In difesa di chi non allatta al seno

Ho allattato a lungo entrambi i miei figli, a richiesta e in modo esclusivo. Non era previsto, non era una posizione aprioristica, per me. Mai, fino alla nascita di Davide, avevo pensato che l’allattamento prolungato potesse essere la mia strada. È stata per me un’esperienza molto intensa, una delle più significative e istruttive della mia vita. E lo è stata nel bene, ma non solo. Nel posto in cui vivo, almeno fino a qualche anno fa, allattare a richiesta, per giunta ben più di qualche mese, era una scelta decisamente inusuale, per molti addirittura sconveniente. Negli anni ho dovuto abituarmi a una vastissima gamma di reazioni, che andavano dalla curiosità al compatimento, dal sarcasmo al biasimo esplicito. Senza dimenticare, va detto, le poche ma generose reazioni positive, di qualche rara mamma “allattona” incontrata sulla via, o di persone sufficientemente anziane da ricordare gli anni in cui l’allattamento prolungato non era una scelta freak o ecochic.

Mi sono sentita dire che viziavo i miei figli. Che li rendevo dipendenti da me, che sarebbero stati per sempre “mammoni”. Che non mangiavano a sufficienza perché si riempivano la pancia di un latte che ormai non serviva più a niente, che non dormivano bene perché abituati ad attaccarsi al seno. Che erano timidi perché troppo legati alla madre, che si sarebbero rovinati i denti, che il latte ormai era cattivo. Che lo facevo solo per me, per sentirmi ancora necessaria, per zittire il pianto dei miei figli o avere la vita più facile quando dovevo addormentarli. Che non avevo abbastanza polso o forza di volontà. Mi sono sentita chiedere se mi sembrasse ancora il caso di scoprirmi in pubblico, vista l’età dei miei figli.

Raramente sono stati commenti di aperto biasimo, e venivano per lo più (ma non solo!) dalla rete di amicizie superficiali e incontri estemporanei. Di solito erano critiche velate o sarcastiche. Battutine gettate lì per caso, con quella specie di ironia tutta partenopea che nasconde malamente la verità di ciò che uno pensa sul serio. Qualche volta, il parere non richiesto veniva indirizzato direttamente ai miei figli (“Dai che ora sei grande, che devi fare ancora con questa tetta?” oppure “Il latte di mamma non è più buono, basta!” o la peggiore di tutte “Lascia stare la mamma, non vedi che non ne può più?”), spesso si mescolava all’apprensione per me, che magari era pure genuina e motivata dai miei stessi, inevitabili, momenti di stanchezza (“Sarai esausta, dovresti proprio smettere”). E non mancavano le amiche e le conoscenti che non osavano commentare la mia scelta, ma ci tenevano a farmi sapere che loro non avrebbero mai potuto “resistere tanto”, o anche che “i loro figli col cavolo sarebbero stati assecondati fino a quel punto”. Sono certa che la maggior parte delle osservazioni giungesse in totale buona fede, e che nessuna delle mie conoscenze, salvo rare eccezioni, volesse davvero mortificarmi. E io stessa, come ho già scritto, non ho mai nascosto i momenti di effettivo esaurimento, di dubbio, di esitazione sul da farsi.

Ma il fatto è che, per circa 4 anni, mi sono sentita immersa in un clima che forse non era apertamente ostile rispetto alla mia scelta, ma che di certo era critico, o quantomeno scettico. Ho vissuto per anni sapendo che la maggior parte delle persone che conoscevo non approvava la mia condotta, e la riteneva in un modo o nell’altro negativa – se non proprio dannosa – per i miei figli, per me, per il mio matrimonio o per il mio lavoro. Non è stato facile, neanche per un giorno. Mi sono sentita diversa e sola, stramba, incompresa. Mi sono sentita, qualche volta, sbagliata.

Mi è mancata la certezza che le persone riuscissero ad accettare fino in fondo la mia scelta in fatto di allattamento prolungato, e addirittura ad approvarla, pur non condividendola, pur avendo intrapreso un altro percorso personale. Ed è proprio per questo che la mia voce oggi si leva in difesa di chi non allatta al seno. Perché conosco bene la sensazione di sentirsi non capite, quando non proprio giudicate oppure (e non so davvero cosa sia peggio) compatite. Perché conosco lo sforzo per non replicare al commento acido, alla battuta infelice, all’alzata di sopracciglia. Perché conosco il fastidio dell’invadenza, l’insicurezza che viene dal giudizio di chi neanche ti conosce, la mortificazione del confronto e dell’intromissione nella sfera più intima e privata che esista.

Che quella di non allattare sia una scelta di principio. Che sia una necessità dettata da problematiche di salute o particolari condizioni anatomiche. Che sia legata a esigenze lavorative o familiari. Che sia il risultato di informazioni superficiali, consigli sbagliati o ingerenze scoraggianti. Che giunga dopo tentativi più o meno prolungati e difficili, oppure dopo un inizio semplice e in discesa. Che sia mossa da ragioni fisiche, psicologiche, dalla speranza di dormire di più o dalla paura di rovinarsi il seno. La verità è nessuno deve permettersi di giudicare una donna per questo. Sia perché abbiamo il privilegio di vivere in un posto in cui i bambini crescono benissimo anche senza essere allattati al seno. Sia perché non vedo come una madre che allatta senza convinzione e senza piacere – e solo perché si sente obbligata a farlo – possa fare il bene di suo figlio.

È un dovere di tutti veicolare informazioni corrette in tema di allattamento – ci provo anche io, nel mio piccolo – e sostenere le madri che vogliono allattare (per un mese o per tre anni, saranno loro a deciderlo!), capire perché certi allattamenti falliscono, per cercare di prevenire altra sofferenza. Ma il biasimo, la commiserazione e i confronti servono solo a seminare dolore ed ergere muri. Da una parte e dall’altra.

Nessuno osi criticare una madre che allatta a lungo. Nessuno osi criticare una madre che non lo fa.

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2 Commenti

Amelie 16 Luglio 2018 - 14:13

Allattamento prolungato per entrambi i bambini anche qui. 20 mesi la prima e siamo a quasi 22 (e non so proprio come toglierla) per il secondo.
E anche qui i commenti “ancora la tetta???” si sprecano. La mia non è una scelta di principio ma ora non ho le forze di staccarlo anche se onestamente non ne posso più.
Ma è un problema mio, al massimo di mio marito, e non vedo perché la gente deve per forza metterci bocca dicendo al bambino “basta tetta, sei grande!!”
Ma tutti si sentono in diritto di commentare il modo in cui vengono cresciuti questi bambini

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Anna 16 Luglio 2018 - 16:21

Ho scelto di non allattare il mio secondo bambino se non per un brevissimo periodo (conosco l’importanza del colostro e gliel’ho dato, poi pian piano, soprattutto per evitare ingorghi per me, siamo passati serenamente al latte artificiale) dopo che con il primo, che dopo un mese non aveva recuperato nemmeno il calo fisiologico nonostante fosse continuamente attaccato, ero rinata e lui aveva iniziato a crescere e dormire e smesso di piangere passando all’artificiale. Volevo evitare le ossessioni passate con il primo, godermi i primi periodi del piccolo, gestire meglio il “grande” di due anni, sentire meno la mancanza di mia madre che temevo sfociasse in una depressione post partum che non potrà mai piu aiutarmi (nonostante l’avrebbe fatto con tutto il cuore, maledetta malattia che se l’è portata via), e perchè no, cercare di riposare un po’ più, sempre in funzione delle esigenze della mia famiglia. Sono assolutamente soddisfatta della scelta fatta, non la consiglierei ad altri, semplicemente perchè quelle erano le MIE esigenze, ma non tornerei mai indietro. Il bimbo sta benissimo, è felice, ha un fratello che gli vuole tanto bene, cresce una meraviglia e io amo immensamente ogni secondo che passo con lui. E allora perché devo sentirmi dire “poverino”, “non sei stata informata”, “chissà come si ammalerà spesso”, “madre egoista”?? Esattamente cosa gli sto togliendo? Ma la gente come si permette? Qui nel profondo nord non allattare sembra un peccato mortale, e in un mondo dove vige la regola di farsi i fatti propri l’allattamento è l’eccezione che la conferma.

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