Primi passi

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Ne vale davvero la pena?

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I papà italiani si occupano davvero dei figli?

15 febbraio 2016
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Cambiano pannolini, preparano i pasti, portano in fascia o in marsupio, fanno bagnetti, cantano ninnenanne. Somministrano medicine ed elargiscono coccole, condividono il sonno e le ore di gioco. I papà italiani della mia generazione, compatibilmente con gli impegni di lavoro e le politiche non esattamente lungimiranti in fatto di permessi e congedi, si stanno finalmente riprendendo i propri figli. Riscattando in qualche modo i loro padri e i padri dei loro padri, che la cultura del tempo costringeva spesso in un ruolo un po’ stereotipato, fatto di tanta autorità (o autorevolezza, nella migliore delle ipotesi), duro lavoro fuori casa, poche occasioni per godersi la relazione genitore-figlio. E tanto amore, non c’è dubbio, ma condizionato, nella maggioranza dei casi, dalla convinzione che l’accudimento della prole fosse, in buona sostanza, una faccenda da donne.

Una convinzione che piano piano ha cominciato a vacillare, vivaddio. Il che non è stato soltanto un grande passo avanti in termini di parità di genere ed evoluzione del ruolo femminile dentro e fuori la famiglia, ma è anche e soprattutto la possibilità, per i padri, di recuperare per la prima volta qualcosa che storicamente gli era sempre stato negato: occuparsi in prima persona dei propri figli piccolissimi. Fare i papà a pieno titolo (e non già i “mammi” o le babysitter) e fin da subito.

C’è ancora tanta strada da fare, soprattutto in alcuni contesti in cui resistono tuttora certe forme di resistenza culturale e sociale. Ma il cambiamento di visione, secondo me, è ormai compiuto ed è evidente. Un gran bene, mi pare, anche per i bambini stessi.

Ma se la maggioranza dei papà della mia generazione si sente perfettamente a proprio agio tra fasciatoio, passeggino e seggiolone, tanto da essere sostanzialmente intercambiabile con la parte femminile della coppia nelle questioni pratiche legate all’accudimento della prole, la mia esperienza dice che dal punto di vista delle decisioni e degli approcci da seguire, il timone sia ancora saldamente nelle mani delle mamme. Quando si tratta di decidere quando e come svezzare, che tipo di pannolini e cosmetici utilizzare, quali giocattoli proporre e che modello di scarpine preferire, mi sembra che di solito siano ancora le mamme a leggere, cercare informazioni, confrontarsi con altre famiglie e farsi un’opinione. Le madri, per lo più, sono quelle che comprano libri sul metodo Montessori e sull’autosvezzamento, su come far dormire i bambini e sui benefici dell’alto contatto. Le madri frequentano forum e gruppi su Facebook, partecipano a iniziative sul massaggio infantile e sul portare in fascia, cercano lezioni di acquaticità e musica in culla, passano le notti al computer a leggere informazioni sui vaccini e sull’inserimento al nido. Organizzano compleanni, annotano progressi e scadenze, programmano controlli medici, scelgono le letture serali e le attività da fare nel weekend. I padri si lasciano coinvolgere molto più volentieri rispetto ai propri genitori maschi, leggono il materiale passato loro dalle compagne, accettano di buon grado di portare i figli in marsupio (e magari addirittura in fascia), si informano sulle terapie indicate dal pediatra in caso di malanni. Magari dicono la loro, e anche con veemenza, in fatto di gestione dei capricci, risvegli notturni e nanne nel lettone. Ma la mia impressione è che siano le mamme, nella maggior parte dei casi, a tracciare la rotta, o per lo meno a fornire gli input più numerosi in materia di puericultura, scelte educative e dintorni.

Ammesso che sia vero, perché naturalmente è possibile che la mia sia solo un’impressione sbagliata, forse si tratta di una tendenza che inizia durante la gravidanza, quando è la donna, coinvolta in prima persona nelle trasformazioni dell’attesa, a documentarsi su quello che le sta succedendo, a scegliersi il medico e l’ostetrica, a leggere libri sul tema, frequentare corsi e prendere decisioni in fatto di parto e allattamento. O forse è solo una questione di carattere dei singoli, che prescinde dal genere e dai ruoli all’interno della coppia (a casa nostra, per esempio, funziona più o meno allo stesso modo anche quando si tratta di organizzare un viaggio, o di arredare una stanza). Oppure si dà ancora per scontato che crescere i figli sia un’occupazione per lo più femminile, anche se è stato finalmente sdoganato il ruolo del padre che cambia un body e prepara una pappina?

E soprattutto: si condividano alla pari, quelle sì, le responsabilità e le conseguenze delle proprie scelte genitoriali? E il maggiore spirito di iniziativa di uno dei genitori (madre o padre o genitore 1 o 2 che sia) non rischia di diventare il pretesto per esautorare l’altro e, per il secondo, l’alibi per delegare il più possibile, e magari rinfacciare al bisogno gli inevitabili errori commessi?

Voi che esperienza avete? Al di là delle incombenze pratiche di ogni giorno, quanto sono coinvolti i papà nelle questioni che riguardano i figli?

15 comments

  1. Direi che a casa nostra vale quanto scrivi ma solo in parte: per le esigenze e attività pratiche, c’è piena intercambiabilità. Le decisioni mediche sono condivise (e lui, ad esempio, che ha insistito perchè lo portassi dalla pediatra per controllare il pisellino e che si è informato sul vaccino per la meningite B) e anche la scelta dello sport o dei regali da fargli. Invece, su svezzamento, tipo di pannolini o pomeriggi con gli amichetti/compleanni, lascia fare a me, con la scusa che “tu sei più brava in queste cose”. Lo shopping essenziale, insieme, il più, delega a me.
    Sa quel che vedo tra amici e conoscenti, comunque, mi pare come scrivi tu: le questioni pratiche ora sono condivise, le scelte di fondo rimangono femminili.
    Forse, però, è anche una questione di tempi dedicati all’accudimento, che rimangono in preponderanza femminili, e di forma mentis: noi siamo sicuramente più cervellotiche e ci consultiamo di più tra noi, di quanto mi pare facciano i padri.

    1. Infatti vale anche per altre cose, come ho scritto nel post. Però noto che quando si tratta di certe decisioni (macchina nuova, cellulare, etc) improvvisamente diventano cervellotici e secchioni pure loro. O per lo meno mio marito lo diventa! 😉

      1. Il mio manco per quelli. Lo diventa nella ristrutturazione della casa, nella scelta dei detersivi (di cui controlla scrupolosamente gli ingredienti), nell’acquisto di attrezzi vari da meccanico/falegname ecc. e..persino per l’attrezzatura sportiva! Anche gli uomini hanno i loro talloni d’Achillle!

  2. Esiste anche una differenza d’approccio, almeno nel mio caso. La protezione. Faccio un esempio. Nel tragitto da casa all’auto 20 metri, la mia compagna imbacucca entrambi i bimbi all’uscita di casa (giacca allacciata, sciarpa e cappello) per poi levare il tutto sull’auto (perchè poi hanno caldo). Io, confidando nell’inerzia termica no. Una giacca non allacciata e via. La cosa sembra piccola ma è anche sintomo di una differenza d’approccio che poi può avere risolvi sulla partecipazione alla quotidianità. E potrei andare avanti parecchio. Comunque l’importante è il dialogo. E me piace il fatto che una sera a turno li si metta a letto, oppure che ci si confronti su libri, giochi, scarpe e abiti. Comunque benedico il fatto che con il secondo bimbo faccio il freelance e ho più tempo per starci, grazia anche al fatto che il lavoro è più flessibile, e noto la differenza (con dispiacere) rispetto al primo quando avevo un lavoro dipendente (alla nascita ho avuto tre giorni di congedo parentale) e su cosa mi sono perso (e si tratta di una perdita definitiva perchè quel tempo non ci sarà mai più) con il primo.

    1. Concordo. La quantità di tempo passata coi figli piccolissimi non è un dettaglio, contrariamente a quello che ci costringiamo a pensare. Ps. Io, quando proprio devo prendere l’auto, mi regolo esattamente come te. Oppure imbacucco loro e me e poi viaggio coi finestrini abbassati. 😅

  3. credo anche io che sia una questione mentale. in genere i papà sono più pratici e non sentono il bisogno di letture impegnate, forum o altro per accudire la prole. non mi immagino certo mio marito che nello spogliatoio del calcetto parli con gli altri papà della miglior marca di scarpette per sua figlia. lui porterebbe la bimba in un qualsiasi negozio proverebbe e comprerebbe. tanto per fare un esempio

  4. Ciao Silvana! Articolo interessante…
    Nel mio caso devo dire che nemmeno io leggo tanto forum o libri e nel caso ci sia un bisogno di farlo, lo facciamo entrambi, anche separatamente e poi ne parliamo. Ma per quanto riguarda la scelta di vestiti, pannolini, giochi e altro è vero che faccio quasi tutto io, ma anche perché a me piace moltissimo e comunque tendo sempre a consultarlo… Poi penso che se ce ne fosse la necessità, lo farebbe anche lui… per le scelte educative ovviamente ci confrontiamo sempre, anche se a volte sono io quella che detta di più i tempi (su svezzamente, spannolinamento…), ma questo anche perché passo più tempo coi bambini (lavorando part time) e quindi sono quella su cui queste decisioni pesano maggiormente.
    Nel mio caso mi pare che i ruoli siano piuttosto bilanciati…

  5. Ciao, sono Romina. Ti ho appena nominata nella rubrica top of the post. Se vuoi puoi dare una sbirciatina al mio blog mammanonmamma.wordpress.com. buona giornata.
    Romy

  6. Concordo su tutta la linea perché vivo una situazione molto simile. Marito molto collaborativo su tutti gli aspetti di gestione pratica, ma passivo su scelte e approcci da seguire. Per lui io impiego troppo tempo a studiare il perché e il per come mentre lui è spontaneo, e quando la butta su questo piano ovviamente è perché abbiamo qualche screzio e lui si difende in questo modo.
    In realtà ha piena fiducia in me e mi da ragione quando gli passo da leggere l’articolo sul perché non dire ad un bambino quanto “è bravo”. Salvo poi farne un uso smodato nella vita di tutti i giorni ed imbufalirsi quando glielo faccio notare.
    Niente, oggi sono polemica verso il genere maschile 😀

  7. Ciao! Mio marito ha sempre voluto dire la sua in ogni cosa… e sono io la prima ad averlo spinto ad agire in prima persona e a costruirsi un rapporto con lui fin dall’inizio ( mio padre si era fatto da parte nella gestione dei figli).
    Il problema é che alle volte ció puó essere problematico quando non c’è un buon affiatamento della coppia e a risentirne puó essere il bambino. Nel senso che le discussioni sulle gestioni pratiche potrebbero creare infiniti battibecchi irrisolvibili, a causa dei punti di vista incompatibili. Sopratutto se l’incompatibilità si accompagna alla necessità che si faccia a modo proprio.
    In tal caso, per assurdo,sarebbe quasi meglio che ad occuparsi delle varie questioni sia uno solo dei genitori.

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