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La mia vita attraverso i Mondiali

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L’idea non è mia, sia chiaro. È di quel gran genio di pessima madre che è Lucrezia di C’era una vodka, che mi ha dato il permesso di scopiazzargliela impunemente.

Spagna ’82. Un anno compiuto da qualche settimana, troppi capelli e strumenti linguistici assai più sviluppati di quelli che al momento possiede mio figlio. Le cronache di famiglia riferiscono infatti di ripetute richieste di uscire a vedere la “peppa”, che nel mio vocabolario infantile non era ovviamente la scrofa televisiva che ci perseguita a tutte le ore, ma la bandiera tricolore che sventolava vincente dappertutto. Esultante e profetica.

Messico ’86. Avrei iniziato la scuola pochi mesi dopo, con entusiasmo insolito per una bambina di cinque anni (questo spiega molte cose di me, suppongo). Il calcio era inevitabilmente l’ultimo dei miei pensieri.

Italia ’90. Il primo non si scorda mai. La colonna sonora struggente, la mascotte con la testa nel pallone e un nome davvero poco fantasioso. Il mio tifo matto e disperatissimo per il Camerun, i fischi dell’Olimpico a Maradona, che per noi napoletani bruciavano quanto il gol di Caniggia nella porta di Zenga (tra l’altro, proprio a Napoli). Totò, che oltre che forte era pure meridionale, e all’epoca questo significava ancora qualcosa. La consapevolezza, in un certo senso, di essere parte di un tutto ma di non trovarmi comunque mai davvero al posto giusto.

USA ’94. Tredici anni, che età! Dalla famiglia agli amici. Le partite guardate con le compagne di classe, l’altarino con i poster allestito in sala da pranzo, sotto lo sguardo censore di mia nonna. Baggio e Maldini, Apolloni e Signori: i primi batticuori portavano i loro nomi.

Francia ’98. Diciassette anni e altro per la testa. Il primo, rovinoso, amore. Le amicizie (che allora credevo) per la vita, le serate in giro con una Tennent’s per sentirsi fighi. Che Francia, però! Quella sì che la ricordo.

Corea del Sud-Giappone ’02. Estate di rinascita dopo un inverno orrendamente doloroso. La partenza imminente dalla casa paterna e – ma allora non potevo ancora saperlo – l’embrione di quello che sarebbe stato l’Amore. Il tutto trasfigurato nella realtà parallela in cui viveva l’indimenticabile Byron Moreno.

Germania ’06. Venticinque anni e il mondo in pugno. Il master, nuove amicizie, sogni e tante prospettive. Sullo sfondo, Roma. Ogni partita vista in un posto diverso. La semifinale memorabile davanti al maxi-schermo di Piazza Vittorio, in una trance collettiva che ancora mi dà la pelle d’oca. La finale accanto a mio padre. La festa folle al Circo Massimo. La sensazione, per una volta, di essere parte di un tutto e di trovarmi esattamente dove avrei dovuto.

Sudafrica ’10. Pervenuti appena, Shakira e poco altro. La prima amica che si sposava, la vita che sembrava – e forse lo era – ancora lieve e tutto sommato semplice. (Dimenticavo: le odiosissime vuvuzela!)

Brasile ’14. Guardo i calciatori, specie quelli italiani, e tutto mi sembrano fuorché degli atleti. Non c’è nulla, in loro, del rigore, della serietà, del sacrificio, della bellezza che ho sempre associato allo Sport. Se non sapessi chi sono, li scambierei per dei cantanti hip hop, per delle effimere star televisive, per dei tamarri appena usciti dal palinsesto di una tv commerciale. Non mi piacciono. Guardo loro e penso a Zola, con tanta, tanta nostalgia. Scruto gli orridi stadi brasiliani e penso all’Amazzonia, alle baby prostitute, ai bambini di strada che chissà dove saranno stati deportati “per non rovinare lo spettacolo”. Alle favelas, alla corruzione, al flusso di miliardi che non andrà mai a costruire scuole, case, ospedali. Mi resta ancora quella sensazione di essere in un certo senso sempre fuori posto, e forse, forse, ho smesso pure di sentirmi parte di un tutto. Senza dubbio sto invecchiando, e pure male.

 

7 comments

  1. Sorrido pensando alla mia età, visto che già al primo mondiale che tu citi io avrei scritto qualcosa (sigh! sono nata nel 71). Mi colpisce invece il dettaglio del mondiale 2014, io non ho la tv per vedere le partite ma mi sono immaginata tutto lo scenario di disperazione che descrivi; anche io come te sento “l’apparenza” di questo evento e la difficoltà ad divertirmi in un contesto sociale che non si prende cura della ns natura e dei ns bambini. Siamo più vecchie si ma anche più consapevoli….
    Grazie per questo dettaglio che toglie glamour e aggiunge verità all’evento più amato dal popolo italiano (e non solo)!

  2. Il mondiale del ’94, quello del 2010 e quello attuale ci hanno dato le stesse sensazioni, le stesse emozioni… Ma vogliamo parlare della festa al Circo Massimo per il mondiale 2006? C’ero anch’io! Ed ho provato le stesse cose 🙂 -Serena

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