuscolo universo pagano, pieno di luce e di magia.

Gli anni dei led a buon mercato, dei mercatini natalizi a qualsiasi latitudine, pieni di paccottiglia made in China e caldarroste vendute a peso d’oro, erano ancora lontani. Nessuno comprava candeline profumate all’Ikea. Nessuno, dalle mie parti, sapeva neanche cosa fosse l’Ikea.

Gli altri giocavano a tombola, mangiavano – vongole e pesce fritto, fino a scoppiare – di sera. Riempivano tavolate chiassose e male assortite, fingevano di sopportarsi tra nubi di fumo di contrabbando. Noi no, eravamo diversi, eravamo pochi, eravamo veri. Eravamo strani, e questo lo avrei capito sul serio solo diventando adulta.

Del Natale mi piacevano anche i regali, ovviamente. Che comparivano magicamente la mattina del 25, senza che io, per quanto mi sforzassi di stare all’erta, riuscissi mai a cogliere sul fatto il misterioso corriere di rosso vestito. Era una specie di miracolo, inspiegabile ed elettrizzante. Non come quelle pantomime familiari in cui un parente a caso – di solito abbastanza giovane e senza figli – si mette una barba finta e consegna i pacchetti ai bambini, spaventando i più piccoli e facendosi riconoscere dai più grandicelli. Babbo Natale, quello vero, non si faceva vedere da nessuno. Passava soltanto di notte, e soltanto quando tutti erano profondamente addormentati.

Ho saputo molto dopo che i miei genitori partivano in treno per andare in centro a Napoli, nella zona della chiesa del Carmine, a comprare a prezzo buono i giocattoli che avevo richiesto. Non erano ancora gli anni delle navi container in arrivo dalla Cina, le bambole avevano le palpebre mobili e il Monopoli era un’istituzione inossidabile.

Andavamo a messa, di notte. Io indossavo un maglione della Benetton in una qualche sfumatura del rosso, un paio di stivali di cuoio e una sciarpa di lana, prima di uscire nella notte piena di stelle e di umidità. Era bello credere senza riserve in qualcosa. Affidarsi, fidarsi. Non avere paura. La chiesa era fredda ma le canzoni riscaldavano l’aria.

Un quarto di secolo dopo so solo che mi piace un sacco l’Ikea e che anche quest’anno finirò col mangiare troppo pandoro. In chiesa ci entrerò di sicuro, magari per cinque minuti, quando non c’è nessuno seduto tra i banchi. E mi verranno le lacrime agli occhi, anche se non ci saranno, nell’aria, l’aroma forte dell’incenso e il fumo delle candele. Mi incanterò davanti al mio albero di plastica, sperando che un elfo salti fuori a far tintinnare un campanello d’argento. Penserò alla mia infanzia, a quello che ho perduto e a quello che ho conquistato con fatica. Alla bambina che ero, e alla donna che sono. Penserò ai miei figli piccoli, a quando saranno grandi e ricorderanno questi anni lontani e diversi. Sentirò mescolarsi nel mio cuore malinconia e sollievo, angoscia e commozione. Come ogni volta che viene Natale e io mi sento salva e perduta allo stesso tempo, e lo aspetto con ansia ma poi, in fondo, non vedo l’ora che passi.

Chi lo sa se al Carmine, nei vicoli tra il mare e il Rettifilo, vendono ancora giocattoli a buon mercato. Ai miei figli, quest’anno, le strenne le ho prese al black friday di Amazon, oppure con un gruppo d’acquisto su Facebook. Ma il Babbo Natale posticcio no, giuro solennemente che non lo vedranno mai, almeno finché sarò viva io e loro saranno disposti a credere anche alle cose che non si vedono con gli occhi.

8 comments

  1. Brava! Mai cedere al Babbo Natale posticcio! Ricordo che era un’usanza in casa dei miei zii, e che mia cugina era terrorizzata dal barbuto signore (interpretato peraltro da sua nonna…)
    Sarà un caso che ora mia cugina si sia laureata in psicologia?!!

  2. Grande! anche noi siamo contro il Babbo Natale posticcio. Babbo Natale viene di notte e non s’è mai visto. Anche questo è una tradizione, e poi è così bello poter credere alle cose che non si vedono.

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