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Istintivo, sostenibile e comodo: viva il babywearing

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Tratto dalla mia rubrica Diario di ECOmamma su La Nuova Ecologia (numero di dicembre 2013)

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© Unamammagreen

La prima carrozzina per neonati è stata inventata solo verso la metà del 1700, ma ci sono voluti diversi decenni perché quella di trasportare i più piccoli in appositi “mezzi su ruote” diventasse una vera e propria abitudine, e solo nei Paesi occidentali. Come facevano prima le mamme e i papà? Esattamente come continuano a fare tuttora i genitori di molte regioni del Pianeta: portando i figli sul proprio corpo (sulla schiena, sul petto, sul fianco) e servendosi, per sostenerli, di strisce di stoffa, fasce e altri supporti in tessuto. Un po’ come accade tra le specie di primati filogeneticamente più prossime a quella umana, con le femmine che se ne vanno in giro, per mesi o anni, coi piccoli aggrappati al proprio corpo.

Il babywearing (letteralmente “indossare il bambino”) è infatti il sistema più antico e universale per trasportare i bambini che non sanno ancora muoversi autonomamente. Il più istintivo, per così dire. Una specie di prolungamento della gestazione, che permette alla mamma (ma anche al papà, s’intende) di stare col proprio figlio pancia a pancia, pelle a pelle, rassicurandolo, scaldandolo, assicurandogli il “contenimento” di cui necessita. Di allattarlo con comodità e discrezione in qualsiasi contesto, spesso continuando a fare quello che si stava facendo prima della poppata. Senza contare la comodità indiscussa di girare senza ingombranti mezzi di trasporto e con le mani libere. Portare i bambini, in un certo senso, rappresenta anche un approccio particolarmente sostenibile, perché consente di spostarsi agevolmente a piedi anche su distanze e tracciati un po’ più impegnativi.

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© Unamammagreen

Prima di diventare madre, credevo che il babywearing sarebbe stato semplicemente il modo più comodo di andare in giro in determinate situazioni: passeggiate in montagna, visite a monumenti, rapide compere in città. Dopo la nascita di Davide, invece, ho scoperto che, al di là degli aspetti pratici, portare mio figlio rappresenta un mezzo per rafforzare la mia relazione con lui, farlo sentire a proprio agio e, spesso, calmarlo quando è un po’ stanco o infastidito. Nella scelta del tipo di porta bebè, però, ho preferito evitare i marsupi tradizionali, quelli che permettono di tenere il bambino anche fronte strada. Personalmente, trovo che non favoriscano abbastanza il contenimento e che lascino il piccolo viaggiatore in un certo senso “appeso” al corpo del genitore, troppo distaccato da chi lo porta. Per mio figlio, invece, ho preferito un baby carrier ergonomico, simile a un mei tai. Un approccio diverso, che capovolge il punto di vista e rende il bimbo il vero protagonista dell’azione, piuttosto che un oggetto passivo del trasporto.

Il mio solo rimpianto? Non avere avuto a disposizione una fascia per le primissime settimane di vita di Davide (ho cominciato a portarlo verso i due mesi). Mi sarebbe piaciuto tenerlo fin da subito stretto stretto a me.

Approfondimenti:

In libreria. Esther Weber, Portare i Piccoli, Il Leone Verde (collana Bambino Naturale), 2013. Oltre a raccontare la storia del babywearing e a descrivere i benefici di questa pratica, il libro offre una valutazione dei principali supporti disponibili sul mercato e offre consigli sule tecniche per iniziare e continuare a portare.

Mamme canguro, unitevi. Informazioni su come portare i bambini in totale sicurezza sul sito Babywearing International, promotore, ogni anno a ottobre, della Settimana Internazionale del Portare, con iniziative in ogni parte del mondo.

Babywearing per tutte le stagioni. Per continuare a portare i bambini anche nei mesi più freddi, esistono sul mercato giacche speciali e apposite coperture da allacciare al supporto porta bebè. Qui una piccola guida in inglese

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