50 anni

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Di decrescita, (troppo) lavoro e tempo rubato

17 luglio 2014
@ Unamammagreen
madre degenere
tempo

Dev’essere la mia formazione politica giovanile. Quella residua avversione al fordismo che sopravvive anni dopo le letture adolescenziali, il cinema di lotta e le bandiere cubane. Forse è solo la mia ambizione davvero limitata, o più semplicemente la convinzione intima che il lavoro sia uno strumento per vivere e non il fine cui consacrare la propria esistenza.

Quale che sia la ragione, comunque, più passano gli anni e più mi convinco che la media della gente lavori troppo. E che questo complichi la vita a tutti. Peccherò di presunzione nel dirlo, ma sono davvero incline a pensare che molti dei nostri problemi vengano da lì.

Coppie che passano insieme al massimo un’ora al giorno, a tarda sera, con sulle spalle la stanchezza e le tossine di una intera, estenuante, giornata di lavoro. Coppie obbligate a relegare al fine settimana le passeggiate, l’ozio, le discussioni, l’amore (sempre che restino tempo ed energia dopo tutte le incombenze accumulatesi durante la settimana). Coppie che aspettano sempre di “avere un po’ di tempo” per fare qualsiasi cosa, e che quando alla fine lo trovano, rischiano di sprecarlo in un centro commerciale, spendendo in acquisti tutto sommato superflui i soldi guadagnati con sacrificio nelle ordinarie giornate di super-lavoro.

Giovani rampanti che non riescono a trovare due ore a settimana per andare al cinema. Che non leggono un libro da anni, eccettuate le letture di lavoro. Che chiamano, e lo fanno con sincerità, “amici” i propri colleghi, i clienti, i sottoposti, che spendono i soldi dello stipendio in una solitudine sempre più granitica. Che sgobbano un anno intero per consumare in una settimana frettolosa – tra spiagge affollate e aperitivi mediocri – la propria ora d’aria annuale.

Genitori che stanno insieme ai figli piccoli solo a tarda sera. Che cercano di recuperare in due ore il vuoto di una intera giornata, gettandosi stremati su un tappeto o concedendo sprazzi di attenzione tra la cena da preparare e i piatti da lavare. Che si raccontano la favola rassicurante della “qualità” per negare a se stessi il lutto della perdita. Della rinuncia ad anni fuggevoli che non torneranno mai. Dei momenti non vissuti, dei progressi fotografati, delle piccole magie giornaliere raccontate da altri. Della fatica quotidiana di inseguire le ore e moltiplicare i minuti, della corsa disperata e ininterrotta per “fare tutto” senza perdere troppo.

Individui che corrono, che annaspano, che sudano. Che ignorano il piacere della lentezza, del tempo trascorso a guardare negli occhi qualcuno che amano. Che non possono mai concedersi di indugiare. Individui che invecchiano senza saperlo, dietro una scrivania, dinanzi a un monitor.

Non nego che per qualcuno – per molti, forse – sia proprio questa la “felicità”. Che la gratificazione sociale, economica, professionale di una carriera totalizzante possa compensare la fatica, lo stress, le rinunce di una vita ad alto successo. Ma a costo di sembrare arrogante sono disposta a scommettere che molta gente sarebbe più soddisfatta se le venisse consentito, o se si consentisse, di rallentare, di ridurre, di “diminuire”. Di ammettere che siamo disposti a spendere soldi guadagnati a caro prezzo per cose di cui non abbiamo realmente bisogno, e che non ci renderanno mai appagati e completi.

Qualcuno la chiama “decrescita felice”. Ritornare a vivere con meno e di meno. Recuperare ritmi di vita più sostenibili e più umani. Ma perché è così difficile? Di chi è la colpa, ammesso che una colpa esista effettivamente?

Dello stato sociale inesistente, del tramonto della cultura sindacale? Delle leggi che intendono la flessibilità a esclusivo beneficio delle aziende? Del carovita che costringe a guadagnare sempre di più? Dei conti da pagare, delle tasse che stritolano, del precariato dilagante che impone standard pre-sindacali per anni, “per fare bella impressione” e sperare di essere confermati per qualche mese ancora?

Probabilmente di tutte queste cose insieme. Ma secondo me – e lo dice che una che riconosce di avere avuto certi privilegi, ma che è anche scesa a patti, tante volte e per tante cose – in molti casi, anche chi sostiene di “non avere scelta” potrebbe, se davvero lo volesse, imparare a dire qualche no. Imporsi di rallentare, di accontentarsi, per usare una parola che suona sempre più come una bestemmia. Di rinunciare a qualcosa in cambio dell’unico capitale inestimabile che nessuna carta di credito può comprare: il tempo.

Perché è quello, più di ogni altra cosa, che ci stanno rubando. Senza che noi ci ribelliamo a sufficienza, per come la vedo io.

29 comments

  1. Ti dirò, questa volta non sono molto d’accordo o, almeno, io il mio equilibrio riesco a trovarlo solo nel caos, nell’avere progetti, ambizioni e, anche, stress. Che poi passo il tempo a lamentarmi, eh però mi piacerebbe lavorare anche molto di più di come sto facendo ora

    1. Io non faccio fatica a capire che qualcuno possa essere soddisfatto anche a ritmi folli e lavorando 18 ore al giorno (a prescindere ovviamente dalla propria situazione personale e familiare). Il problema è che sono circondata da gente piena di impegni che tutto mi sembra fuorché felice! (In quel tuo “passo il tempo a lamentarmi” ci sono molte verità). Allora mi chiedo: nei casi in cui l’extra-lavoro volontario porta per lo più stress, malesseri e alienazione, qual è il senso? Ci hanno convinto che è necessario sbattersi, scalare, fare sempre di più? Oppure è DAVVERO quello che ci fa stare bene? Poi, chiaro: se uno sta bene vivendo in ufficio, facendo l’amore una volta al mese e leggendo un libro l’anno, non sarò certo io a impedirglielo o a biasimarlo per questo! 😉

    2. In ogni caso io volevo dire più che altro (figli o non figli, è un discorso che vale per tutti!) che dovremmo smetterla di considerare “normale” che ci si chieda di lavorare 12/13 ore al giorno senza straordinari, per esempio. O che dovremmo tornare ad aspettarci cose come le ferie pagate, i permessi malattia e altri “diritti” per cui la gente ha lottato ed è morta. Mi pare invece che ci stiano convincendo sempre di più che “se vuoi realizzarti”, se vuoi “fare carriera” o anche solo pagare i conti a fine mese, devi rinunciare a vivere per 40 anni. E secondo me questo non è accettabile.

  2. “Genitori che stanno insieme ai figli piccoli solo a tarda sera. Che cercano di recuperare in due ore il vuoto di una intera giornata, gettandosi stremati su un tappeto o concedendo sprazzi di attenzione tra la cena da preparare e i piatti da lavare. Che si raccontano la favola rassicurante della “qualità” per negare a se stessi il lutto della perdita. Della rinuncia ad anni fuggevoli che non torneranno mai. Dei momenti non vissuti, dei progressi fotografati, delle piccole magie giornaliere raccontate da altri. Della fatica quotidiana di inseguire le ore e moltiplicare i minuti, della corsa disperata e ininterrotta per “fare tutto” senza perdere troppo.”

    ed ecco la lacrimuccia…ne parlavo giusto ieri con Lorenzo…:(
    pe rme non c’è scampo…o meglio…ci sarebbe la soluzione della spiaggetta con il chiringuito…ma ci vuole un coraggio che per ora non ho..

    1. Lo so. Tanti non hanno davvero scelta (per quanto scegliere di accontentarsi di un lavoro da casa, part time e precario, da 500 euro al mese, e vivere nel paesello di provincia in 60 mq non sia esattamente facile, in tutta onestà). Ma secondo me se non prendiamo coscienza che ci stanno portando via la vita, non cambierà mai niente! Figli o non figli, eh!! La soluzione spiaggia tropicale comunque resta il miraggio più allettante. Magari prima o poi il coraggio verrà…

  3. Felicemente decrescente (quanto meno come impostazione mentale) since 2004.
    Condivido ogni virgola, compresa quella sul lavorare meno che al momento è complicato, ma un obiettivo verso il quale tendo decisamente!
    Come al solito, grazie 🙂

  4. Parole vere. Parole che descrivono 1 realtà in cui ci stiamo affogando dicendo anche grazie anziché cercare almeno di annaspare per arrivare sopra 1 piccola ancora di salvataggio…..
    Parole che mi risuonano in testa da 6 anni…..la tenera età di mio figlio!

  5. Grazie per questo post Silvana! Mi rispecchio in tutto e per tutto…soprattutto quando parli di privilegi e di essere scesa a patti…Mi sento anch’io una “privilegiata”, ma è anche vero che sono scesa a patti tante volte specialmente da quando sono rimasta incinta. Molti i sacrifici e le rinunce in campo professionale, ma altrettante e forse ancora più numerose le soddisfazioni in ambito familiare. L’obiettivo sarebbe quello di conciliare i due ambiti che, purtroppo e soprattutto per le donne, sono spesso contrapposti.

    1. Grazie a te, Silvia. Speriamo di tracciare una strada che altre (e altri!) possano seguire. Intanto è bello sapere di non essere sole.

  6. Quanto concordo! Per imparare a dire no ci ho quasi rimesso la salute e poi, trovato un nuovo equilibrio, ma comunque precario, il mio compromesso é stato di mettere più di 1000km tra me e quasi tutte le persone importanti della mia vita, “solo” per poter avere una vita fuori dal lavoro senza sensi di colpa. Qualcuno lo chiama coraggio, qualcuno vigliaccheria. Qualcuno lo chiama inseguire la carriera, altri pensano che sia una fuga. É solo un compromesso. C’erano altri compromessi possibili? Quasi certamente si, ma questo é quello che abbiamo trovato noi. Abbiamo guadagnato qualcosa, ma anche perso altro. Io penso che tutte le scelte siano accettabili nel momento in cui sono scelte. le rispetto. Se sono altri ad imporle, semplicemente non sono più scelte e per me sono insensate.

    1. Il punto è che ogni scelta contiene inevitabilmente un pizzico di imposizione. La difficoltà è riuscire a essere liberi almeno un po’…

  7. Di solito passo e ti leggo,e annuisco in silenzio. Questa volta scrivo,perché penso che tu abbia colto nel segno: questo è un argomento delicato,soprattutto per le neomamme,che spesso sono divise tra il senso di colpa di non esserci abbastanza a casa e non abbastanza al lavoro. Io mi sto impegnando per decrescere,senza sensi di colpa!

  8. Mi sento molto vicina alle tue parole, proprio stasera durante il mio trattamento shiatsu del giovedì ho avuto un flash: DEVO RALLENTARE!
    Ho pensato al sapore del caffè sorseggiato piano la mattina, ho pensato alla possibilità di fermarsi qualche minuto a guardare il tramonto, ho pensato ai miei figli e a come sarebbe bello per loro ritrovare la mamma a casa la sera con la cena già preparata e pronta per giocare.
    C’è qualcosa che non funziona nel modello sociale ed economico che ci circonda, non so come, non so quando, ma sento che primo o poi dovrò fermarmi per afferrare la “vera vita”.

  9. La penso proprio come te. Credo anche che se tutti lavorassimo meno ci sarebbe più lavoro per tutti, e che se tutti lavorassimo meglio avremmo servizi di gran lunga migliori.
    Io sono a casa da quando è nata la mia prima figlia, che oggi ha 4 anni, e sono felicissima di non aver perso nemmeno uno dei suoi piccoli progressi (specie nei primi due anni di vita)
    E a chi ha bisogno di caos e stress…consiglio vivamente di rimanere a casa ogni giorno con due bambini sotto i 4 anni!! 🙂

    1. Lavorare meno, lavorare tutti! Suona come un bello slogan! 🙂 Il problema è che non tutti hanno la possibilità di scegliere…

  10. Condivido le tue considerazioni anche se si riferiscono ad una visione parziale del mondo del lavorò. Chi ha un’attività in proprio spesso lo fa per avere i propri ritmi, solo che poi ne viene fagocitato.

    1. Lo so bene, visto che lavoro in proprio! Ho lavorato su me stessa per anni, dopo problemi e discussioni in famiglia, peraltro, per imparare a “contenermi”. Ma il rischio è sempre in agguato…

  11. C’è tanta verità in questo post, ci sono tante domande senza risposta.
    A cosa serve accumulare oggetti e vestiti che non abbiamo il tempo di usare e di cui godere? Me lo chiedo continuamente.
    Il problema è che a volte l’alternativa tra lavorare poco, il giusto (che non sono certo 12 ore al giorno) o molto non esiste.
    Se perdi il ritmo il lavoro non c’è più e non arrivi a fine mese, se lo tieni, non c’è più il tempo e in aggiunta lo Stato ti succhia via tutto il più che hai guadagnato, sostenendo che sei hia di più devi dare di più agli altri che non hanno.
    Anche se non hanno perchè preferiscono sbattersi di meno o per nulla (ce ne sono, non neghiamolo!).
    E poi si presume che dovrai guadagnare sempre così e ti si chiedono anticipi per cui devi lavorare ancora di più e se molli, si presume che tu abbia evaso..uno schifo, detto da una che di queste cose un pò ne capisce, professionalmente parlando.
    In questo periodo, rallentare per noi è impossibile, poichè ci siamo imbarcati in una ristrutturazione che è un pozzo senza fondo, però io ho fatto una promessa con me stessa: dopo la casa, basta progetti ambiziosi.
    Il problema è che il senso del dovere e del “successo professionale” che mi hanno inculcato è così radicato in me che quando lavoro 6 ore al giorno (ogni tanto capita, per fortuna!) o mi prendo un pomeriggio o sono costretta a prendermelo perchè malata io o il nano, non me lo godo e sto male dentro per il senso di colpa.
    Che, mi costa ammetterlo, è più forte del senso di colpa che provo quando per lavorare trascuro mio figlio.
    Io, che tutto sommato me ne frego del giudizio altrui, non sopporto il mio stesso giudizio.
    L’educazione ricevuta ed il condizionamento sociale ricevuto nell’infanzia pesano come macigni, ancor più di tasse, consumismo o mancanza di servizi.
    Se hai una soluzione o un trucco, rendimi partecipe, te ne prego!

  12. Anche io ho affrontato quest’argomento, sul blog, con me stessa, con i miei amici. E non siamo di certo le prime nè le ultime, a parlarne. Come si diceva una volta, lavoro, per comprare una macchina che mi serve per andare a lavorare. Io però vorrei aggiungere che il problema è proprio di un certo “fordismo”, non è così dappertutto. Il nostro Paese, anche in virtù della sua enorme disorganizzazione e dell’assoluta assenza di uno stato sociale degno di essere chiamato tale, è fortemente penalizzante in questo senso. Non cambia nulla dirlo, però è importante ricordarsi che davvero “un altro mondo è possibile”.

  13. Non avevo ancora letto questo post, ero a sollazzarmi in ferie, lontana da questo lavoro che sta uccidendo lentamente la mia serenità interiore. E proprio ieri anche io ho avuto uno sfogo no-sense sul mio blog. Poi passo di qui e leggo le stesse cose, più ordinate, più mature, con un senso logico che non fa una piega.
    Cos’è che spinge le persone a fare del lavoro la parte principale della propria esistenza?
    Ma la vita e il senso di tutto non è là fuori?
    Questa scrivania mi sta lacerando il cuore, non ne posso più, dio santo. Poi giro la testa e c’è Stakanov che su quella scrivania ci passerebbe anche la notte.
    Dio aiutaci.

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