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Il tempio di Bali

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“Dio è sempre lo stesso, anche se ognuno lo chiama in modo diverso. E anche se non hai un dio, c’è sicuramente qualcosa che vuoi chiedere, o per la quale ringraziare”.

Made si presentò al nostro appuntamento quotidiano un po’ in anticipo, quella mattina. Era tutto vestito di bianco, ci aspettava la visita al tempio indù più grande di Bali, la madre dei templi, il Pura Besakih, e la nostra guida ci teneva a onorare le divinità con il suo abbigliamento candido. Per una strana casualità, anche noi indossavamo abiti bianchi, quel giorno. Il destino a volte è bizzarro.

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Lungo la strada verso il tempio, Made ci propose di partecipare con lui alla cerimonia che si sarebbe svolta all’ombra dei meru. Si celebrava una ricorrenza speciale, quel giorno, e lui ci teneva a rendere grazie insieme a noi, che dopo una settimana vissuta fianco a fianco parlando di storia e fede, cibo, famiglia e tradizioni, eravamo qualcosa di più simile a degli amici che a degli agiati clienti occidentali. Arrivati a destinazione, cinse la nostra vita con dei sarong ornamentali e pose un copricapo tradizionale in testa al mio novello sposo. Ci fermammo presso una dei tantissimi ambulanti che vendevano offerte votive da dedicare agli dei: cestini riempiti con fiori, bastoncini di incenso, riso e caramelle.

Varcammo la soglia del tempio con un’emozione strana, quasi primordiale. Osservammo Made pregare devoto nel suo piccolo tempio di famiglia, in cui noi estranei non potevamo entrare. Raggiunto il tempio pubblico, una sacerdotessa antica come le pietre che la circondavano ci fece sedere a terra, a gambe incrociate, in mezzo a decine di altri fedeli.

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Pelle abbronzata e capelli neri, ci confondevamo tra la folla locale. Due viandanti, due pellegrini, due oranti qualsiasi. Due macchie bianche in mezzo a tante altre.

Dopo, ricordo i chicchi di riso umido incollati sulla nostra fronte, gli incensi sparsi nell’aria, gli schizzi di acqua benedetta. Le nenie salmodiate dai devoti, i movimenti lenti della sacerdotessa. L’atmosfera mistica ma naturale, nell’aria umida dei Tropici.

Io, nel frattempo, ringraziavo. Per la mia vita fortunata, per il recente matrimonio d’amore, per quel viaggio autentico e memorabile. Per i miei figli, anche se non sapevo ancora che sarebbero nati. Per la libertà di pregare chi volevo e come volevo, vestita di cotone bianco in un sacro tempio di Bali.

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Non ho più meditato in un tempio induista, dopo quella volta. E non so se capiterà ancora. Ma ricordo quella mattinata come un regalo inatteso. La condivisione di un momento speciale con degli esseri umani sconosciuti, eppure così vicini. Un’esperienza di sacralità e fratellanza senza uguali.

Se un dio davvero esiste, quel giorno era accanto a noi nel tempio madre di Bali.

Questo ricordo è stato ispirato dai capi della collezione estiva di Trame di Storie, una linea di abbigliamento etico ed ecologico con splendidi indumenti e accessori realizzati da organizzazioni e piccole realtà produttive del Sud del Mondo o da cooperative sociali italiane che garantiscono ai propri dipendenti condizioni di lavoro sicure e compensi adeguati, utilizzano tecniche produttive a basso impatto ambientale oppure materie prime naturali o riciclate.    

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3 comments

  1. Mi hai fatto pensare ad uno di questi momenti in cui sei parte di qualcosa di inaspettato e altro da te: eravamo in laddhak, estremo nord dell’India, li la gente ha più dei tratti tibetani che indiani, eravamo in un tempio buddhista fra le montagne, al mattino presto. I monaci si riunirono in una grande sala, tutti seduti a terra a formare due file su due lati. Bevevano te con il burro e lo offrirono anche a noi (eravamo solo io e quello che poi è diventato mio marito). Poi i monaci cominciarono a intonare un canto/preghiera.

  2. UN ricordo emozionante, che solo a leggerlo dona pace…proprio come il luogo di cui ho parlato nel mio ultimo post!!
    Mi piace questa libertà di pregare o ringraziare chi si vuole, partecipando ad un rituale antico.

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