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Educare all’autonomia

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quello che conta
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Non le conto più, le volte in cui mi sono sentita una pessima madre perché non incoraggio a sufficienza “l’autonomia dei miei figli”. Perché non mi sono affrettata a svezzarli, perché ho usato il marsupio per anni, perché non ho insistito abbastanza perché mollassero “al momento giusto” il ciuccio, il pannolino, o quello che era. Perché ancora dormiamo tutti nella stessa stanza. Non le conto più, ma devo dire che si stanno diradando piano piano.

E non perché io abbia deciso tutto a un tratto di sentirmi una madre risolta, ma perché vedo che i miei figli, nonostante le mie scelte spesso giudicate “castranti” per la loro indipendenza, poi raggiungono senza problemi lo stesso grado di autonomia dei coetanei. E in certi casi – ma non so se mi illudo – ci arrivano forse con più consapevolezza e una maggiore serenità.

Qual è il compito di un genitore? Incoraggiare la crescita e il processo che conduce all’autonomia dei propri figli, oppure forzarli secondo un calendario prestabilito e stereotipato?

Se ragioniamo secondo la mentalità imperante, il mio primo figlio, che si appresta a compiere cinque anni, ha tolto tardi il pannolino, ha mollato tardi il ciuccio, fa la pipì da seduto da troppo tempo ed è irreparabilmente in ritardo sulla questione del dormire da solo. Altre conquiste, come il fare a meno del passeggino, il mangiare da solo, il vestirsi e lavarsi in autonomia, gli hanno richiesto al contrario meno tempo che ad altri bambini. La verità è che ogni volta ha preso lui la decisione di passare allo step successivo. Nel suo cammino, noi lo abbiamo sempre incoraggiato, sempre esortato a fare da solo, ma abbiamo scelto di non forzarlo mai. Di fare un passo indietro quando il passaggio al vasino ci è apparso troppo doloroso per lui, di permettere il ricorso al ciuccio solo al momento della nanna, ma di ritardare fino al limite che ci è parso accettabile il suo abbandono definitivo (alla fine lo ha lasciato di sua spontanea volontà intorno ai 3 anni e mezzo). Di aspettare che fosse pronto, o perlomeno di cercare un compromesso tra quella che ci sembrava un’opzione ragionevole e le sue specifiche esigenze. Su ogni cosa ci diamo una specie di “scadenza massima”, oltre la quale rivalutare la questione, ma di fatto non ci siamo mai trovati, finora, a doverci allarmare. Lui è sempre arrivato da solo là dove era giusto e naturale che arrivasse. Dove noi stavamo ad aspettarlo.

Con sua sorella funziona sostanzialmente allo stesso modo, ma i risultati, prevedibilmente, sono molto diversi. Flavia è stata per esempio molto precoce nel mollare il pannolino, ma fa ancora fatica a vestirsi da sola. L’ho allattata più del fratello, ma con lei abbiamo messo via il passeggino un po’ prima.

Io credo fermamente che fare il genitore significhi spesso prendersi la responsabilità di decidere al posto dei propri figli. Di decidere il meglio per i propri figli. Su molte cose un bambino non dovrebbe avere scelta, perché non è giusto che si rovi di fronte a certe scelte senza l’esperienza e la consapevolezza necessarie. Le madri e padri servono proprio a scegliere per lui, man mano che lo aiutano a diventare pronto.

Però penso anche che un genitore debba coltivare l’istinto, e l’ascolto, e l’empatia. Rispettare la persona che è suo figlio, anche se è molto piccola. E magari aspettarlo, qualche volta, purché questo non lo danneggi. Anche a costo di correre il rischio di trovarsi – lui genitore – additato, criticato, incompreso.

È la sfida più grande, forse. E non so se la si possa vincere. L’unica ricetta che ho è sempre la stessa che applico a tutto: farsi domande di continuo, su tutto. E sperare di indovinare almeno qualche risposta giusta.

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